Barbera & Co: un’utile introduzione all’universo Barbera

Barbera & Co.Non fateci caso se con le sue circa 40 pagine di pubblicità sulle complessive 120 Barbera & Co. seconda edizione dell’annuario riservato al barberoso piemontese universo, curato da quel singolare personaggio che è Elio Archimede, ha tutto l’aspetto di una collezione di inserzioni pubblicitarie (dalla pagina intera al quarto di pagina) di noti e meno noti produttori di quel vino generoso (una bella donna prosperosa con le curve al posto giusto) chiamato Barbera.

E’ anche quello questa pubblicazione, anche un repertorio, comunque utile per informazioni sulle varie aziende, loro indirizzi, siti Internet e recapiti e-mail, del panorama produttivo che alla Barbera, giacché il vitigno è maschio, ma il vino è inconfondibilmente femmina, oggi guarda.

Ma è, soprattutto, ed è per questo che ve lo segnalo, (120 pagine 10 euro Sagittario editore tel. 0141 954278 mail ) un utile percorso nell’economia, la geografia, la storia, la memoria, il sapere tecnico, agronomico ed enologico, l’esperienza del bere, della Barbera.

Un volume, corredato anche da dati statistici, da testimonianze di convinti Barbera fan, quasi tutti di orientamento “rive gauche”, come Folco Portinari, Giuseppe Lo Russo, Maurizio Gily, Giancarlo Montaldo (il sindaco di Barbaresco), Armando Gambera, Donato Bosca e l’amico Lorenzo Tablino, che ci aiuta a capire la complessità, la ramificazione di espressione, le multiformi problematiche delle tante Barbera piemontesi (Asti, certo, ma anche Monferrato, Alba, Colli Tortonesi, Gabiano, Rubino, Collina Novarese, Pinerolese, Canadese, Collina Torinese, e Piemonte Barbera).

Di quelle che costano sotto ai cinque euro e di quelle, invece, che hanno mirato (finendo spesso fuori strada) alla fascia alta, anzi, altissima del mercato.

E a proposito delle quali Elio Archimede, già mio direttore ed editore negli anni (bellissimi) della mia collaborazione a Barolo & Co, scrive parole nella sua introduzione, intitolata Il tempo delle scelte, che vale la pena riportare.

Scrive Elio: “Non è simpatico chiamare questa condizione (del Barbera e degli altri rossi italiani) col nome di crisi, però i tempi non sono positivi, né per chi produce (e in parte se lo tiene), né per chi lo ha sempre proposto (e oggi deve ripensarci), né soprattutto per chi continua ad amarlo, ma se lo ritrova nel bicchiere a prezzi e assurdi e troppo spesso privo di quel fascino e quella giocosità che lo avevano fatto innamorare.
E tutto in base a pregiudizi che in questi anni hanno attraversato e complicato la vita del vino più amato dagli italiani. “Il gusto internazionale vuole altri vini”, “dobbiamo fare un grande vino rosso, capace di competere con i grandi rossi del mondo”, “Barbera è il vino che più di ogni altro guadagna dall’uso della barrique” e via dicendo ci siamo giocati nella maggior parte delle bottiglie che portano questa etichetta quel piacere originario del vino rosso italiano che nessuno rifiutava sulla tavola di tutta Italia, il vino che accompagnava fedelmente senza tradire il buon cibo della grande ristorazione italiana della tradizione.
E’ saggio perdere i ristoranti che misurano i clienti a centinaia tutti i giorni, e vendono le loro bottiglia a 10-12 euro, per rincorrere un riposizionamento a 50 e più euro, misurato in un cartone annuo nel ristorante di lusso ?”.
Parole sante, proprio quello che io (anche su Barolo & Co. finché ci ho collaborato) scrivo e ripeto testardamente, ovunque mi capiti di scrivere, da anni e che Archimede, anche senza rendere omaggio a chi queste cose le ha sempre sostenute e quasi in solitudine (vero Elio ?), oggi giustamente ricorda.

Barbera & CO. seconda edizione va però letto anche per tanti altri motivi, soprattutto per la lucidissima analisi di un altro vero esperto, l’agronomo Maurizio Gily, che nel suo intervento intitolato “Due o tre sassolini nella scarpa” dice cose verissime e coraggiose e controcorrenti, che “la superficie media aziendale della viticoltura del Barbera é risibile”, che “le dimensioni delle aziende sono troppo piccole per affrontare correttamente costi di produzione e mercato”, che la “piramide” delle Doc in Piemonte funziona male, perché la base (Piemonte Barbera) è più piccola del vertice (Barbera d’Asti).
E che se “la domanda galoppa, rischiamo di non poterla soddisfare e perdere quote di mercato, tutto per aver scritto che ogni vite deve produrre due chili e non tre, dimenticando la saggezza del professor Usseglio Tomasset “la vite non sa leggere”.
E poi che “sarebbe ora di fare controlli qualitativi più seri sul prodotto (a partire da commissioni di degustazione più severe sulle Doc di vertice e controlli dei vini su scaffale) e meno sulla carta. Tanto la qualità non si é mai fatta, né mai si farà, per legge, e, qualunque cosa si scriva su un disciplinare, ben pochi viticoltori modificheranno per questo il loro modo di produrre, buono o cattivo che sia”.

E tante altre cose di buon senso, frutto di un’esperienza diretta maturata in vigneto, lavorandoci, come la condanna di una ricerca e di una tecnica che “finora avevano in mente il chiodo del “supervino” a qualunque costo. Confortati in ciò da una comunicazione enogastronomia sempre più orientata verso l’iperbole barocca: la cantina-cattedrale, l’enologo-mago, il vino ottenuto, come scriveva Michele Serra in un’esilarante corsivo sull’Espresso, da un solo grappolo per ettaro, possibilmente rosicchiato dai cinghiali”.

Ecco perché, per leggere queste evidenze e saperne sulla succosa, polputa, rotonda e godereccia Barbera molto di più, vi consiglio caldamente di procurarvi Barbera & Co. atto secondo

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