Il “caso” Barolo: alcuni numeri per riflettere

No, non sono scomparso, non ho mandato Vino al Vino in “cassa integrazione”, non mi sono dato all’ippica o al giardinaggio, come alcuni mi consigliano di fare…
Molto più semplicemente ho “staccato la spina” dal blog e mi sono regalato una fantastica settimana (di lavoro, certo, ma anche di piacere e di grandi emozioni) in terra di Langa.
L’ho fatto per partecipare alle degustazioni di Barolo 2002, Barbaresco e Roero 2003, Nebbiolo d’Alba 2004 previste nel programma di Alba Wines Exhibition, bellissima manifestazione riservata alla stampa specializzata di tutto il mondo, organizzata dall’Albeisa, Unione Produttori Vini Albesi, con il sostegno organizzativo della Wellcom.

Ma è stata anche una grande occasione di cercare di tastare il polso alla Langa del vino, di capire come stiano Barolo e Barbaresco, quali gli stati d’animo e l’umore dei produttori, quali le prospettive per una zona la cui economia vede il vino (ed i suoi indotti: turismo e ristorazione e ospitalità) in una posizione centrale.
Questa settimana non mancherò di raccontarvi le tante cose belle che ho incontrato, le cose buone che ho gustato, i vini grandi e quelli meno incontrati, e soprattutto la bellezza di una gente di Langa, il popolo del Barolo come amo chiamarlo, che sento amica e vicina com’altre poche e la cui autenticità e verità non manca mai di affascinarmi.
Per iniziare il discorso vi propongo una riflessione di tipo statistico, legata al crescere della superficie vitata e della produzione (in termini di bottiglie) di Barolo.
Per capire l’attuale situazione di difficoltà che incontra commercialmente parlando un vino di grande blasone e notorietà come il Barolo, questi dati statistici, relativi al numero di bottiglie prodotte e agli ettari vitati e paragonare i dati del 1995 con quelli relativi al 2005, credo dicano molto e facciano capire tante cose…
Nel 1995 gli ettari vitati erano 1185, nel 2005 sono diventati 1754, ovvero 569 in più per un incremento percentuale del 48%.
La produzione nel 1995, annata di scarsa produzione dovuta ad una violenta grandinata fu di 5.027.867 bottiglie, che secondo stime della Regione Piemonte diventeranno invece 10.558.400 con l’annata 2005.
L’aumento in termini numerici e’ stato di 5.530.533 bottiglie ed in termini percentuali ben del 109,99%. Se si prende invece come termine di paragone un’annata dalla produzione normale come il 1996, dove gli ettari erano già saliti a 1239 e le bottiglie prodotte erano state 6.192.267, l’incremento nell’arco di tempo tra il 1996 ed il 2005 e’ stato di 4.366.133 pezzi, per una percentuale del 70,50%.
Da questo confronto statistico non possono che scaturire alcuni inevitabili interrogativi: l’aumento degli ettari vitati non é stato forse eccessivo, portando a piantare un vitigno delicato ed esigente come il Nebbiolo anche in posizioni dove in passato non si sarebbe piantato nemmeno il Dolcetto ?
Dieci milioni e mezzo di bottiglie di un vino importante, impegnativo e naturalmente costoso (non meno di 20-25 euro) com’é indubbiamente il Barolo non sono eccessive e soprattutto in una situazione di crisi economica come l’attuale, dove la propensione all’acquisto dei vini di alta gamma e’ diciamo così in fase di stasi, non rischiano di essere difficilmente assorbiti dai mercati esteri e da quello italiano ?
Quando si e’ deciso di aumentare in questo modo le superfici vitate destinate al Nebbiolo da Barolo ed il numero di bottiglie del fantastico vino Docg non si é clamorosamente peccato di ottimismo e dimostrata una scarsa capacità strategica ?

0 pensieri su “Il “caso” Barolo: alcuni numeri per riflettere

  1. Caro Ziliani, innanzitutto bentornato. Lei pone l’accento su una questione che mi sta particolarmente a cuore. Spesso nel mondo del vino si tende a ragionare in termini du strategie d’impresa in termini collettivi, come le i stesso fa nel post in oggetto: “Quando si e’ deciso di aumentare in questo modo le superfici vitate destinate al Nebbiolo da Barolo ed il numero di bottiglie del fantastico vino Docg non si é clamorosamente peccato di ottimismo e dimostrata una scarsa capacità strategica ?”

    Mentre da un lato capisco le cause che portano a fare un ragionamento del genere – il vino in crisi, si è esagerato con i prezzi, la concorrenza mondiale, ecc. – dall’altro non capisco perché in agricoltura, e nel vino in particolare, non debba valere il primato dell’iniziativa imprenditoriale individuale rispetto a quella collettiva. La quale, avrà certamente molti pregi, ma anche i difetti di essere, checché se ne possa dire, calata dall’alto e in qualche modo debba per forza accomunare situazioni diverse sotto lo stesso ombrello.
    Molti si spendono come liberisti, ma poi mi sembra che ognuno in realtà caldeggi soluzioni iper regolatrici dei mercati, come è quella di imporre, a tutti gli operatori, il blocco dell’accrescimento delle produzioni. Non siamo tutti grandi e vaccinati? Non siamo come imprenditori, per definizione, esposti al rischio d’impresa? Cosa se ne direbbe se, ad un certo momento si imponesse alla Fiat di non produrre più di un certo numero di macchine perché il mercato è in crisi? Il paragone Fiat tra l’altro è particolarmente calzante perché oltretutto ha beneficiato, nel passato, di abbondanti finanziamenti di stato e comunitari. Proprio come l’agricoltura.
    Ma allora, non sarebbe più serio che si eliminassero tutti i contributi e gli incentivi (sia alla produzione che alla non produzione, che stranamente coesistono) in agricoltura ma si lasciasse ognuno libero di fare le scelte imprenditoriali che, per la sua impresa, ritiene più opportune? Se io fossi un produttore di Barolo, e decidessi ad un certo punto di investire nella mia attività dei bei soldi miei, aumentando la produzione di barolo di quanto mi pare, ma perché non potrei farlo ed eventualmente rispondere dei miei errori imprenditoriali, come avviene nella maggior parte dei settori soggetti al mercato?

  2. Sono d’accordissimo con Ziliani.
    Mi sembra che l’amico liberista Gianpaolo sottovaluti una aspetto che si chiama “interdipendenza”.

    Vale a dire: quello che un singolo imprenditore fa influenza in maniera massiccia il suo vicino di casa e, in ultima analisi, il “Sistema Paese”. Soprattutto nell’agricoltura.
    I disciplinari non sono lacci e lacciuli, ma aiutano a garantire la qualità di un certo prodotto, a garantire il consumatore, a difendere il prezzo e il prestigio di una denominazione…

    Poi sono d’accordo che queste cose non vadano calate dall’alto, ma finchè i produttori non sviluppano un giusto “auto-controllo”…

    In fondo la Francia insegna su questo!

  3. Intanto vorrei dire a Diego che i disciplinari non c’entrano nulla con quello che sto dicendo io. Anzi, semmai si tratterebbe proprio di far rispettare i disciplinari. Come giustifica lei il fatto che, in una stessa zona di produzione dove insiste un certo disciplinare, vi possono essere 2 vigneti identici, uno iscritto ad una DOC, ed un altro no perché qualcuno, dall’alto, dal basso, o di traverso, l’ha vietato.
    Visto che io sono iper liberista, vorrei domandare al sig. Diego, che evidentemente è semi-liberista o non-liberista tout court (sicuramente in questo in ottima compagnia in questo paese), come vedrebbe lo stesso trattamento applicato ad ogni altro settore produttivo, che so, la produzione di bulloni.
    Mettiamo che io ho una fabbrica di bulloni, quest’anno ne faccio 1 milione, ma credo di avere buone possibilità l’anno prossimo di venderne due milioni. Mettiamo invece che il sig. Diego, mio concorrente che trova meno sbocchi di mercato, si accordi con altri del settore per mettere un tetto alla produzione di bulloni. Sarebbe una cosa accettabile in una economia di mercato?

    Inoltre, in una economia di mercato, oltre alle esigenze dei produttori, esistono le esigenze prevalenti dei consumatori, che solitamente sono meglio garantite laddove non si mettono in pratica restrizioni o limitazioni alla libertà d’impresa. Se poi uno vuole intendere con questo la volontà di non sottoporsi a regole, leggi, e quant’altro previsto dalle normative, si vede che manca la pratica di ragionare ed agire in libertà. Forse ci si potrebbe ispirare a qualche paese non lontano, che so, l’Inghilterra, dove insieme alla libertà esistono regole chiare e sopratutto osservate, e fatte osservare. Ma non per questo esiste la predisposizione a garantirsi rendite di posizione a scapito del consumatore.

  4. Signor Gianpaolo,
    un conto è essere liberisti con criterio, un conto è esserlo in modo poco lungimirante, seguendo le onde della moda e del mercato e basta.
    Se il nebbiolo all’interno della DOCG Barolo veniva coltivato in un determinata zona c’era un motivo, legato alla qualità, ma soprattutto alla tipicità del vino in questione. Lasciar consentire di coltivare nebbiolo da Barolo là dove prima c’erano alberi o noccioleti significa consentire che il mercato sia invaso di Barolo non tipico e neanche qualitativamente degno di questo nome.
    Adesso che il mercato delle vacche grasse è finito, chi lo beve e chi lo vende quel Barolo in più, che ha anche ben poco di tipicità al suo interno?

  5. Non riesco davvero a capire come sia possibile, caro Gianpaolo, che tu (permettimi), proprio in quanto produttore vinicolo, non ti renda conto di quanto sia diverso avere libertà d’azione in un territorio neutro e magari senza storia, dove tutto è ancora da definire, rispetto ad una zona storica, i cui confini sono determinati da un livello qualitativo del territorio decisamente consolidato e comprovato. I famosi cru sono un fatto non un’invenzione, almeno per quanto riguarda l’area ristretta di Barolo e Barbaresco. Così come si può dire per il Brunello di Montalcino. Sono zone storiche, che negli ultimi quindici anni sono aumentate in modo assai poco controllato e giustificato, portando ad un calo qualitativo non indifferente che certamente danneggia la solidità e l’immagine di quei vini.
    Ziliani non sta parlando di Maremma o di Terratico di Bibbona, ma di Barolo, un vino simbolo di qualità italiana nel mondo.
    Continuare a consentire espansioni di zone vitate, addirittura sbancamenti, modifiche di assetto, nascita di colline in zone pianeggianti, significa fregarsene altamente di qualsiasi regola qualitativa, ancora una volta a puri fini economico-imprenditoriali.
    A chi giova? Sicuramente non all’immagine del vino italiano.

  6. Rovino – “Continuare a consentire espansioni di zone vitate, addirittura sbancamenti, modifiche di assetto, nascita di colline in zone pianeggianti, significa fregarsene altamente di qualsiasi regola qualitativa, ancora una volta a puri fini economico-imprenditoriali.”
    Alessandro Franceschini – ” Lasciar consentire di coltivare nebbiolo da Barolo là dove prima c’erano alberi o noccioleti significa consentire che il mercato sia invaso di Barolo non tipico e neanche qualitativamente degno di questo nome.”

    A me sembra che non ci si capisca, o non ci si voglia capire. Qui, e certamente non io, nessuno auspica che vengano piantate a Barolo anche le strade asfaltate e i parcheggi. Ci sono i disciplinari, sempre invocati, spesso poco rispettati. Nei disciplinari NON può esserci scritto quanta superfice deve avere una DO, ma DEVE esserci scritto qual’e’ il territorio di riferimento e dove si può o non si può fare vigneti. Per es. molte DO vietano i fondovalle. Si possono vietare i terreni di una certa composizione, si può scrivere di non piantare dove c’erano i noccioleti. In ptratica si può definire una DO come si vuole, mettendo tutti i paletti che si pensa siano a garanzia delle caratteristiche fondanti di un certo prodotto. Una volta fatto tutto questo però, se c’e’ qualcuno che rientra in quelle caratteristiche, che possono essere severissime, non gli si può – secondo il mio personalissimo parere – dire: no tu non puoi produrre perché siamo già in troppi e non vogliamo la concorrenza. Questo è quello che non si può fare in quasi tutti i settori, non per niente in Italia esiste una authority per la concorrenza ed il libero mercato e, la UE dovrebbe, dico dovrebbe perché nella realtà esistono eccezioni clamorose come il caso Enel insegna, vigilare perché il mercato sia libero.
    Il fatto che si parli di Barolo o di Terratico di Bibbona poco importa: si fanno le regole, durissime, severissime quanto volete, si fanno rispettare in tutti i modi, e per il resto si lascia libero ognuno di intraprendere, a suo rischio e pericolo, e si lasciano liberi i consumatori di decidere se un prodotto vale 20, vale 10, vale 1 euro.
    A me sembra non solo semplice, forse troppo semplice? E guardate, essendo produttore dovrei essere io a difendere le rendite di posizione, qui invece, caso più unico che raro al mondo, lo fanno i consumatori. Vai a capire stò paese.

  7. Cito “In ptratica si può definire una DO come si vuole, mettendo tutti i paletti che si pensa siano a garanzia delle caratteristiche fondanti di un certo prodotto. Una volta fatto tutto questo però, se c’e’ qualcuno che rientra in quelle caratteristiche, che possono essere severissime, non gli si può – secondo il mio personalissimo parere – dire: no tu non puoi produrre perché siamo già in troppi e non vogliamo la concorrenza”.

    Credo che siamo tutti d’accordo con questa sua frase. A me sembra una marcia indietro notevole rispetto a “Molti si spendono come liberisti, ma poi mi sembra che ognuno in realtà caldeggi soluzioni iper regolatrici dei mercati, come è quella di imporre, a tutti gli operatori, il blocco dell’accrescimento delle produzioni. Non siamo tutti grandi e vaccinati? Non siamo come imprenditori, per definizione, esposti al rischio d’impresa?”.

    Gianpaolo, non credo proprio che lei possa così banalmente paragonare chi produce bulloni e chi “produce” vino.

  8. Gianpaolo, scusa ma io non posso credere che tu sia così ingenuo. Secondo te chi fa i disciplinari è super partes? Secondo te le grandi aziende che hanno investito enormi capitali per stravolgere un territorio (spesso non tenendo conto degli equilibri dell’ecosistema), di cui fra l’altro ce n’è più d’uno nella tua regione, come ci sono riuscite?
    Per favore! Essere liberisti ha un senso fra gente onesta, che sai rispettosa delle regole, non in questo caso.
    Produrre vino non è né fare bulloni né costruire giocattoli. Stiamo parlando di un alimento che vive della sua storia e delle sua cultura. Perché allora fare le Dop? Tutti devono poter produrre il bitto, il casera, il parmigiano, il lardo di Colonnata o vogliamo fare in modo che le regole vengano rispettate?
    Una zona vinicola che in 10 anni aumenta quasi del 50% gli ettari vitati, ti sembra possa essere tutta in regola? Qualche ragionevole dubbio te lo vuoi porre o no?
    Nessuno dice, e credo neanche Ziliani, che se il produttore Tizio vuole aumentare i vigneti di proprietà acquistandoli da un altro che li sta lasciando all’abbandono non lo possa fare, anzi!
    Diverso è “creare” una vigna, senza storia in una zona storica, è annetterla nel giro di pochi anni alla produzione di vino a Docg.
    Per te è la stessa cosa?

  9. Diego- “Gianpaolo, non credo proprio che lei possa così banalmente paragonare chi produce bulloni e chi “produce” vino.”
    Certo che sì invece. Mi sembrerebbe inquietante che ci fossero delle categorie con più diritti ed altre con meno. Ma forse questo pensiero da noi non vuole arrivare, non c’e’ verso.
    Dove sarebbe la marcia indietro rispetto a quello che ho detto? E’ esattamente la stessa cosa. Regole/doveri/diritti.

    Rovino-“Gianpaolo, scusa ma io non posso credere che tu sia così ingenuo. Secondo te chi fa i disciplinari è super partes? Secondo te le grandi aziende che hanno investito enormi capitali per stravolgere un territorio (spesso non tenendo conto degli equilibri dell’ecosistema), di cui fra l’altro ce n’è più d’uno nella tua regione, come ci sono riuscite?”
    Non chiamare me ingenuo Rovino, io lo faccio questo lavoro. Forse l’ingenuo sei tu: chi credi che decida se bloccare una DO o meno? Gli agricoltori con un Ha di vigna? E a chi credi che queste decisioni prese nel buio dei consorzi, dove ti ricordo per legge (la 164) comanda chi produce di più, vadano a beneficiare, chi le ha fatte o chi le ha subite?
    Dopo fai un po di confusione, le regole che non vengono rispettate, i sospettii, tutto questo non c’entra con il discorso della libertà di mercato. Le regole vanno fatte, devono valere per tutti e ci deve essere la libertà d’impresa.Per il discorso vino/bulloni mi sono già espresso.

  10. Certo Gianpaolo che se rispondessi a quanto ti ho espresso mi sentirei un po’ più gratificato. Oltre a rimbalzarmi l’ingnuità e dirmi ciò che anche io so, non mi hai risposto nulla sul tema specifico dell’area di Barolo. Ho portato l’esempio delle dop semplicemente per ribadire il fatto che un disciplinare ha un senso se viene applicato e in qualche modo garantito, altrimenti è acqua fresca.
    Il libero mercato non lo metto neanche in discussione, non l’ho mai citato. Non vedo dove sia la mia confusione, ho riportato il dato che Ziliani (come del resto anche io) ha avuto modo di leggere. E’ una storia che si perpetua da tempo, ed è la dimostrazione di un atteggiamento dissennato e autolesionista che conferma l’assoluta mancanza di lungimiranza.
    Fatti un giro nelle cantine dei barolisti e poi vedi se è stato utile a qualcuno aumentare i vigneti in questo modo. Mettici poi la qualità di molte di queste nuove vigne, nettamente al di sotto della media e vedi chi può essere interessato ad acquistare quei Barolo a più di 20 euro.
    Libero mercato si, ma con intelligenza, altrimenti va a scapito di chi il vino lo fa seriamente e senza speculazioni.

  11. Forse è la frase “Libero mercato si, ma con intelligenza” che non mi torna. Libero mercato è libero, regolato dalle leggi, senno che libertà è. Libero con intelligenza dipende sempre da come si guarda, magari dal punto di vista di chi libero non lo vuole può essere anche una cosa intelligente. Anche i farmacisti e i notai sono intelligenti. Molto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *