Basta un poco di gomma arabica ed il vino diventa top…

Importante intervento dell’amico e collega Carlo Macchi, sul suo nuovo giornale del vino diffuso via Web Wine Surf
Si tratta del resoconto dell’assaggio, fatto in compagnia di un amico enologo, di due campioni di vino, uno normale, e l’altro, lo stesso vino, al quale é stata addizionata una percentuale di gomma arabica.
Aggiunta per rendere il vino più "grasso", per farlo sembrare più importante di quello che é, per gabbare, oltre che quegli allocchi dei degustatori e dei guidaioli, i consumatori.
Ecco come intende la cultura dell’uva, del vino, del terroir, una larga parte delle aziende e degli enologi consulenti italiani !

50 pensieri su “Basta un poco di gomma arabica ed il vino diventa top…

  1. Caro Franco,

    Clamoroso scoop ? una balla dietro l’altra. Perlomeno finche´ Carlo Macchi
    non se ne esce fuori con nomi cognomi indirizzi . Accusare alle cieca : “… Si trattava di un vino DOCG proveniente da una delle più importanti denominazioni italiane. Il vino appartiene alla fascia alta di prezzo e si connota sul mercato come un vino..” mi sembra un anonimato lesivo della DOCG e di chi opera all’ interno di “una delle piu´importanti denominazioni italiane”.

    Siamo alle solite ? si tira il sasso e si nasconde la mano ? oppure abbiamo paura di che ?…scandalo fine a se stesso ? In altro blog viene lodato il giornalismo coraggioso di Reporter. A parole, si´perché approvare questo di post di Carlo Macchi mi sembra che con tutto abbia a che fare meno che con giornalismo, amore della verita e tanto meno con un “clamoroso scoop”. O sbaglio ?

    Ciao,

    Carlo
    I

  2. Dipende anche molto dalla spovvedutezza o meno dei giornalisti enogastronomici. Se essi sono cosi’ grezzi e poco preparati da cascare in trappole del genere (e del resto Carlo Macchi stesso riconosceva il vino truccato non come migliore, anzi “più gonfio”) allora il problema forse si sposta dal produttore poco intelligente e in cerca di scorciatoie al problema del critico incompetente però capace di influenzare una certa fetta di pubblico.
    A me sembra che, a Dio piacendo, sia sempre più ampia la fetta di mercato composta da persone in grado di giudicare da sole, o perché spesso deluse e disorientate da una critica enologica incoerente e contradditoria o per un fisiologico fenomeno di crescita di conoscenza personale.
    A contribuire a ciò è sicuramente stata la proliferazione di scritti e scrittori di vino che ha portato molti lettori a vedere osannato un vino da qualcuno e distrutto da altri, e ne ha forse accresciuto la diffidenza.

  3. Il fatto di influenzare o meno il pubblico all’acquisto di un vino, non è prerogativa esclusiva dei giornalisti enogastronomici, ma riguarda anche tutti coloro che si occupano di pubblicità e di marketing. Se l’obiettivo è vendere, spesso si va ben oltre il lecito. Nulla di più ingannevole della pubblicità, eppure nessuno ne fa a meno.
    Se poi, al momento di degustare un vino (o un qualsiasi altro alimento) non si riesce a “scoprire” il trucco enologico, questo dipende dal fatto che certe pratiche sono ovvie per chi le fa (gli enologi), che ne conosce bene gli effetti gusto-olfattivi. Sappiamo benissimo quanto determinati interventi in cantina riescano a mascherare molto bene i limiti di un vino. Ogni anno si danno autorizzazioni ad aumentare l’acidità o il grado alcolico laddove richiesto, er non parlare delle pratiche lecite e non a livello europeo. Se il degustatore dovesse giudicare l’onestà di un vino, credo che di premiati ce ne sarebbero molto pochi.

  4. Interessanti e soprattutto eloquenti certi commenti. Alla fine la colpa per certe derive del mondo del vino italiano é solo dei giornalisti e degustatori che non si accorgono se a certi vini é stata aggiunta gomma arabica, non dei furbetti (super eufemismo, oggi sono di buon umore…) che usano queste disinvolte, cialtronesce pratiche enologiche.
    Come diceva il buon Totò: ma mi faccia il piacere !

    p.s. mi piace essere definito “caro” da chi amico mi é davvero, da chi conosco e non da chiunque, please…

  5. Eh no, qui però si parla di Gomma Arabica, Ziliani (ometto il caro, non si sa mai :-)). La gomma arabica è consentita dalla legge (reg. UE 1493/99 del 17 maggio 1999, all. IV)pertanto chiamarla una cialtronata enologica è fuorviante e non serve a chi legge a farsi un’idea corretta. Anzi serve forse ad ingenerare l’idea – a mio avviso falsa – che l’unico vino buono è quello senza alcuna aggiunta o alcuna tecnica.
    Se un giornalista, un critico enologico, si fa fuorviare dalla presenza di un vino coperto di gomma arabica e lo ritiene più buono allora secondo me ha poco titolo di dichiararsi un esperto.
    Se un giornalista, un critico enologico, me lo paragoni ad un pubblicitario o un esperto di marketing del vino che ha l’obiettivo della vendita di vino di un azienda allora qui si va invece nella cialtroneria, ma non enologica.

  6. Per Rovino:
    “Ogni anno si danno autorizzazioni ad aumentare l’acidità o il grado alcolico laddove richiesto, er non parlare delle pratiche lecite e non a livello europeo. Se il degustatore dovesse giudicare l’onestà di un vino, credo che di premiati ce ne sarebbero molto pochi.

    La correzione dell’acidità e la correzione del grado alcolico non sono affatto trucchetti, e c’e’ una bella differenza tra l’accomunare pratiche enologiche LECITE e NON LECITE, che siano o meno a livello europeo. Infatti, se un vino è fatto utilizzando pratiche LECITE potrà essere considerato onesto (che poi sia buono o meno è un’altro conto), se invece sono NON LECITE non potrà essere considerato onesto. La differenza è tutta qui, e scusa se è una differenza da poco.
    Poi mi dirai: io preferisco certi tipi di vino, dove non usa tanta tecnica ecc.ecc., e posso essere d’accordo con te, ma il tuo modo di ragionare precedente, così come quello di Ziliani accomuna chi truffa e chi si comporta secondo le regole.
    Ricordo che molti vini del nord europa, compresa la Francia (Bordeaux) sono fatti anche tramite l’aggiunta di zucchero (chapitalisation), cosa vietatissima in Italia (dove invece si può usare mosto concentrato). Sono tutti deliquenti, o tutti i vini truccati?

  7. Caro Paglia (come vede per l’uso del caro non mi riferivo a lei) so bene che la gomma arabica é consentita dalla legge, ma anche senza accomunare “chi truffa e chi si comporta secondo le regole” continuo a diffidare e a sentire lontano dal mio modo di vedere e sentire il vino il produttore che addizioni di gomma arabica il mosto frutto del suo duro lavoro in vigna.
    Per me il vino é altra cosa, senza ricorso a concentratori, enzimi e tannini aggiunti, gomme arabiche, chips e chissà quale altra diavoleria consentita, purtroppo, da legislatori che nel migliore dei casi sono miopi. O che non sanno proprio cosa sia il vino.
    Questo é il mio modo di scrivere e di dire… vino al vino…

  8. Ahimé non saro´”caro” allo Ziliani, ma lui é caro a me, non per motivi ascosi ma perché scrive :”Per me il vino é altra cosa, senza ricorso a concentratori, enzimi e tannini aggiunti, gomme arabiche, chips e chissà quale altra diavoleria consentita, purtroppo, da legislatori che nel migliore dei casi sono miopi. O che non sanno proprio cosa sia il vino.” Concordo pienamente .

    Il mio intervento non era tanto in merito alla gomma arabica, permessa (ma permessa non vuol dire obbligatoria) ma alla solita musichetta di dire il nome del peccato ma non del peccatore. Secondo me o si parla o si sta zitti, Cosí come é e con tutte le sue buone (?) intenzioni il blog di Carlo Macchi non solo non é uno “scoop clamoroso” ma non serve a niente ed anzi offende tutti quelli che lavorano senza pratiche di cantina ( lecite o illecite)

  9. secondo me Carlo Macchi voleva solo dire che non è poi tanto facile distinguere un vino non “gommato” da uno gommato, e anche che pratiche del genere sono norma anche presso denominazioni importanti.

    Forse per gli esperti del settore si tratta di due ovvietà, ma sicuramente non sono ovvietà per una larghissima fetta di appassionati

  10. Caro Franco (fra amici si può)
    Vedo che il mio pezzo su http://www.winesurf.it ha destato molto interesse e, nell’attesa che il mio blog sia pronto, utilizzo il tuo per rispondere. Avrei molte cose da dire ma credo che molte rientrino nella famosa frase di guardare il dito al posto della luna. Nel mio articolo infatti non volevo mettere sulla graticola l’azienda x o y ma solo aprire un dibattito sulla liceità o meno dell’utilizzo della gomma arabica nel vino. Volevo far notare come basti poco per far diventare diverso (ed anche migliore, perché no) un vino, usando però sistemi diversi da un serio e duro lavoro in vigna ed in cantina. Inoltre volevo far notare come la legislazione in materia sia completamente carente e che forse sarebbe il momento di mettere dei sani paletti. In quanto al suo riconoscimento, dato che è una sostanza inodore, insapore ed incolore, non mi sento sminuito se non riesco a riconoscerla, mentre dovrebbero sentirsi sminuiti quei produttori o quegli enologi che incassano complimenti da girare invece al produttore di gomma arabica. Nei prossimi giorni uscirà nella sezione “enologo fantasma” (già sento le solite frasi scandalizzate sul non rivelare le fonti) l’articolo di un enologo che approfondirà l’argomento. Vi do una sola anticipazione: perché si utilizza tanta gomma arabica da quando la glicerina aggiunta è stata dichiarata fuorilegge?.
    Chiudo facendo notare che non ho mai parlato di scoop ne ho mai usato toni da “vestale disonorata” che ho trovato invece in alcuni commenti.

  11. Caro Carlo, tra veri amici quali siamo, oltre che tra colleghi che si stimano, darsi del “caro” é doveroso, grazie per la tua risposta, che condivido in toto. Avrei voluto rispondere così io, che ho parlato, seppure tra virgolette di uno “scoop” per il tuo commento sulla questione gomma arabica. Ritenevo però doveroso che, come autore del pezzo, fossi tu e non io a rispondere ai giustificazionisti che ricordano come l’uso della gomma arabica sia consentito, oppure a chi, con grande sprezzo del ridicolo, ti accusa di offendere “tutti quelli che lavorano senza pratiche di cantina ( lecite o illecite).
    Qualcuno non ha capito, o non voleva capire, preferendo prendersela con te o con me che ho segnalato il tuo intervento, che non ponevi il caso della cantina X o Y o dell’enologo W o Z che ricorrono a queste pratiche, ma di un mondo del vino italiano, disorientato e pasticcione (super eufemismo) che ritiene che per fare vino sia naturale e giusto ricorrere a questi mezzucci.
    Ma, come vedi, invece di chiamare, come tu ed io abbiamo fatto, sul banco degli imputati questo mondo del vino in confusione, per costoro é più comodo prendersela con i giornalisti, che non capiscono o sono complici…
    Per qualcuno quello che hai scritto “non serve a niente”. Per me é, invece non solo utile, ma la dimostrazione che non tutti accettano supinamente questo assurdo stato di cose, che non tutti lo giustificano. O ne sono, tacendo, e accettandolo, oggettivamente complici…

    • Sono assolutamente d’accordo che chi usa gomma arabica, e altre amenità, stia usando mezzucci per vendere e non per fare un vino serio.

  12. Mi rivolgo al sig.Macchi, al quale non volevo certo affibbiare patenti di “incompetenza” per non essere riuscito a riconscere questo diavolo di gomma arabica. Anzi, il contrario, facevo notare proprio che lui stesso riconosceva il vino supergommato non come migliore, anzi, cito:
    “Ma se volete sapere la mia non sembrava un vino grasso e opulento ma semplicemente gonfio!

    Quindi mi sembra abbastanza inutile attaccare gli addittivi ammessi dalla legge, in questo caso la ormai famigerata gomma arabica (già mi immagino enoturisti in giro per cantine a scrutare gli scaffali alla ricerca di un prodotto altrimenti fino a ieri ignorato), perché NON SERVONO a migliorare un vino che non è buono. Lo potranno arrotondare, lo potranno come dice Macchi “gonfiare” ma non lo renderanno un buon vino. Altrimenti non si spiega come mai, visto che la legge lo consente, non ci si butti ad usarla a fiumi, e chissenefrega del lavoro in vigna e in cantina.
    La mia contrarietà è quella di voler far passare il messaggio che la tecnica, la tecnologia, gli addittivi, da sempre usati nel mondo del vino siano trucchi, scorciatoie. Se questo fosse vero il vino non sarebbe quello che é. Ed è pur vero che molti addittivi sono utili a migliorare dei vini, altrimenti non si userebbero. Ma l’unica strada è quella del lavoro vero, e chi lavora in vigna e in cantina lo sa bene.

    Allora che fare? Proponiamo di mettere in etichetta tutti gli adittivi usati e le dosi, cosi’ uno si regola da solo se comprare un vino che ha addittivi che, pur ammessi per legge, possono non essere desiderati o no. E stronchiamo chi usa cose fuori legge e anche chi, per fare il puro, non dichiara la verità in etichetta. Però smettiamola di fare passare per disonesti coloro che lavorano seguendo le regole, perché questo fa peggio che meglio.

  13. Mi sembrava di aver scritto in italiano, ma comunque ripeto: ho reagito all’accusa anonima. Il seguente tipo di informazione (giornalismo, blog, chiamatelo come vi pare), non solo non aiuta il consumatore, non solo non fa chiarezza, ma anzi crea confusione. Questo era il merito e l’ essenza del mio post. Penso che – specialmente su internet – o uno dice le cose papali papali e chiare come stanno e se assume la responsabilitá o e´meglio tacere.

    Se si vuole aprire un dibattito sulla gomma arabica, i trucioli o altro, lo si faccia con tranquillitá e chiarezza, senza mettere in mezzo
    “… Si trattava di un vino DOCG proveniente da una delle più importanti denominazioni italiane. Il vino appartiene alla fascia alta di prezzo e si connota sul mercato come un vino….”

    Perché allora io semplice consumatore cosa devo pensare ? quanto traggo di chiarezza dal leggere il blog di Carlo Macchi ? Dó atto a Carlo Macchi che non é stato lui a scrivere “clamoroso scoop”, ma vedi pure, Carlo, che il testo del blog aveva insite in se le “miccie” per la citazione sensazionalistica di Franco Ziliani e altri.

    Insomma un’informazione incompleta che non ci porta un centimetro avanti,
    che non fa chiarezza : a chi giova ?
    Passo e chiudo.

  14. Sono assolutamente d’accordo con Giampaolo su tutto quel che ha replicato ed ammiro, ma veramente ammiro, l’eleganza con la quale Carlo Macchi fa rientrare in carreggiata un discorso che inevitabilmente, ma forse volutamente, era scivolato verso un “daje al produttore-enologo”.

    Aggiungo: come si fa a non pensare che frasi come
    “Ecco come intende la cultura dell’uva, del vino, del terroir, una larga parte delle AZIENDE e degli ENOLOGI consulenti italiani !” non possa che indirizzare le attenzioni critiche verso il soggetto di quella frase, cioè gli enologi e le aziende ?

    Chi scrive parla espressamente di AZIENDE e di ENOLOGI, come coloro che intendono la cultura in modo da gabbare degustatori, guidaioli e consumatori.

    E io, che quantomeno così ho letto, sono uno di quelli che “non ha capito (…)che non si poneva il caso della cantina X o Y o dell’enologo W o Z che ricorrono a queste pratiche, ma di un mondo del vino italiano”

    Sarà colpa mia che in quanto consumatore faccio parte del mondo del vino italiano?
    Sarà che finchè non giochiamo col Barcellona sono di buon umore? Sarà che non vedo l’ora che qualcuno faccia una delle tre cose che seguono:
    A) portare le bottiglie dai NAS
    B) dire questo vino (codice fiscale del vino) è legale ma mi fa schifo perchè c’è troppa chimica, meglio quest’altro (codice fiscale del vino) che non ne ha
    C) evitare di esprimere i “concetti” di A e di B se si deve cadere nel solito dire-non dire (peccato si ma peccatore no)

    Questo qualcuno si palesi, please, caffè pagato !

  15. Ho cambiato l’attacco del mio post relativo all’articolo sulla gomma arabica di Carlo Macchi.
    Vediamo se ora qualche capzioso e perditempo trova lo stesso da dire, visto che mi rimproverava di aver parlato, seppure tra virgolette, di “scoop”…
    Quanto alle citazioni sensazionalistiche le lascio alla smania di protagonismo di qualche singolare personaggio intervenuto nella discussione…

  16. Trovo vermanete scandaloso che l’intento di un giornalista serio di creare un dibattito sano su un argomento che riguarda così da vicino noi tutti, sia travisato come voglia di mettersi in mostra o di prendere il premio Pulitzer.
    Carlo Macchi ha, per prima cosa, dichiarato che “per ovvi motivi” (così ovvi che chi non lo capisce mi lascia perplesso) non può rivelare il nome dell’enologo. Il tutto è a cascata, o se volete, a risalita: non sarebbe difficile, con un elemento in mano, risalire a quella o quell’altra persona, rovinandone il nome. Il vero giornalista si distingue dal paparazzo di turno, perchè non crea scandali, ma pone dei punti di domanda che, si spera, possano arrivare anche alle orecchie di produttori, enologi o quant’altro affinchè comincino a pensare seriamente a quello che stanno facendo. Indipendentemente dalla liceità o meno delle pratiche di cantina. Non è che siccome la legge lo consente è bello e giusto. Grosso errore. Gianpaolo dice: “La gomma arabica è consentita dalla legge (reg. UE 1493/99 del 17 maggio 1999, all. IV)pertanto chiamarla una cialtronata enologica è fuorviante e non serve a chi legge a farsi un’idea corretta”. Sarà, ma a me serve, non è fuorviante, e mi fa considerare la cosa come una cialtronata enologica. Perchè se questo serve a rendere il vino più ammaliante per il grande pubblico, a vincereil premio x o il premio y, a prendere i tre bicchieri, i cinque grappoli o i sette peduncoli, se questo serve a rendere il vino più “meretrice”, passatemi il termine, io questo lo voglio sapere, perchè mi porterà a guardare con più attenzione ciò che bevo, a conoscere di persona i produttori, ed in questo modo ad approfondire una mia conoscenza personale sul variegato mondo del vino. Se Gianpaolo lo considera fuorviante perchè pensa che dopo tale articolo ci sarà gente che non berrà più vino in virtù di ciò, beh, di decerebrati ce ne sono in giro, questo articolo non cambierà il loro numero.

  17. Alea scrive:
    “Perchè se questo serve a rendere il vino più ammaliante per il grande pubblico, a vincereil premio x o il premio y, a prendere i tre bicchieri, i cinque grappoli o i sette peduncoli, se questo serve a rendere il vino più “meretrice”, passatemi il termine, io questo lo voglio sapere, perchè mi porterà a guardare con più attenzione ciò che bevo, a conoscere di persona i produttori”

    Quindi Alea, adesso che hai letto; ti sei informato; ancora non puoi tradurre X e Y con dei nomi veri; ebbene cosa cambia nel tuo comportamento?

  18. Lo ritengo talmente “fuorviante” da proporre di metterlo per legge in etichetta, così che si possa dare la possibilità reale a chi consuma di scegliere se bere un vino di un certo tipo oppure no. Al tempo stesso vedere poi veramente quanti sono i vini fatti veramente senza l’uso di nessun addittivo, prevedendo pene severe per chi afferma il falso.

    Ritengo fuorviante invece ritenere cialtrone chi si attiene alla regole di legge, in questo caso si parla di vino ma può riguardare qualunque attività. Qui mi sento di dire che non si fa un favore alla chiarezza dell’informazione accomunare chi si comporta in modo illecito e chi no.

  19. Guarda che qualche secoo fa era lecito anche bruciare le streghe. La liceità deve andare alotre la legge. E te lo dice un giurista…

  20. Rispondo a mctaveck: il mio comportamento, una volta che so che c’è gente che fa di queste cose, sarà di maggiore attenzione, di maggior informazione, e se so che un vino è fatto così, lo eviterò, magari sconsigliandone l’acquisto a chi me lo chiede.

  21. Intervento conclusivo per quel che mi riguarda. Una cosa é chiara, Macchi scrivendo quello che ha scritto e io riferendo quanto lui aveva detto abbiamo toccato un nervo scoperto.
    Molti produttori amano avere mano libera in cantina e facendosi scudo di leggi e regolamenti che consentono loro (chissà perché) grande libertà di manovra, non vogliono assolutamente che si faccia notare loro l’assoluta assurdità e innaturalità di taluni comportamenti. Se gli si dice qualcosa, come reagiscono ? Con grande fastidio, con lo stesso atteggiamento di chi dice: “a regazzì, ma lassame lavorà”…
    Lasciamoli lavorare dunque e fare quello che vogliono. Noi ci limiteremo a prendere nota di chi reagisce in questo modo alle nostre osservazioni ed eviteremo di occuparci di loro e di consumare i loro vini. C’é ampia scelta sul mercato, no ?

  22. Rispondo ad Alea e concludo, lui dice:

    “il mio comportamento, (…) se so che un vino è fatto così, lo eviterò, magari sconsigliandone l’acquisto a chi me lo chiede”

    E allora mi dai ragione! Questo è il punto! O si sa di QUALE vino stiamo parlando (Nome e cognome, vedi il mio punto B) e lo si evita, oppure questi argomenti rischiano di essere senza seguito, forse strumentalizzati.

    Con ciò non dico affatto che non se ne debba parlare, ma anzi, arrivare a concludere un ragionamento, una teoria esponendosi con proposte e iniziative alternative che, ne sono sicuro, sono nelle corde degli autori (autore?) dell’articolo.

  23. Chiaro, è un problema spinoso.

    Da una parte c’e’ una legge che permette l’uso di una marea di adittivi. Dall’altra non c’e’ l’obbligo di indicarli in etichetta.

    Ancora, da una parte c’e’ chi vuol far passare il messaggio che chi fa vino con l’ausilio degli adittivi sia un cialtrone, o peggio un deliquente, dall’altra c’e’ la realtà del vino, solo in Italia oltre 45 milioni di HL, che abbisogna di tecnica enologica.

    Per me c’e’ una sola certezza, il consumatore deve essere in grado di decidere. Per poterlo fare, in modo chiaro, onesto, trasparente, c’e’ solo una strada, l’obbligo di dichiarare l’uso di certe pratiche enologiche che, pur essendo ammesse per legge possono essere indesiderate.
    Qui c’e’ la mia opinione http://poggioargentiera.blogspot.com

    Per Alea: Io lascerei perdere i paragoni azzardati dei roghi delle streghe, che mi sembra con il discorso vino c’entrino poco.

  24. Gianapolo dice: “da una parte c’e’ chi vuol far passare il messaggio che chi fa vino con l’ausilio degli adittivi sia un cialtrone, o peggio un deliquente, dall’altra c’e’ la realtà del vino, solo in Italia oltre 45 milioni di HL, che abbisogna di tecnica enologica”.
    Lungi da me additare come “cialtrone” o “delinquente” chi fa uso di additivi consentiti da una legge che mi sembra troppo permissiva. Chi ricorre a queste pratiche, sapendo di non doverlo dichiarare per legge in etichetta, é per me solo un furbetto.
    “Cialtroni” e “delinquenti” e mascalzoni e disonesti sono altri nel mondo del vino, quelli che spacciano per Barolo e Brunello di Montalcino (cito questi due vini ma potrei citarne molti altri) vini dove accanto al Nebbiolo e al Sangiovese in purezza, previsti dai disciplinari, vengono usate tutt’altre uve; quelli che ricorrono all’osmosi inversa, quelli che utilizzano le pratiche enologiche più spregiudicate per fare vini senz’anima e senza verità.
    Spero di essere stato chiaro.

  25. Prima di tutto è mio desiderio ringraziare tutti per le preziose informazioni e testimonianze inserite in questo Blog. Di gomma arabica, osmosi inversa e altro non sapevo nulla!
    Sono un mero consumatore di vino, non certo uno studioso o eno-gastro-critico-giornalista. Di fronte al vino che bevo (oso dire con sempre maggior consapevolezza – e come me tanti amici e conoscenti) direi che assumo una atteggiamento che definirei pratico. Non ho nulla contro la tecnologia, anzi, la trovo interessante e fondamentale. Se un vino è buono perché il produttore utilizza una tecnica speciale, LEGALE, allora ne prendo atto e lo bevo con molto piacere e gusto. Se è buono è buono! Se ha costruito un buon vino, bravo!
    Piuttosto, da consumatore, pretenderei di essere informato sulle eventuali aggiunte. Se aggiungono gomma arabica o turaccioli o essenza di rospo delle Antille per migliorare il vino, allora sarebbe necessario saperlo sia per essere consapevole di cosa ingurgito sia per pura curiosità, per conoscenza, per informazione!
    Piuttosto, bisogna fare attenzione al nome del vino! Infatti se compro un Barolo, vorrei bere Barolo e non una (benché lecita) fantasia tecnica di qualche produttore. Se tal produttore al Nebbiolo aggiunge gomma arabica e/o altro, allora dovrebbe farci il piacere, oltre che esplicitarlo in etichetta, anche dare un nome di fantasia e non il nome di Barolo, che è altra cosa. Fondamentale, in questo senso, i disciplinari: se vogliono la difesa di un vino, espressione del territorio e dell’uva di quel territorio, allora devono limitare al massimo (ed al limite impedire totalmente) aggiunte e tecniche che possono in qualche modo portare ad un cambio netto del prodotto. Se invece i disciplinari lasciano larga possibilità di interpretazione ai produttori allora è chiaro che si tende a pasticciare e mistificare. I furbetti ci sono sempre, anche perché i costi sono alti e “rientrare” attraverso facili e veloci vendite è tentazione comprensibile.
    Un caro saluto.

  26. Gianpaolo dice: “Per Alea: Io lascerei perdere i paragoni azzardati dei roghi delle streghe, che mi sembra con il discorso vino c’entrino poco”.
    Volevo solo dire, che è molto rischioso parlare di legge, e ciò che è lecito ora, può non esserlo fra 10 giorni e viceversa.
    Concordo che alcune addizioni bisognerebbe che fossero evidenziate in etichetta. Ritengo altresì che certe manipolazioni, lecite o meno che siano, non rientrano nel concetto di vino. Semmai in quello generico di bevanda, come può esserlo la Coca Cola o la Sprite.

  27. Direi che il punto dell’utilizzo della gomma piuttosto di altri intrugli è questione, oltre che di legge, anche di gusti e di intendere il vino. Se il prodotto che ne viene fuori è ottimo, perché non dirlo. Ma dobbiamo sapere come tal vino è stato attenuto e con che cosa. Così beviamo (o scegliamo di non farlo) giustamente informati. E’ un po’ come la questione delle donne siliconate!! Qualcuno è ostile al seno rifatto, altri dicono “perché no?”……la mia collega che si è “rifatta” di recente è molto carina!!!
    ;-))))

  28. Segnalo solamente, senza aggiungere altre opinioni, interessantissimi link semplicemente guglando con:

    “gomma arabica vino”

    Specialmente i link di chi la gomma arabica per enologia la produce, pare, anche e forse soprattutto per filtrare oltre che per ammorbidire.
    Spero che l’informazione possa essere utile.

  29. Pingback: Trashfood

  30. Buongiorno,
    premetto che sono solo un consumatore, e neanche molto esperto.
    Riguardo la degustazione di Carlo Macchi del vino DOCG “prima e dopo la cura”, credo di non sbagliare ritenendo che l’espressione GONFIO, se degustato da solo senza il confronto, sarebbe risultata essere banalmente ROTONDO.
    Scusate la brutalità del concetto, ma e’ una vita che bevete e commentate vini “aggiustati” con la glicerina prima e la gomma arabica ora, descrivendoli spesso come nettari e di colpo i vini dovrebbero essere “nature” come faceva il nonno?
    Concordo invece sull’importanza di elencare in etichetta gli additivi (come x altri alimenti i coloranti, conservanti ecc…).
    Saluti
    alex

  31. Pingback: Radio Simplicissimus

  32. Pingback: Poggio Argentiera

  33. Mi sono trovato a leggere, per caso, questa pagina mentre facevo una ricerca in internet su nuovi prodotti enologici a base di gomma arabica.
    Premetto di essere una persona che è nel mondo del vino fin da quand era bambino (nato in una famiglia di produttori di vino di alta qualità dal 1910)e vorrei lasciare un mio commento in merito alle tante chiacchiere scritte e scambiate in questo blog, certamente inutili data la scarsa informazione e il sospetto (diabolico) dei conversanti.

    La GOMMA ARABICA è un prodotto NATURALE estratto dalla pianta di acacia coltivate nella fascia sudaniana dell’Africa. Data la sua perfetta edibilità, solubilità e naturalezza, la normativa italiana non prevede per il suo utilizzo nemmeno un tetto massimo.
    La bufala maggiore è però nelle sue proprietà, la gomma arabica non trasforma un vino scadente in un vino ottimo , ma semplicemente fissa le sostanze coloranti e le proteine presenti,NATURALMENTE nel vino e non permette a queste di precipitare, garantendo l’integrità del prodotto.
    Però non può essere confuso con un conservante che ha tutt’altra natura funzione. La sensazione di gradevolezza che si avverte è dovuta proprio a questo effetto “compatante” della colla di origine naturale. Preciso che è usata anche in altri settori dell’alimentazione ed è INDISPENSABILE ad una responsabile e professionale produzione di un prodotto.
    N.B.: nei vini da invecchiamento se ne usa una dose mlto inferiore (non sto qui a precisare i motivi).
    Sperando di potervi essere stato utile, vi saluto.

    Antonio C.

  34. Il giovane enologo dovrebbe spiegarci anche cosa c’entra una pianta di acacia coltivata nella fascia sudaniana dell’Africa con i nostri vini ed i nostri territori…

  35. Risposta a Corrado:
    L’appunto fatto da Corrado mi sembra poco pertinente alle mie affermazioni e sicuramente fatto da una persona estranea al mondo del vino, forse da un consumatore poco attento alla qualità del prodotto. Non ha sicuramnte riflettuto su fatto che dietro un bicchiere di ottimo vino che possa lasciare al consumatore una sensazione piacevole, un’emozione, c’è il lavoro di tanti sperimentatori e ricercatori che dal tempo dei romani hanno cercato di MIGLIORARE i nostri vini per portare nel nostro bicchiere tutto quello che c’è nelle nostre uve e nei nostri territori senza che nulla vada perso durante la lavorazione (cosa facile ad accadere).
    Vi sono molti prodotti enologici comunemente utilizzati dai produttori, indicati dalla legge (che tutela il consumatore) che forse non conosce:
    Caseinato di potassio, Albumina d’uvo, metabisolfito di potassio, colla di pesce, tannini, lieviti, enzimi, batteri lattici,PVPP, Mannoproteine, acido tartarico e metatartarico,ecc . La gomma arabica è l’ultimo prodotto ad essere usato prima della messa in bottiglia.
    Se vogliamo discutere dell’utilità di avere in cantina la consulenza di un’esperto conoscitore del vino (dicesi enologo), facciamolo,discutiamo di ogni singolo prodotto, di quali sono i pro e i contro di un suo utlizzo:
    si scoprirebbe ad esempio che l’albumina d’uovo non è altro che il bianco dell’uovo(essicato in polvere) usato già dai romani per rendere limpido il vino.Potrei continuare, ma sarebbe forse inutile quando dall’altra parte c’è chi si rifiuta di capire…. E’ giusto allora che parlando con lui si neghi ogni processo di lavorazione, il vino buono si ottiene premendo l’uva con i piedi e poi non sò…

    Antonio C.

  36. Ho letto con interesse la vostra discussione, tutta incentrata sulla qualità del vino, sul gusto, piuttosto che sull’onestà dei produttori, eccetera eccetera.
    Ma c’è un però… molte persone sono allergiche a delle sostanze (vedi ad esempio la gomma arabica, l’uovo o che so io) ed è doveroso riportare in etichetta gli ingredienti perché alcuni di loro potrebbero anche morire!!!
    Trovo veramente ingiusto e sbagliato, nonché criminale, che sia consentito vendere prodotti alimentari che non riportino per filo e per segno i loro ingredienti.

    Saluti a tutti

  37. “L’appunto fatto da Corrado mi sembra poco pertinente alle mie affermazioni e sicuramente fatto da una persona estranea al mondo del vino, forse da un consumatore poco attento alla qualità del prodotto”…
    Il vino penso di conoscerlo un pò, visto che lo produco e ci mantengo una famiglia. Il giovane enologo dovrebbe sapere che, metabisolfito di potassio a parte, e anche su questo si potrebbe discutere, non c’è un solo prodotto di quelli da lui elencati che sia assolutamente fondamentale per fare un vino di qualità. Si tratta di coadiuvanti chimici utilizzati dagli enologi non tanto per migliorare i vini ma per correggere e/o costruire vini lavorati male oppure provenienti da uve poco sane. Dopodiché nessuno osa mettere in discusione la professione dell’enologo: si sta soemplicemente dicendo che un grande territorio e una buona annata, abbinati a semplici e attente tecniche di trasformazione, sono in grado di dare ottimi vini senza una invadenza della chimica. Che è nata con le indutrie del vino e per le industrie del vino.

  38. Sono perfettamente daccordo con Corrado quando dice: “Il giovane enologo dovrebbe sapere che, metabisolfito di potassio a parte, e anche su questo si potrebbe discutere, non c’è un solo prodotto di quelli da lui elencati che sia assolutamente fondamentale per fare un vino di qualità. Si tratta di coadiuvanti chimici utilizzati dagli enologi non tanto per migliorare i vini ma per correggere e/o costruire vini lavorati male oppure provenienti da uve poco sane. Dopodiché nessuno osa mettere in discusione la professione dell’enologo: si sta semplicemente dicendo che un grande territorio e una buona annata, abbinati a semplici e attente tecniche di trasformazione, sono in grado di dare ottimi vini senza una invadenza della chimica. Che è nata con le indutrie del vino e per le industrie del vino”.
    Ed aggiungo a riguardo di lieviti e batteri lattici: “costruire aromi e profumi di moda, particolarmente apprezzati nel consumatore” che non hanno nulla a che fare con il terroir.
    Bene la tecnologia, purchè non invasiva, rispettosa delle tradizioni e fatta senza presunzione come il giovane enologo sembra non considerare.

  39. In risposta alle osservazioni fatte.
    Vorrei precisare che il mio non voleva ne essere un’attacco, ne una lezione di enologia, ma voleva(forse con tono troppo irriverente) essere una testimonianza che mancava a questa lunga serie di batti e ribatti.
    Una testimonianza al di là della palizzata una risposta da parte dei produttori e degli addetti ai lavori.
    Affermare che le operazioni demonizzate sono pratica diffusa vuol dire che il 99,9% (gomma arabica, in particolare, dato il costo)le impiega con responsabilità in un corretto processo di vinificazione.
    Non sono tanto gli industriali del vino a ricorrere a prodotti enologici costosi per migliorare i vini lavorati sicuramente bene ma da uve di scarso valore per un vino di basso prezzo, ma sono i blasonati e riconosciuti campioni di qualità a fare ricorso a queste LECITE evoluzioni tecnologiche che pur partendo da un’uva eccezionale vogliono di arrivare all’eccellenza dotandosi di professionalità capaci di guidare la vinificazione all’optimum, tanto desiderato.
    Il mio invito è a valutare un vino dal piacere che si ha bevendolo come si fa guidando una Ferrari senza chiedersi che diavoleria hanno pensato gli ingegneri per avere tanto equilibrio e potenza.La legge garantisce la nostra salute e le aziende italiane sono garanzia di qualità e individualità in tutto il mondo (con le dovute eccezioni)

  40. Mi inserisco a questo punto in questa discussione che mi è sembrata molto intesessante, ringrazio in particolare il giovane enologo e produttore per la testimonianza sicuramente di maggior valore riscpetto alle tante chiacchiere fatte.

    Peppe P.

  41. Pingback: Blog | Scienza in cucina » Blog Archive » In vino veritas?

  42. Sono d’accordo con quanto scritto dal giovane enologo. Se il vino che bevi ti da soddisfazioni ed emozioni non pensare a ciò che vi hanno messo, ma al fatto che ti sta emozionando ed ai tempi nostri sono poche le cose che riescono ancora a farti emozionare come il vino.
    L’aggiunta di eventuale gomma arabica non riuscirà mai a trasformare il gusto del vino in quello di una bevanda che con il vino non ha nulla a che fare.
    Inoltre vorrei ricordare che l’uso corretto dei coadiuvanti e di tutto ciò che ha elencato il giovane enologo, teso al miglioramento delle caratteristiche organolettiche del vino, non è cosa da tutti. Anche nel loro impiego ottimale occorre una grande conoscenza e professionalità al pari di quella necessaria per fare un ottimo vino privo di tali prodotti e che solo pochi addetti ai lavori hanno.
    grazie

    Dr. S. LICCIARDELLO

    • invece si deve pensare, é giustissimo pensare a ciò che gli enologi possono aver messo in un vino. E non é vero che il ricorso esasperato a prodotti vari é “teso al miglioramento delle caratteristiche organolettiche del vino”. Semplicemente ne cambia le caratteristiche e rende il vino meno autentico, quando non fasullo

  43. Questo è un post del 2006, di cui non avevo conoscenza, e mi ha fatto molto piacere scoprirne l’esistenza e la costante attualità.
    Ho la sensazione che alcuni (spero non molti) giovani enologi conoscano molto bene la “Strada Maestra” per fare un ottimo vino ed “arrivare all’eccellenza dotandosi di professionalità capaci di guidare la vinificazione all’optimum, tanto desiderato”. Certo, l’autostrada è comoda e veloce, e ci porta subito a destinazione, ma vuoi mettere il piacere di godere il panorama, con tutte le sue sfumature e tutti i suoi profumi, percorrendo la normale strada di campagna? Senza contare che a destinazione ci si arriva lo stesso…
    Combinazione vuole che in questo post ci sia una risposta di Franco Ziliani del 26/4/2006, dove ben prima di Brunellopoli puntava il dito contro “quelli che spacciano per Barolo e Brunello di Montalcino (cito questi due vini ma potrei citarne molti altri) vini dove accanto al Nebbiolo e al Sangiovese in purezza, previsti dai disciplinari, vengono usate tutt’altre uve”. E’ un’altra autostrada, ma la destinazione è la stessa. Quale? Non saprei proprio…

    • caro Paolo, grazie per aver ricordato quanto scrivevo nell’aprile di cinque anni fa, due anni prima dello scoppio di Brunellopoli. Così a Montalcino e altrove (anche alcuni “simpatici” colleghi) avranno gioco facile nel dire che farneticavo e che facevo il talebano già prima che la realtà, e le Procure, fossero costrette a prendere atto di quel che avveniva tranquillamente. In spregio ai disciplinari, alla verità e all’onestà..

  44. Giusto Dr. Ziliani, quando parlo di coadiuvanti o additivi mi riferisco solo al caso in cui si voglia migliorare le caratteristiche di un vino. Ma solo chi davvero li sa impiegare con parsimonia e professionalità riesce ad avere questo effetto. Altrimenti il rischio è di peggiorarlo.
    Anche io ovviamente sono per la lealtà e per l’onestà intellettuale. Ma se critichiamo così aspramente queste pratiche enologiche dobbiamo anche avere il coraggio di dire che tutti i vini premiati e lodati nel mondo, elogiati da siti, editoriali e grandi concorsi enologici devono essere ridimensionati alla luce di quanto detto fin’ora.
    Se poi vogliamo davvero essere coerenti, allora dobbiamo avere anche il coraggio di non impiegare neanche il metabisolfito di potassio. Prodotto che davvero fa male alla salute ma di cui evidentemente nessuno può o sa fare a meno.
    O non mettiamo nulla o non imbarazziamoci se nel vino si introducono sostanze sconosciute ai più.
    Si dovrebbero inoltre mettere gli enologi nelle condizioni migliori perchè non appaiano agli occhi della gente come degli stregoni irrispettosi delle leggi e del consumatore. Perchè questo è un grosso pericolo che si sta correndo. L’enologo è un professionista non meno serio dell’avvocato che difende un assassino.
    La legge dovrebbe tutelarli costringendo i produttori a specificare nell’etichetta tutti i singoli prodotti impiegati nel vino. Ma a questo punto verrebbe fuori un altro problema, vale a dire la serietà dei controlli di qualità.
    un saluto rispettoso a tutti

    • Non si tratta + di mettere coadiuvanti nel vino x migliorarne la qualità ma di andare a caccia di sapori profumi ed aromi x trovare nuove fette di mercato oramai già saturo. La globalizzazione ci ha portato vini di tutti i gusti e costi…………

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *