La pecora smarrita ritorna all’ovile: Slow Food “riscopre” il vero Barolo

Voglio proporvi una divertente e credo istruttiva esercitazione: individuare, o quantomeno formulare ipotesi sull’identità chi ha espresso questi giudizi, in pubblico, nel corso della recente Convention internazionale Nebbiolo Grapes.
“Il Nebbiolo gode di ottima salute e non è un malato;
 Il Nebbiolo deve giocare sulla propria unicità, sul suo carattere inimitabile;
Cambiare ora la personalità e l’aspetto organolettico del Nebbiolo ed in particolare dei vini a base Nebbiolo come il Barolo non avrebbe senso;

Per promuovere i vini a base Nebbiolo occorre puntare sulla qualità massima, legare l’apprezzamento dei vini base Nebbiolo prodotti in Langa alla cucina locale, comunicare insieme ed evitare sbalzi di prezzi, che fanno male sia nel caso dei vini che della ristorazione”.

Osservazioni, queste appena elencate, pienamente condivisibili, evidenze all’insegna di un buon senso che dovrebbe reggere e guidare le cose nel mondo del vino.

Attendiamo ancora qualche minuto, però, prima di sciogliere l’enigma legato al nome di chi sia l’autore di queste affermazioni, e analizziamo un’altra citazione, questa volta tratta dal supplemento Specchio del quotidiano La Stampa, datato 18 marzo.

In una pagina quasi interamente dedicata, guarda caso, al Nebbiolo, possiamo leggere questo trafiletto dedicato ad un bravo e serio produttore, Brezza, di cui sono proposti due vini: un Barolo e una Barbera d’Alba.

Sotto il titolo “Tradizione langarola” sta scritto: “La famiglia Brezza è una vera e propria istituzione nelle Langhe. (…) Le uve raccolte in posizioni così felici sono portate in azienda dove sono trattate con grande cura e rispetto. Enzo e Giacomo Brezza lasciano al nebbiolo e al terrori la possibilità di esprimere le loro enormi potenzialità senza interventi eccessivamente invasivi: nessuna barrique, ma solo grandi botti di rovere – rinnovate periodicamente per evitare sgradevoli puzzette – leggere chiarifiche, ma nessuna filtrazione. E i loro baroli di conseguenza sono dei veri e propri monumenti alla tradizione di Langa: eleganti nei delicati profumi floreali, con tannini che rispecchiano l’andamento climatico delle annate”.
Potrei sottoscrivere in toto quel che l’autore di queste righe ha scritto. Parole come tradizione, botti di rovere, nessuna barrique, contenitore visto come “intervento eccessivamente invasivo”, terrori, delicati profumi floreali, e non note di mora o accenni vegetali, suonano come musica per le mie orecchie.
Non posso però non esprimere tutto il mio stupore, quando però, rivelando il piccolo mistero rappresentato da chi siano gli autori di tali e tante dichiarazioni d’amore per il Nebbiolo e per il Barolo, quello vero, debba dirvi che tutte queste dichiarazioni sono farina del sacco e portano la firma nientemeno che di Slow Food.
L’intervento a Nebbiolo Grapes è opera dell’ottimo degustatore, membro del ristretto sinedrio che decide l’assegnazione dei “tre bicchieri”, Gianni Fabrizio.
Le schede su Brezza, sebbene non firmate da un singolo scrittore, inserite nella sezione di sei pagine che il supplemento del quotidiano torinese, proprietà della Fiat e degli eredi della famiglia Agnelli, liberalmente concede, ogni settimana, alla nota associazione con sede in via della Mendicità Istruita a Bra.

Cosa concludere, di fronte a tanta improvvisa testimonianza di attaccamento al Barolo, quello fatto con le botti grandi e non ricorrendo ad “interventi eccessivamente invasivi” come quello innegabilmente rappresentato dalla barrique ?

Cosa dire, se non provvedere subito a sacrificare il vitello più bello e più grasso, per salutare il ritorno all’ovile, ovviamente folgorati sulla via di Damasco, e fatti improvvisamente attenti ai valori del terrori e della tradizione, di quei signori, i chiocciolinari golosi, che in questi anni si sono soprattutto distinti come solleciti reggitori di coda, sostenitori-fiancheggiatori-amici di chi dell’immagine e della storia secolare del Barolo ha fatto letteralmente strame ?

Nobile credere al ravvedimento di chi per anni e anni ha esaltato i Barolo iperbarricati e muscolosi, redolenti di legno tostato francese o americano, i vini più incredibili (da ogni punto di vista) e le “interpretazioni” più spregiudicate del concetto di innovazione, e ancora oggi (si scorra l’elenco dei Barolo 2001 tribicchierati) continua a premiare vini stravaganti.

Vini che delle intelligenti affermazioni di principio di Gianni Fabrizio, “Il Nebbiolo deve giocare sulla propria unicità, sul suo carattere inimitabile; cambiare ora la personalità e l’aspetto organolettico del Nebbiolo ed in particolare dei vini a base Nebbiolo come il Barolo non avrebbe senso” se ne fanno letteralmente un baffo.
Basta osservarli, snasarli e assaggiarli
.

Attenzione dunque prima di credere al ravvedimento e al pentimento sincero di Carlin Petrini & Co : fingono di predicare bene ma razzolano ancora malissimo.
E poi, perdonatemi, ma se proprio da incendiari e piromani hanno deciso di trasformarsi in provetti vigili del fuoco, che provvedano prima a chiedere scusa e a fare mea culpa per i loro errori e le loro miopie.
Anche se viviamo in un Paese che non ama ricordare e che preferisce rimuovere, non tutti siamo disposti a dimenticare e non tutti siamo caduti vittima di amnesie.
Verba volant e scripta manent, ammonivano i latini, e se le parole sono davvero pietre, documenti ufficiali come schede di vini sulle guide, articoli sulle varie riviste, elenchi dei vini premiati, dichiarazioni, interviste, sono lì, basta consultare gli archivi, a dimostrare cosa abbia sostenuto Slow Food, in materia di Langa e Barolo, negli ultimi 15 anni.
Una musica ben diversa dall’attuale, con un’elevazione alla gloria degli Altari, per certi personaggi, che non corrisponde certo al Magnificat dedicato oggi, in zona Cesarini, forse in cerca di un’improbabile “verginità”, a chi il Barolo vero l’ha sempre prodotto.
Anche quando ad essere pluribicchierati e portati ad esempio erano altri vini, quelli fabbricati con quegli “interventi eccessivamente invasivi” da cui Slow Food oggi sembrerebbe prendere le distanze.
Ma con quanta goffaggine e ben scarsa credibilità, signori miei !  

9 pensieri su “La pecora smarrita ritorna all’ovile: Slow Food “riscopre” il vero Barolo

  1. Bah, alla fine mi sembra che si finisca col parlare sempre di loro, anche se in male. Questo slow food, pur avendo provenienze diametralmente opposte, è onnipresente come Br, forse bisognerebbe cominciare a ignorarli. Credo gli farebbe molto più male.

  2. Creare opinione significa provocare discussione e in tanti anni Slw Food lo ha fatto. Quello che i più non avvertono è che dietro a questo c’è sempre stato un grande e attento movimento political snob che ha dettato legge spesso a prezzo dell’obiettività del giudizio.
    Oggi il nuovo è predicare la tradizione, riconoscere come esempio chi ha avuto i nervi d’acciaio e le risorse per essere fedele alla cultura e alla memoria storica delle Langhe come di altri territori proprio contro a quello che quel movimento ebbe a propagandare per affermarsi come innovatore.
    Voltar gabbana è un’arte molto raffinata: qualcuno è maestro in questo……
    Patrizia Signorini

  3. Cambiare opinione nel corso della propria professione e vita non è vietato e anzi a volte è consigliabile. Certo, però, che a volte è anche comodo. Le guide hanno bisogno di un mercato e questo mercato segue inevitabilmente le mode. Oggigiorno si sta assistendo ad un (positivo e tanto auspiscato) ritorno ai vini tradizionali e vitigni autoctoni. Forse Slowfood vuole mettere le mani avanti (appunto dentro il forse nascente nuovo mercato). Infatti, se la tendenza alla tradizione fosse confermata anche a livello di consumo, allora la guida si sposterebbe (magicamente) in questa direzione. Tanto potrà sempre dire che in data 18 marzo 2006 aveva già detto dell’importanza dei baroli tradizionali!

  4. Oggi è per mè un giorno di Festa dopo aver letto detto sopra.
    Sapevo-speravo-sognavo-volevo credere a questo giorno.
    Purtroppo senza fare nomi chi più mè in questo ha creduto e
    difeso con la ragione e buon senso non può brindare.
    A Slow Food ho sempre creduto e continuo a credere ….ma
    quando si sbaglia bisogna anche riconoscerlo.
    Nel giorno di festa brinderò e ricorderò a chi il tempo negò.

  5. Oggi è per mè un giorno di Festa dopo aver letto detto sopra.
    Sapevo-speravo-sognavo-volevo credere a questo giorno.
    Purtroppo senza fare nomi chi più mè in questo ha creduto e
    difeso con la ragione e buon senso non può brindare.
    A Slow Food ho sempre creduto e continuo a credere ….ma
    quando si sbaglia bisogna anche riconoscerlo.
    Nel giorno di festa brinderò e ricorderò a chi il tempo negò.

  6. A costo di essere OT, vorrei aprire un altro fronte di battaglia contro la criomacerazione e l’uso di lieviti selezionati nella vinificazione dei bianchi italiani. Troppo dimenticati e molto più omologati e tecnologici oramai dei rossi. Propongo anzi il ritorno alla botte grande (almeno per quelli più importanti) anche per loro.

    Luk

  7. purtroppo esistono i momenti storici legati alle situazioni di mercato , bisogna essere realistici . Non sono d’accordo ma è così . Anche la Bettane e Parker sbrodolarono periodicamente per i Pomerol e S.Emilion targati Rolland . In un contesto di divulgazione commerciale del vino , è inutile non ammetterlo , il mktg del gusto ha per un periodo relativamente lungo stabilito le linee guida organolettiche le più sovrappolnibili alle esigenze di globalizzazione . Oggi che il gusto sta evolvendo , almeno in alcune nicchie pilota , l’inversione di tendenza è in atto . Cavalcare l’onda è sempre comodo , inutile commentare . Tra l’altro con Gianno Fabrizio e sui giudizi che la guida GR ha dato negli ultimi tre lustri ai derivati del Nebbiolo in Langa , mi sono sempre rapportato in maniera assai critica . Ricordiamoci , comunque , che non siamo noi , manipolo sparuto di enostrippati , a muovere le importanti leve di mercato . Siamo ancora un popolo di Tavernello dipendenti , siamone coscienti , dove Volorosso ne è la “selezione élite”…

  8. Beh, era ora: dopo che per anni hanno spinto i vari Altare, Voerzio, Clerico, Rivetti, etc., da loro protetti e coccolati oltre ogni misura, si sono accorti della nuova (?) tendenza e cercano di cavalcare la tigre…
    Viva siempre Bartolo Mascarello!

  9. Pingback: Barolo boys: ovvero quelli che rischiarono di “uccidere” il Barolo | Blog di Vino al Vino

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