Non insozzate il Barolo ! Una bella degustazione di Spirito di vino

Voglio fare pubblicamente i miei complimenti a Pierluigi Gorgoni per la sua brillante e profonda introduzione ad una degustazione di Barolo della splendida annata 1999 che costituisce il clou del nuovo numero di Spirito di vino e per le note di degustazione, redatte con stile personale, vibrante, appassionato, dei 36 vini in degustazione.

Pur non concordando con Pierluigi, che ho conosciuto solo in un’occasione, una degustazione di Barolo manco a fare apposta, sul fatto che la discussione tra tradizionalisti e modernisti sia “fin troppo abusata e strumentalizzata” e che “non c’è una filosofia che possa prevalere sull’altra, il Nebbiolo può farsi grande Barolo con l’una e con l’altra cura, purché cura ci sia, lavoro e amore, apprensione e passione”, devo stringergli idealmente la mano per aver ricordato e con vigore, alcune evidenze.

Per aver sottolineato, innanzitutto, che “sul territorio del Barolo la superficie vitata a Nebbiolo nell’ultimo decennio è esplosa: via i vigneti a Dolcetto, ha spodestato campi e boschi, ha ridisegnato pendii accomodati alla meglio, l’importante è che si faccia uva e in cantina la si acconci a Barolo. Poi, capannoni industriali, mostri architettonici di cemento e cristallo. Quanto smanioso zelo. Quanti mercanti arruffoni. L’uva, la vite, vogliono pazienza e rispetto: il Nebbiolo di più”.

E per aver ribadito una verità che solo gli ipocriti, i farisei, i conformisti ed i politicanti, chi ha fior di scheletri negli armadi, chi vorrebbe stendere una bella pietra sopra a quel che è stato, o che ha fatto, nel buio delle cantine, vorrebbero far passare in cavalleria, anche se esiste, eccome se esiste: ovvero il problema della “rintracciabilità” dei vini e del Barolo in particolare.

Gorgoni annota: “all’interno di ogni comune si sono individuati luoghi specifici, storicamente adatti alla coltivazione del Nebbiolo da Barolo, con confini demarcati. Li si rispetti. Sono una risorsa di distinzione che è bene sia palese al consumatore”.
E poi continua, in un crescendo quasi rossiniano: “il disciplinare, giustamente, dà spazio agli istinti diversi di ogni viticoltore, non regolamenta i tempi di macerazione né gli strumenti di vinificazione e di elevazione, ma ha stabilito che il Barolo si fa esclusivamente con il vitigno Nebbiolo. E con il Nebbiolo coltivato in una zona limitata che comprende gli 11 comuni. Si rispetti questo legame. Si rispetti l’uva Nebbiolo, la sua unicità, che non è intrappolabile a priori in nessuna ricetta. Che non abiuri la sua natura, i suoi tratti salienti: il suo corredo di tannini è fortemente sbilanciato rispetto agli altri componenti, agli elementi coloranti, in primis gli antociani. Il bagaglio di precursori aromatici è ricchissimo e va preservato. Gli equilibri vanno trovati nel Nebbiolo, non lo si insozzi. Poi, si potranno preferire la massa grondante, i colori saturi e la lieve tannicità del legno nuovo, oppure lo slancio di un vino che conserva un tannino estratto dall’uva per una giusta macerazione”.

Questo, conclude (ed io non posso che sottoscrivere, perché queste cose, come quelle che più sopra Pierluigi ha ricordato, le scrivo e le ripeto, senza stancarmi mai, da anni, vox quasi clamantis in deserto…) “perché il Barolo si manterrà ai vertici dell’enologia mondiale solo finché si esalteranno le sue caratteristiche uniche e irriproducibili altrove”.

Ho già anticipato molto e non vi accennerò nulla, lasciandovi il piacere di scoprirlo leggendo questo nuovo numero di Spirito di vino (segnalo, tra le molte cose, il bel ritratto, firmato Bruno Petronilli, dedicato all’ottimo Ristorante Locanda Stella d’oro di Soragna, una verticale, ancora opera di Gorgoni, del Sossò di Livio Felluga, due bei pezzi rispettivamente di Luigi e di Teresa Cremona, dedicati al Lardo di Colonnata e alla Locanda Palazzone di Orvieto, e poi articoli di Mauro Remondino, Alvaro Pavan, Guido Ricciarelli, nonché le consuete, spettacolori immagini, di un team di fotografi da standing ovation), i risultati della degustazione dei Barolo 1999.

Risultati che confermano la tesi di Gorgoni secondo la quale si possono fare grandi Barolo sia richiamandosi totalmente alla Tradizione, come fa egregiamente Mauro (Giuseppe) Mascarello con il suo Monprivato, sia sposando l’innovazione, la french way of Barolo, la barrique spinta, come fanno, ad esempio, Clerico, Altare, Luigi Scavino (Azelia), Conterno Fantino.

De gustibus non dispuntandum est: sul rispetto del Nebbiolo come unico costituente di un vino che in etichetta riporta la dicitura Barolo e non Langhe Nebbiolo, invece si può e si deve discutere, alzare la voce, scatenare le battaglie più tenaci.
Perché a vincere siano il Nebbiolo ed il Barolo e non, invece, chi pensa esista ancora gente che assaggia… con l’anello al naso considerando i vaticini delle varie guide come sacri testi da prendere alla lettera e da venerare…  

0 pensieri su “Non insozzate il Barolo ! Una bella degustazione di Spirito di vino

  1. Si, mi ha fatto una gran bella impressione anche a me. Peccato che il giudizio sui vini che ha prevalso non sia stato il suo, almeno credo, altrimenti mi sembra un po’ contraddittorio. Mettere ai primi posti Clerico e Altare…

  2. Leggo Spirito diVino fin dal suo primo numero, soprattutto per i suoi pezzi, caro Ziliani, e ricordo su tutti quello su Cappellano e quello su Soldera, non ho ancora letto il numero in questione, ma Gorgoni è uno che con uno stile colto e personale tende sempre ad afferrare il nocciolo delle questioni, quelle spesso taciute, quasi in controtendenza rispetto alla linea generale della rivista. Che si parli di Chianti (lo conservo!) o di Tocai o di altro affonda le giuste stoccate in punta di penna. Mi associo ai complimenti!

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