Superbarbera e Supernebbiolo: cui prodest ?

Nel volume XIV del Grande Dizionario della Lingua Italiana diretto da Salvatore Battaglia il termine “pubblicità” presenta, tra gli altri, questi significati:

a) divulgazione, diffusione tra il pubblico di notizie, di dati, di fatti, di informazioni;
b) attività commerciale volta a far conoscere (per lo più attraverso inserzioni su giornali e riviste, brevi filmati, cartelli, manifesti, insegne luminose, ecc.) l’esistenza e la qualità di un prodotto o di un servizio onde incrementarne la vendita o l’uso.

Qualunque sia il mezzo pubblicitario scelto, e lo strumento, cartaceo o audiovisivo, adottato, quando si sceglie di fare pubblicità, occorre sempre tenere in debita considerazione due aspetti:


1) a chi ci si rivolge;
e come debito corollario, in funzione del tipo di destinarlo al quale il messaggio è indirizzato,
2) che tipo linguaggio utilizzare. 

In base a questo tipo di ragionamento viene logico concludere che chiunque, ad esempio, decidesse di pubblicizzare su un quotidiano nazionale o su un settimanale a larga diffusione e non su una rivista specializzata, un autovettura, e lo facesse parlando di cilindri, di alberi a camme, di iniezioni, di coefficienti aerodinamici, fornendo dettagli tecnici a iosa, quasi si rivolgesse solo ad un’audience formata da ingegneri, meccanici, tecnici, starebbe decisamente compiendo un errore. O meglio, per restare in tema, andando fuori strada.

Passando dai casi generali al mondo vinicolo, una domandina semplice semplice: se vi capitasse di dover pubblicizzare, scegliendo come strumento la pagina di un grande quotidiano come il Corriere della Sera (e non un settimanale locale come la Gazzetta d’Alba…), un vino, o di presentare l’attività di un’azienda, scegliereste termini come “protocollo vinicolo, potatura rigorosa, limiti nella concimazione azotata”. E poi, ancora, di “progetti di ricerca sulla tipicizzazione degli aromi, sulla maturazione in pianta e sulla shelf life del Moscato” ?
Sicuramente, sono pronto a scommettere, trattandosi di una comunicazione rivolta al grande pubblico, avreste utilizzato ben altro linguaggio…

Ingenui, cari amici miei, perché una grande cantina sociale piemontese, Terre da Vino, che si è presentata come “prima azienda vitivinicola del Piemonte” con “quasi 4700 ettari di vigneto coltivati da oltre 2600 viticoltori organizzati in 14 cantine di vinificazione”, ha invece scelto proprio questo tipo di linguaggio da addetti ai lavori, tra il criptico e l’iniziatico, per la sua “informazione publiredazionale” pubblicata a pagina 18 sul Corriere della Sera di sabato 25 marzo.
Sorprendente scelta, trattandosi di una comunicazione rivolta a pubblicizzare la degustazione in una serie di enoteche e ristoranti della Lombardia, di cui venivano forniti i recapiti, di un Barbera d’Asti Superiore pavesianamente denominato
La Luna e i Falò.
Ma scelta ancora più sorprendente e a mio avviso ben lontana da quella volontà di diffondere “notizie, dati, fatti, informazioni” e quindi di comunicare, ovvero farsi capire e non parlarsi addosso, se si considera che nella sua carta d’identità aziendale Terre da Vino, installatasi qualche anno fa, non senza polemiche, in quel di Barolo, ha fatto ricorso ad altri singolari concetti.

Capisco benissimo che in una presentazione di quel che si è e di quel che si fa si possa tendere ad enfatizzare, ma tenendo conto che il target della “informazione publiredazionale” non era una platea di tecnici, che senso può mai avere, sulla paginata del Curierun rivolta agli indistinti signori e signore Bianchi, Rossi, Esposito, Rota, parlare di “protocollo vinicolo, potatura rigorosa, limiti nella concimazione azotata, di tipicizzazione degli aromi e di shelf life del Moscato” ?
Forse i giornalisti specializzati ed i curatori delle guide che, in larga parte, vanno in brodo di giuggiole (e talvolta contribuiscono a creare) per simili amenità, si faranno impressionare ed esclameranno perbacco e perdindirindina!, di fronte alla presentazione de
La Luna e i Falò quale espressione di un “Progetto Superbarbera” che, in base alla “esperienza maturata in questi anni, ha portato lo staff tecnico dell’azienda a scegliere l’utilizzo di 1/3 di barriques nuove, 1/3 al 2° passaggio e 1/3 al 3° passaggio, con variazioni in funzione della concentrazione dell’annata”.
Ma la sciura Maria, la casalinga di Voghera che compra il vino per il marito al supermercato, oppure il bancario di Bergamo, il commercialista di Benevento, i titolari di partita Iva di Treviso, Verona e Ragusa, come reagiranno di fronte a parole tanto altisonanti e, per loro, assolutamente incomprensibili? Saranno spinti a provare, anche solo per curiosità, questo vino ?
Padronissimi i responsabili della Grande Cantina che dopo essersi installata, con discutibile scelta logistica, esattamente a metà tra le sacre colline delle Brunate e dei Cannubi, prevede ora di ingrandirsi (e vedremo cosa diranno questa volta, amministratori e cittadini, a Barolo…), di comunicare come vogliono, e di spendere qualche decina di migliaia di euro.

Ma per favore, anche se sono presi ed estasiati dai loro progetti di far diventare mega e stellare un vino popolare (anche se nobile) come la Barbera, che lascino stare il Nebbiolo, visto che parlano senza mezzi termini di un “Supernebbiolo” !
Evidentemente (e stupisce che accada con un’azienda di siffatta importanza) non sono informati che a furia di Super Tuscan e di Super Chianti la grande regione concorrente del Piemonte,
la Toscana, è andata in crisi e ha perso, come ha scritto di recente anche il New York Times, la propria identità…
E con altrettanta evidenza il management di Terre da Vino fa finta di non sapere che il Piemonte e l’albese, dove già i vini “creativi”, ovvero i Langhe Nebbiolo ed i Langhe Rosso, non si può dire godano di grande salute, non hanno assolutamente bisogno di fantomatici Super Nebbiolo, Super Barbera, Super Dolcetto, espressione di un tardo mito toscano, ma di terza mano…

Ma quali Superbarbera e Supernebbiolo !
Per fare veramente del bene alla Langa, dove, parole dello scrittore Nico Orengo (Di viole e liquirizia Einaudi editore), “siamo diventati una grande cantina:
la Ferrari del vino… e anche la Ford”, dove ben pochi hanno mantenuto i modi, e lo stile, del contadino, dove il vino è diventato “un’industria. Come fare fuoriserie” e dominano “enologi, tecnici, pubblicitari, rappresentanti internazionali”, basterebbe riscoprire e far cantare a gola spiegata la voce autentica del Nebbiolo e della Barbera.

Questo senza sottoporli a Super trattamenti, che saranno pur legittimi, ma porterebbero ad identità, decise a tavolino, che fanno venire i brividi solo a pensarci.
Proprio come se ci trovassimo nel laboratorio di Frankestein, del Dr. Jekyll e di Mister Hyde, e non in quella terra magnifica che resta benedetta da Bacco, anche se ridotta, dall’ingordigia degli umani e dai normalizzatori del paesaggio, ad uno scenario di “colline e colline di vigna tutte uguali”…  

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