Segnali forti dalla Valtellina: un 30 aprile da incorniciare

Fantastica giornata trascorsa ieri in Valtellina.

Un felice mariage, è il caso di dirlo, tra una dimensione privata (ovvero la ricorrenza del 23° anniversario di matrimonio, celebrata convivialmente con mia moglie e mia figlia e alcuni amici) e la mia consueta attività di giornalista del vino, “wine scouter” e wine globe trotter, che in questa occasione mi ha portato nella più settentrionale e a me più cara delle vallate lombarde.

L’occasione (ma ne riparleremo più diffusamente) era molto ghiotta e imperdibile, salire ad Albosaggia per la bella manifestazione Vivere lento (che solo nominalmente, non nello spirito ricorda in qualche modo… Slow food…), che si è svolta nella località poco sopra Sondrio ieri e che continuerà per tutta la giornata del primo maggio, e accogliendo l’invito del Sindaco nonché direttore della Fondazione Fojanini Graziano Murada, fare una degustazione particolarissima.

Degustazione non dei consueti, più o meno buoni o fedeli alla nebbiolesca identità, Valtellina Superiore, Sforzato o Rosso di Valtellina normalmente in commercio, bensì di una serie di vini, che tecnicamente definirò “atti a divenire” Valtellina Superiore, di annata 2004 (oltre che qualche 2003 ed un 2002 già in regola con le leggi vigenti), che rappresentano la prova d’esordio, al difficile esame della bottiglia (e da fine anno della commercializzazione e del confronto con il mercato) di una decina di piccolissime aziende agricole condotti da viticoltori part time, il cui lavoro, in vigna ed in cantina è stato seguito dalla Fondazione Fojanini. E dal suo bravissimo responsabile della sezione laboratorio analisi e consulenza enologica Adriano Cappelletti.

Prima di proseguire una doverosa parentesi: che cos’è la Fondazione Fojanini ?

La Fondazione dott. Piero Fojanini di Studi Superiori, costituita nel 1971, è un Istituto che “ha come obiettivi la realizzazione di attività destinate alla valorizzazione e al potenziamento della ricerca scientifica nelle discipline agrarie ed ambientali e all’assistenza tecnica in agricoltura in Provincia di Sondrio” e che “promuove lo sviluppo e la crescita del settore primario attraverso corsi di formazione e aggiornamento a cui accedono gli operatori interessati”.

Una sorta di Istituto Agrario di San Michele all’Adige, o di Laimburg in terra lombarda e valtellinese.

Cos’hanno dunque fatto Cappelletti, Murada e la Fondazione con la collaborazione tecnica del bravo enologo oltrepadano Aldo Venco ? Hanno incoraggiato una serie di piccolissimi vignerons locali, conduttori di piccole superfici ovviamente terrazzate e produttori, come veri e propri “viticoltori fuori orario”, di uve conferite ad alcune note cantine e di vini destinati al consumo familiare, a cambiare registro e ad immettere i loro vini, una volta effettuato l’imbottigliamento, nei normali circuiti commerciali.

Questo nell’ambito di un progetto, ideato dalla Fondazione e meritoriamente finanziato dalla Regione Lombardia, denominato “Espressione e miglioramento delle caratteristiche dei vini della provincia di Sondrio e Como”.

Consulenza agronomica, consulenza enologica, consigli pratici, informazioni, sostegno tecnico ed ecco finalmente i loro vini, in larga parte prelevati per l’occasione dalle botti (di differente natura e dimensione) dove stanno, parlo dei vini espressione dell’annata 2004, ancora riposando, uscire allo scoperto, affrontare i loro potenziali futuri consumatori.
Il pubblico di appassionati, più che di capziosi esperti, che nei due giorni sarà salito ad Albosaggia per la bella rassegna di Vivere lento.

Tornerò presto ad occuparmi, quando disporrò di tutti i dati, relativi all’estensione e all’esatta ubicazione delle loro superfici vitate, che coprono comunque un po’ l’intera area vinicola valtellinese e vanno dalla zona della bassa Valle sino a Teglio e che consentiranno a questi vini di proporsi dal dicembre 2006 come Valtellina Superiore delle sottozone Sassella, Inferno, Grumello, Vagella e Maroggia, di questi vini e di questi bravi, intelligenti e coraggiosi piccoli produttori.

Voglio però dire che i vini che ho avuto il privilegio di assaggiare la mattina del 30 aprile (grazie alla disponibilità del Sindaco Murada e di Cappelletti, che hanno organizzato un assaggio apposta per noi prima che la manifestazione avesse inizio), in compagnia del carissimo, fraterno amico Giorgio Rinaldi, responsabile della delegazione A.I.S. di Como, mi hanno “slargà el coeur” e riempito di gioia.

Non solo perché sono buoni, e fedeli al carattere e all’identità, tutta eleganza, sapidità, freschezza, nerbo, fruttoso succoso e croccante, acidità viva e bevibilità, perché parlano, orgogliosamente e schiettamente valtellinese, perché non sono confondibili, come accade purtroppo con parecchi, anche blasonati, vini in commercio, con vini provenienti da chissà dove avendo rinunciato ad onorare e dichiarare le loro origini, ad esaltare il legame con quei terrazzamenti da cui provengono, ma soprattutto per il segnale forte che lanciano.

Segnale che in Valtellina si continua a credere alla viticoltura e ci s’impegna, nei fatti, a mantenere in attività vigneti e a lavorarci, segnale che si continua a credere, fortemente, nella Chiavennasca, alias Nebbiolo, segnale che la ricreazione, ovvero la deriva verso modelli estranei alla tradizione e alla storia vinicola locale, verso vini unicamente “da guide” e non a misura di consumatore, vini pour épater le degustateur professionale e non vini da bere, è finita. E le Stelle comete, com’é giusto che sia, finiranno per caderre…
Segnale chiaro che tanti, come questi piccoli vignerons all’esordio, vogliono fare vini che scandiscano chiaramente, senza possibilità di equivoco, il nome Valtellina. Non solo in etichetta, ma in ogni goccia del vino contenuto nelle loro bottiglie.

Ricordo i nomi, in attesa di descrivervi compiutamente i loro vini, di questi vignaioli valtellinesi da seguire e da incoraggiare:

Milena Lenatti
Renato Bongiolatti
Gregorio Balzelli
Azienda agrituristica La Singela
Cooperativa Agricola Triasso e Sassella
Dino Salinetti
Guido Bresesti
Giana Piergiorgio e Angelo
Marco Gugiatti
Angelo Bongiolatti 

Grazie alla promettentissima qualità di questi vini e all’iniezione di fiducia ricevuta ad Albosaggia la mia giornata valtellinese avrebbe potuto anche finire a questo punto e sarebbe già stata grande, ma la dimensione privata e la consapevolezza che, come diceva un proverbio caro a mio padre “tutti i salmi finiscono in gloria” e non c’è coronamento migliore di una bella giornata che finire a tavola, ci hanno indotto a proseguire piacevolmente il nostro viaggio verso nord per una ventina di chilometri.

Obiettivo, poco prima di Tirano, quello che considero (posso dirlo?) il mio ristorante preferito in Valtellina, la Locanda Altavilla di Bianzone che la bravissima sommelier Anna Bertola, la sua mamma ed i suoi collaboratori hanno portato a livelli di eccellenza.
Soprattutto per chi ama, come noi, la cucina locale più vera, gli sciatt che siano sciatt, i pizzoccheri fatti come Dio comanda, una carta dei vini e una scelta di formaggi, non solo Bitto e Casera, che valgono da soli la trasferta.

A mia moglie Eliana (che, santa donna, mi sopporta con stoicismo da quasi 30 anni, 23 di matrimonio e circa sette di conoscenza e fidanzamento) a mia figlia Valentina, a Giorgio Rinaldi e al sottoscritto all’Altavilla si sono aggiunti due altri amici valtellinesi che vale la pena segnalare, ovvero Fabrizio Innocenti e sua moglie Manuela, che poco dopo Morbegno, salendo in direzione di Sondrio, conducono, ad Ardenno, le Cantine Innocenti, ovvero uno dei migliori indirizzi in assoluto di tutta la Valle dove trovare  il migliore Bitto, ovviamente targato Valli del Bitto, oltre agli altri formaggi locali. E dove acquistare, oltre alle varie specialità gastronomiche valtellinesi, una bella scelta di vini della Valle e di altre regioni d’Italia (Piemonte in primis).

Una bella compagnia e grazie alla sapienza di Anna una magnifica pacciada, come l’avrebbe definita il Gioann Brera fu Carlo, ovviamente sciatt a volontà, con radicchio di montagna, pizzoccheri da urlo, ravioli di grano saraceno, la Bresaola vera (non di zebù) del macellaio Poretti di Tirano, formaggi di varia provenienza da standing ovation e per le due signore (Valentina si è tolta per un po’ la voglia dei suoi amati formaggi di capra), un agnello di meravigliosa cottura.

Stimolati, a dovere, da questi piatti abbiamo bevuto e ovviamente la scelta non poteva che cadere, come avrebbe detto Veronelli, sui vini (e sui vignaioli) del nostro privilegio: apertura con il Valtellina Superiore Sassella 1998 dell’azienda agricola La Castellina della Fondazione Fojanini, quindi il meraviglioso, solenne, commovente Valtellina Superiore Sassella Rocce Rosse 1995 Arpepe (con un brindisi ed un pensiero commosso all’indimenticabile Arturo Pellizzatti Perego), quindi il Valtellina Sforzato 1998 San Domenico di uno svizzero che dimostra di pensare e fare i vini in Valtellina come altri pochissimi, ovvero Domenico Triacca e per finire, sul formaggio, per toglierci una residua voglia di vino e perché il Nebbiolo è nel nostro cuore e nelle nostre vene, un Barolo, ancora molto giovane ma ottimo, il Gavarini Vigna Chiniera 2001 di Elio, Marina e Gianluca Grasso, amici carissimi a Monforte d’Alba.

Niente male davvero questa nostra bellissima giornata valtellinese, non trovate ?

0 pensieri su “Segnali forti dalla Valtellina: un 30 aprile da incorniciare

  1. E’ sempre un piacere leggere una voce fuori dal coro che non incensa i soliti noti e che fornisce spunti per nuovi assaggi di un territorio spesso sottovalutato.

  2. E’ bello sì sentir parlare anche di quei piccoli che però fanno vini grandi e soprattutto è bello leggere un’autorevole voce che ne parla in un modo che oserei quasi definire orgoglioso. Perché ciò che più fa piacere, nell’articolo, è il tributo – e nemmeno troppo velato – a chi ha fatto dell’amore per la propria terra un impegno di vita,la cui più alta manifestazione sta in quei vini così inconfondibili per i quali l’autore ha speso parole da maestro. Spese senza reticenze ma nemmeno ridondanze, soprattutto quando,in chiusura, egli descrive più col sentimento che con “tecnicismi” il magistrale Sassella di un altrettanto magistrale – e indimenticabile – viticoltore: un vino e un ricordo che scaldano il cuore.

  3. Grazie Sara,
    hai espresso molto meglio di me quanto mi stanno a cuore (e devo dire grazie a Franco) questi vini.
    Proprio oggi ho stappato quel magistrale Sassella ed hai proprio ragione, mi si è scaldato il cuore.

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