Non tutte le ciambelle riescono col buco nemmeno in terra di Langa

Ovvero: cronaca tragicomica di un’infelice esperienza al ristorante…

Cari amici, preparatevi a ricevere, nei prossimi giorni, una serie di indicazioni preziose su quattro posti, due classici ed in grandissima forma, e due di recentissima storia, ma che vale la pena di tenere d’occhio, dove mangiare benissimo, spendendo il giusto, nella zona del Barolo.
In attesa di queste delizie, gastronomicamente parlando, voglio raccontarvi di una croce, o meglio di una clamorosa delusione che mi è arrivata, invece, da un altro locale.
La storia di questa infelice esperienza parte da lontano, dallo scorso settembre, quando un caro amico produttore, Mauro Mascarello, mi fece conoscere questo piccolo ristorante. Inutile dire che non ne farò il nome, perché m’interessa di più raccontare un episodio (con i diretti interessati ho già provveduto a lamentarmi…) che mettere in croce i protagonisti di questa storia.

Il posto mi piacque talmente, per la cucina, familiare, classica, curata e ben fatta e per l’ambiente, intimo e raccolto, che ebbi modo di tornarci nel giro di un mese, ancora in compagnia dello stesso produttore e poco prima di Natale, quando lo consigliai ad un gruppo di amici francesi in visita in Langa.
Ero rimasto così convinto dell’ospitalità, della qualità della cucina, della scelta intelligente dei vini, che di questo posto scrissi con piacere, segnalandolo ai circa trentamila lettori che ogni giovedì la ricevono, sulla mia news letter settimanale B!Vino.

Cosa è dunque successo questa volta ? E’ accaduto che approssimandosi Alba Wines Exhibition, avendo parlato di questo ristorantino anche all’amico e collega Alessandro Masnaghetti (alias mister Enogea) noi si sia deciso di andarci a cena insieme, rinunciando a partecipare ad una delle cene incontro con i produttori gentilmente previste dagli organizzatori della manifestazione.

E’ poi successo che continuando a parlare bene, di questo posto, anche ad altri colleghi, segnatamente l’amico Roberto Giuliani di Lavinium e poi a Pierluigi Gorgoni ottima firma di Spirito di vino, anche loro abbiano deciso di aggregarsi e di essere della partita. E che poi, in zona Cesarini, si sia aggregato anche Francesco Falcone, collaboratore di Masnaghetti e già penna porthosiana…

Per il posto non c’era problema: quando avevo telefonato per prenotare, un buon due settimane prima della cena, fissata per il 10 maggio, avevo prenotato per quattro persone, prevedendo di coinvolgere altri colleghi amici, ed i proprietari del ristorante, che mi conoscevano, che sapevano che sono un giornalista, che avevo scritto (bene) di loro, che avrei portato altri giornalisti con me, mi avevano assicurato che tutto sarebbe andato bene.
Perché di fare bella figura con Masnaghetti & Co. ci tenevo: perbacco, non ero stato io a suggerire loro di andare a cena, con tanti buoni posti che ci sono in Langa, proprio qui ?

Arrivata la sera del 10 maggio siamo dunque arrivati, in una serata fredda e piovosa, nel luogo del nostro convivio, aspettandoci di passare una serata rilassante e soprattutto di mangiare bene. All’altezza di quella qualità della cucina che avevo decantato…
Eravamo in Langa ed è abbastanza raro non mangiare bene, ma anche in Langa, quando la sfiga ti prende di mira e ce l’ha con te, valgono le eccezioni e quella sera le congiunzioni astrali avevano decretato che il piccolo ristorantino, dove avevo mangiato bene tre volte, avesse deciso di smentire le proprie credenziali e di sorprenderci. Ma in negativo.

Una premessa: arrivati al ristorante avevamo scoperto che quella sera la cucina sarebbe stata totalmente a nostra disposizione, perché, segnale non esaltante, ma fuori piove e fa decisamente freddo per maggio, ed era un mercoledì sera (con la finale di Coppa Uefa in televisione…), noi cinque eravamo gli unici clienti e lo saremmo stati per tutto il corso della serata.
L’inizio non fu male, con del buon salame e delle acciughe nel bagnet vert da applausi, poi, tutto il resto, sarà all’insegna della tristezza e della delusione.
Ricordavo gli antipasti semplici curati, fatti con materie prime scelte, ma di fronte ai tre, quattro antipasti senza sprint, banalotti e tutt’altro che trascinanti che ci arrivarono (ricordo una buona carne cruda, ma poi un’insalata dove il sedano era tutt’altro che croccante e fresco ma sembrava denunciare qualche giorno di troppo, una banale mezza mela renetta passata in forno dove sopra era stata messa della formaggella ed un’altra cosa, con del prosciutto, che non riesco a mettere a fuoco tanto era poco significativa…) capii subito o di essere capitato in una serata sbagliata, dove in cucina non avevano molta voglia di darsi da fare, oppure di essere arrivato, e di aver portato gli amici, in un altro locale ben diverso da quello che tanto mi era piaciuto.

Il colmo venne poi con la scelta dei primi, con la classica scelta tra tajarin, rigorosamente fatti in casa, come ci venne sottolineato dal titolare e gli agnolotti del plin, altrettanto home made. Il nostro gruppo si divise in due: una parte sceglie gli agnolotti e l’altra, mi sembra tre persone su cinque, preferirono i tajarin.
Dei tre ad uno, che abbiamo deciso di usare, e ci dispiace per lui, come cavia, ovvero il giovane Francesco Falcone, toccarono i tajarin con lo stravagante accompagnamento, descrittoci come classico in zona (bah !) della salsa cugnà, che ricordavo (e amo molto) come ideale accompagnamento di arrosti e bolliti, a me al ragù di carne e ad Alessandro, su sua espressa richiesta, in versione burro e salvia.

Quando i piatti furono arrivati, o meglio quando arrivarono i tajarin burro e salvia del Masna, rimanemmo tutti basiti: per la prima volta in vent’anni e più che venivo in Langa, dopo centinaia e centinaia di piatti di tajarin (guarda e gusta) gustati, rigorosamente fatti con farina e tanti rossi d’uovo, mi trovavo, ci trovavamo di fronte, ad un’inedita versione ultra light, ad un piatto di tajarin dal colore bianco come la tovaglia, anemici, pallidi, tristi, perfetti, forse, per un convalescente o un ricoverato in ospedale, ma assolutamente fuori luogo in un contesto come il nostro.

Ricordo Alessandro guardare il piatto come si guarda un alieno oppure un bicchiere di Barolo dal colore viola melanzana e poi stupefatto rassegnarsi, senza alcuna voglia, a mangiare, anche dopo aver scoperto, anzi, dopo che noi tutti e tre che avevamo scelto tajarin avevamo scoperto, che nemmeno la cottura era impeccabile, che il gusto era un po’ latitante. Come lo era, del resto, come ci dissero gli altri due amici che avevano scelto l’alternativa, anche gli agnolotti, corretti e niente più…

A questo punto capimmo tutti che la frittata (oh Dio, parlare di frittata dinnanzi a dei tajarin che le uova forse le hanno viste con il binocolo è assai difficile) era fatta, che eravamo capitati nella serata sbagliata e nel posto sbagliato.
Che era meglio limitare i danni, anche se un paio di noi si ostinarono ad ordinare del coniglio, che risulterà un po’ duretto e soprattutto asciutto, e dei dessert, corretti e niente più, e che la cosa migliore sia pagare il conto, salutare, imboccare la porta e dimenticare il locale dove siamo stati ed il suo nome mettendoci una croce sopra.

Sul conto niente da dire, sostanzialmente onesto e in sintonia con quello che so si spende normalmente in questo posto, ma sulla “filosofia” della serata, sul modo di trattare cinque clienti che tra l’altro avrebbero avuto la possibilità, se le cose fossero andate bene, di scrivere di questo posto, di favorire con il passaparola e con i loro scritti su carta e su Internet, una sua ulteriore popolarità, potrei dire molte cose.

Mi limito a chiedere, stordito dalle prese in giro che mi sono toccate, incolpevole e doppiamente ciula, la sera stessa, man mano che la cena procedeva, ed il giorno dopo, da parte dei colleghi, vagamente seccati che li avessi trascinati in questa strana “avventura”, alcune semplici cose.
Cari proprietari del ristorante, se quella sera, visto che dalle prenotazioni vi eravate accorti che saremmo stati i cinque soli clienti, e che se non fossimo arrivati avreste potuto tenere chiuso il locale e restarvene tranquilli a casa, ma perché, visto che disponevate del mio numero di cellulare (e che comunque potevate facilmente rintracciarmi tramite il produttore che mi aveva portato da voi) mercoledì mattina non mi avete chiamato e inventandovi una scusa qualsiasi non mi avete comunicato che purtroppo non potevate aprire e che dovevamo cercarci un altro posto per la nostra serata conviviale ?

E se invece avevate deciso di accoglierci, come avete fatto, perché ci avete proposto una cucina in versione fratello minore e leggermente tardo di comprendonio rispetto a quella che normalmente fate e che tanto avevo apprezzato le tre volte precedenti che ero stato da voi ?
Vi costava davvero tanto, in impegno e fatica, proporci dei tajarin, fatti con tanto di uova di prammatica nell’impasto, che fossero degni di questo nome, degli antipasti più stuzzicanti, un coniglio più saporito e croccante, una cucina, insomma, all’altezza delle vostre capacità e della vostra fama ?
Era così difficile impegnarvi e fare bene anche se, accidenti, quella era una sera triste e pioveva e faceva freddo ed eravamo solo in cinque ed il locale, che può fare un 25-30 coperti, era praticamente mezzo vuoto ?

Ora, in conclusione, cosa devo dire ai lettori della mia news letter B!Vino, dove vi ho segnalato parlando bene di voi e consigliando di farvi visita, che la vera cucina del vostro ristorante è quella che ho trovato e apprezzato molto la prima volta che mi portò Mauro Mascarello e le successive due volte, oppure che il vostro livello, il vostro standard qualitativo, è invece quello che ci è toccato, accidenti a me e ai miei amici e colleghi, in occasione della nostra visita del 10 maggio ?  

Mi auguro e vi auguro soprattutto, anche se credo che non avrete più occasione di rivedermi ai vostri tavoli, che la risposta giusta sia la prima, perché se fosse la seconda, beh non potrei altro che chiedere scusa ai miei lettori per aver fornito loro un’indicazione sbagliata…

0 pensieri su “Non tutte le ciambelle riescono col buco nemmeno in terra di Langa

  1. no, non voglio penalizzare troppo il locale (al quale ho gia’ scritto facendo le mie rimostranze e ricevendo una risposta molto deludente…)
    E poi non sono mica lo “sgarante” di Bresso io che ha bisogno di sparare su un ristorante per sentirsi “importante” !…

  2. Caro Franco sei sempre forte. Mi ha fatto sorridere il tuo racconto…
    anche perchè io ero li con te…
    sono la cavia! mioddio!
    Complimenti vivi per il tuo blog!

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