“Brunello di Montalcino 2001: poche luci e molte ombre”

C’era molta attesa, tra gli appassionati, per l’appuntamento con Benvenuto Brunello, la tradizionale presentazione alla stampa internazionale della nuova annata del mitico rosso Docg toscano, che quest’anno avrebbe visto di scena, in due giorni di assaggi a Montalcino, un’annata, il 2001, da tutti annunciata come grande.
Al termine della degustazione, ovviamente blind tasting, di tutti i 2001 (oltre 160 campioni) presenti (non c’era abbastanza tempo per degustare anche i Brunello 2000 riserva, e di Rosso di Montalcino 2004 sono riuscito ad assaggiarne solo una ventina…), possiamo dire che l’annata 2001 non ha confermato le aspettative, anzi, sembra essere molto inferiore alla, sempre più grande, annata 1999, i cui vini più si assaggiano oggi e più sembrano grandi (e superiori alla celebratissima – e sopravvalutata – annata 1997…).

Molte ombre e poche luci, purtroppo. Troppi vini deludenti o banali, vini oppressi e bloccati da tannini verdi e asciutti, duri, rustici, astringenti, da acidità taglienti non bilanciate dal frutto, oppure molli, pesanti e fiacchi al gusto, privi di nerbo e di carattere, carenti di eleganza, senza una precisa definizione aromatica. Vini che si fatica ad assaggiare, spesso anche per un eccesso di legno o per il ricorso a volgari pratiche di concentrazione, ma si fatica a credere possano raggiungere quella piacevolezza di beva che ogni buon Brunello deve avere.
Troppi vini in degustazione hanno dimostrato di avere proprio ben poco a che fare con l’identità, la definizione aromatica, il colore (che non è mai scuro, come nel caso di alcuni vini, anche se il recente ricorso a nuovi cloni ha consentito di avere maggiore intensità e profondità), l’eleganza e la dolcezza succosa del frutto, anzi, quel bilanciamento tra frutto, tannini, acidità, che formano il pedigree di ogni Sangiovese e di ogni Brunello di Montalcino degno di questo nome.
Vini, spudorati, in qualche caso assolutamente “senza vergogna”, dall’incredibile, totale, assoluta, atipicità, scuri come la pece, concentratissimi, potenti, pesanti, noiosi, che in taluni casi non potevano non far pensare alla presenza, accanto a quel Sangiovese che dovrebbe essere l’unica uva utilizzata, secondo quanto dicono il disciplinare ed il buon senso, anche di altre uve. I soliti Cabernet e Merlot, of course, ma anche uve provenienti da regioni molto più a sud della Toscana…
Vini difficili da amare, ma che invece piacciono molto a certa influente critica born in Usa, il principale mercato estero del Brunello, che assorbe il 25% della produzione, mentre l’export complessivo del Brunello assomma al 60%. In Italia resta invece il 40%, di cui un 15% venduto direttamente a Montalcino.
Fenomeno assurdo dei “vini taroccati” a parte, esistono alcune spiegazioni possibili per questo assurdo stato di cose. In primo luogo è il numero continuamente in aumento di produttori (204 imbottigliatori, circa venti in più del 2005) che operano su un territorio vitato, in continua crescita, di 2000 ettari iscritti all’albo del Brunello (su un totale di 3000 ettari a vigneto nel territorio di Montalcino), che hanno piantato vigneti non solo nelle zone tradizionalmente vocate, ma anche in altre, dove in passato non c’era ombra di una vigna…
La seconda spiegazione, di carattere viticolo, relativa alla presenza di tannini verdi e aggressivi, chiama in causa quel che accadde nel 2001, specialmente nella zona Sud-Est di Montalcino, dove nel periodo di Pasqua ci fu una notevole gelata che ha di fatto seccato i germogli, di conseguenza la seconda cacciata della parte bassa della vigna, che hanno prodotto pochissimi grappoli con una maturazione spinta, con sviluppo di “dolcezza", mentre la parte alta della vite, che normalmente sono grappoli destinati allo scarto, avendo un’acidità più elevata, in questa annata non sono stati scartati.
Questa gelata ha causato uno squilibrio vegetativo e di sviluppo dell’uva che ha dato vini certamente potenti, ma connotati da un tannino molto rustico e aggressivo che ne rappresenta il filo conduttore. Accanto a vini dall’esito non soddisfacente, non sono, per fortuna, mancati, Brunello 2001 di sicura personalità, caratterizzati da salda struttura tannica, profondità e ricchezza, da una buona dolcezza di frutto sapido, da un’articolazione minerale, una freschezza e un’acidità calibrata e da una materia fitta e talvolta terrosa, espressione del Sangiovese e del terroir di Montalcino.
E questo senza rinunciare ad essere vini importanti, complessi, di grande struttura, destinati ad un potenziale di tenuta nel tempo importante.
Tra i Brunello 2001 pienamente convincenti e senza riserve segnalo innanzitutto Gorelli Le Potazzine, Salicutti, Il Colle di Carli, Poggio di Sotto, Capanna, Col d’Orcia, Gianni Brunelli, Fuligni, Il Marroneto, Tenuta di Sesta, Silvio Nardi, Uccelliera, Altesino, Il Poggione, Il Poggiolo, Le Macioche, Tenuta Caparzo (la selezione La Casa), Siro Pacenti, dallo stile personalissimo, elegante, molto “bordolese” come ispirazione.
Quindi Argiano, La Palazzetta, La Lecciaia, Pietrafocaia, Villa I Cipressi, Tenuta San Giorgio, Tiezzi. Abbastanza bene, ma senza vertici d’eccellenza, Canalicchio, Celestino Pecci (nome nuovo), Livio Sassetti Pertimali, Pian dell’Orino, Tenuta Vitanza, Tenuta Oliveto, Belpoggio, Casisano Colombaio,  Ciacci Piccolimini d’Aragona, Crocedimezzo, Ferrero, Fornacina, Lombardi, Mastrojanni.
Tra i nomi molto noti Banfi, soprattutto il cru Poggio alle Mura, ha mostrato una maggiore e felice adesione, rispetto al recente passato, alle caratteristiche più autentiche del Brunello, mentre Lisini, normalmente una delle aziende di riferimento, è stato meno esaltante del solito, con un 2001 in una fase di assoluta chiusura e poca espressione dovuta ad un imbottigliamento fatto solo di recente.
Quanto a Valdicava, il vino impressiona, e come non potrebbe, per compattezza e profondità, anche se il colore, molto fitto, dovuto, secondo questo produttore, ai nuovi cloni di Sangiovese utilizzati e alle basse rese, lascia stupefatti.
Discorso valido anche per Giulio Salvioni, ovvero la piccola azienda agricola La Cerbaiola, che non era presente a Benvenuto Brunello, ma ad un assaggio in cantina ha mostrato, il 2001, una rottura con il consueto stile Salvioni (molto più colore ed una freschezza di frutto, una vivacità, una dolcezza, una giovinezza inusuali).
Le grandi, vere emozioni, in tema di Brunello, chi scrive le ha però avute visitando due altre aziende, emblematiche, non presenti con i loro vini a Benvenuto Brunello, i cui vini hanno fornito le esatte e reali dimensioni del vero Brunello e messo a nudo l’irrealtà di troppi Brunello oggi in circolazione. Parlo delle Case Basse di Gianfranco Soldera, (fantastici, oggi, elegantissimi, minerali, pieni di vita, il 1998 Case Basse e la riserva Intistieti, ma anche la riserva 1999 ed il 1993) e la storica Tenuta il Greppo dove l’85 enne, indomito Franco Biondi Santi (con vecchie annate come il 1985, il 1975 riserva, il 1964, e parzialmente il mitico 1955, davvero straordinarie) rende omaggio, con il suo esempio, alla storia e alla migliore tradizione di quel grande vino toscano chiamato Brunello di Montalcino.

0 pensieri su ““Brunello di Montalcino 2001: poche luci e molte ombre”

  1. sbaglio o non vedo menzionato Salicutti?

    è perchè non lo ha assaggiato , o perchè non lo ritiene all’altezza?

    Grazie

  2. Grandissimo Soldera. In particolare il Riserva 1998 e di un’eleganza senza limiti, mentre il 1999 si caratterizza secondo me, soprattutto per la potenza.
    Il più grande di tutti (a prezzi quasi inaccessibili…)

  3. Molto buono Marta anche il Rossi di Colle di Carli ! Ho già scritto alcune volte di questa azienda che sta lavorando molto bene e che si avvale dell’illuminata “consulenza” di Giulio Gambelli…

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