Trucioli pro o contro ? Contro un approccio ideologico alla questione

Come utile contributo al dibattito sul tema “trucioli di legno”, ho pensato di riproporre l’interessantissimo editoriale che Marco Mancini ha pubblicato sul numero del 29 maggio del settimanale dell’Unione Italiana Vini Il Corriere Vinicolo, di cui è direttore (ed io collaboratore…).

Ringrazio l’amico Mancini per aver acconsentito alla pubblicazione delle sue riflessioni in questa sede e mi auguro che anche grazie alle sue valutazioni, molto pragmatiche e ispirate ad un liberismo nel quale sento di riconoscermi, si arrivi ad un approccio non ideologico o passionale alla delicata tematica trattata.
f.z.

Trucioli in fiamme

Ancora una volta il nostro Paese non perde l’occasione di flagellarsi, proseguendo così la sua folle corsa autolesionistica verso il nulla. L’occasione nasce dall’inserimento, a breve, dei trucioli di legno tra le pratiche enologiche consentite anche nei Paesi dell’UE. Da anni il comparto produttivo italiano invoca regole chiare e soprattutto uguali in tutto il mondo per tamponare uno squilibrio competitivo sotto gli occhi di tutti e a vantaggio esclusivo dei cosiddetti Paesi nuovi produttori. Ora, un piccolo passo avanti è stato fatto, anche le nostre aziende avranno la possibilità di impiegare i trucioli di legno in alternativa alle ben più costose barrique e, anziché plaudire all’unisono per questa equa decisione, da ogni angolo del “Vigneto Italia” partono bordate contro tutto e tutti.

Organizzazioni che si ergono a paladine dei consumatori, giornalisti che invocano la difesa della tipicità e altri che collocano le Doc all’interno di immacolati santuari. Naturalmente non mancano i soliti politici pronti a salire sul carro della demagogia.

Il mondo del vino sembra impazzito. E tutto questo accade a causa di una pratica utilizzata da tempo Oltreoceano e che ha contribuito non poco a creare e diffondere il cosiddetto “gusto internazionale”, ad avvicinare nuovi consumatori attratti dal “vanigliato” e, perché no, a premiare in modo tangibile prodotti americani e australiani. Una pratica, se si vuole, discutibile come scelta strategica aziendale, ma assolutamente sicura da un punto di vista igienico e

tecnologico. Certo, si può non essere d’accordo sul vino che sa di legno; c’è una scuola di pensiero che lo considera un difetto. Il legno – afferma tale scuola – oltre a lasciar passare l’ossigeno, dovrebbe servire solo a cedere piccole quantità di acido gallico nel tempo, in grado di garantire al vino una migliore struttura.

Chi sceglie la strada di un prodotto da lungo invecchiamento, quindi, continuerà a usare la barrique. C’è da considerare inoltre che molti vini del Nuovo mondo oggi vantano in etichetta la caratteristica “unoaked”, cioè senza quercia, segno quindi di una nuova tendenza. Ma questi aspetti non hanno nulla a che vedere con la libertà delle aziende di decidere come meglio credono le strategie e soprattutto di confrontarsi ad armi pari con i concorrenti.

Imprese che creano ricchezza Intorno al truciolo s’infiamma il settore, quasi una guerra di religione e in quanto tale inutile e ottusa. In troppi continuano a credere che l’economia vitivinicola italiana sia fatta esclusivamente da piccole aziende contadine con qualche decina di barrique in cantina e poche migliaia di bottiglie “che si vendono da sole”. Cerchiamo di aprire gli occhi. Le cose non stanno così, ci sono fior d’imprese che creano ricchezza ed è nostro dovere consentire loro di agire con efficacia su un mercato mondializzato che lancia preoccupanti segnali di sovrapproduzione.

Marco Mancini

0 pensieri su “Trucioli pro o contro ? Contro un approccio ideologico alla questione

  1. Il liberismo applicato al mercato pecca di grande superficialità, soprattutto quando il mercato è in mano alle grandi multinazionali. Sono loro a dettare le condizioni. Spendere di meno e guadagnare di più. Come potremmo non condividere questa visione (ristretta) della vita? Si, perché i soldi devono servire per vivere meglio, ma per vivere meglio bisogna capire che alcune cose vanno rispettate, pena uno squilibrio generale dell’ambiente e della salute collettiva. Si continua a far finta che questo non ci riguardi e che il mercato sia tutto. Questo è davvero pericoloso.

  2. Aggiungo un’altra cosa Franco: questa richiesta di massa di rendere visibile in etichetta l’utilizzo dei trucioli, è un tremendo autogol. Il motivo per cui in Italia l’uso dei chips deve passare è puramente economico, ovvero se il resto del mondo li usa traendone benefici (ovvero meno costi e più guadagni), l’Italia è costretta ad adeguarsi pena gravi perdite soprattutto nelle esportazioni. Mettere in etichetta, solo nei vini italiani, che contengono trucioli non è certo utile per aumentarne le vendite.
    Sarebbe molto più sensato segnalare quando non ci sono, come dimostrazione di maggiore qualità del prodotto.

  3. Se si vuole parlare come esseri razionali, si deve allora porre questa domanda: I trucioli aiuteranno i vini economici d’Italia a essere piu’ competitivi al mercato mondiale? O ruberanno a loro l’identita’ e il proprio carattere in faccia ai prodotti industriali enoici delle multinazionali?

    A me pare questo un grande pericolo, un sentiero alla completa “commoditizzazione” del vino. Videntur i problemi attuali della filiera vitivinicola australiana, una crisi davvero, senza esaggerazioni istrioniche.

    Aggiungere truciolo non dara’ niente vantaggio duraturo ai piccoli produttori italiani. Al contrario.

  4. Il truciolo, non é che sia sceso un marziano e lo abbia imposto: é frutto di una precisa richiesta di certa parte della produzione europea di vino. Bruxelles ha solo accolto questo ‘grido di dolore’ e lo ha trasformato in legge. Facoltativo e non obbligatorio l’uso. Fin qui tutto bene – o male , secondo come uno la vede. Dichiarazione in etichetta : auspicabile, ma come tecnica di cantina oramai legittimata, di nuovo, non obbligatoria.
    La confusione aumenta.

    La Puglia produce quanto tutto il Cile e la Sicilia produce quanto tutta l’ Australia: basterebbero questi due dati per far riflettere. Se qualcuno pensa che la via all’affermazione ed al successo economico debba necessariamente passare traverso il truciolo, si sbaglia di grosso. Gli stipendi degli operatori del vino italiano, anche a costi industriali ottimizzati, sono anni luce da gli stipendi e dai costi di produzione dei paesi succitati. Per non parlare dei costi corrispondenti in Argentina, Sud Africa e, tra non molto, Cina.

    L’unica arma di Bruxelles é a mio parere un totale abbattimento delle regole in atto e la sostituzione delle stesse con nuove regole che definiscano una volta per tutte, e legittimino al contempo, l’ esistenza di due categorie di vino:
    (A) vino “commodity” cioe´materia prima come caffé, soya, mais etc., cui accenna Terry Hughes, vino industriale, o al limite ‘bevanda a base di vino’ prodotto come e dove pare all’ industria del vino e il cui solo viatico di garanzia é la stampigliatura : “adatto al consumo umano” ( é quello che avviene in molti paesi oltreoceanici) e (B) vino tradizionale, vino agricolo, prodotto secondo pratiche disciplinate da chiare leggi e severi controlli.

    Tutto il resto, truciolo compreso, mi sembra onestamente un palliativo, al meglio, ed al peggio, un tentativo di prolungare la vita in modo artificioso
    ad un prodotto industriale che é diventato comunque troppo caro produrre
    nella vecchia Europa vinicola.

    PS.

    Anche il truciolo comunque potrebbe avere i i giorni contati…. ho visto da qualche parte in vendita una specie di tappo da inserire nel collo della bottiglia, una volta estratto il tappo originale. Il vino passando all’ interno di questo tappo assume gusto di vino barricato.

  5. Un plauso da parte mia al direttore Mancini e a Ziliani per aver ripreso l’articolo ed essersi posto in maniera non ideologica sulla questione.
    Credevo di essere il solo a pensarla cosi, come ho scritto nel mio blog e come dimostrano i fiumetti di inchiostro virtuale versati su LavBlog proprio in polemica con Rovino.
    Qui non sono in questione scelte tecniche aziendali, ma la libertà di fare le scelte. Proibire è meglio che curare, e da anche più gusto, questo sembra l’atteggiamento di molti. Proibire, perché il truciolo non fa fino, perché non è la strategia vincente per l’Italia, addirittura perché si dice in giro che fa male (ma chi ci crede), proibire perché non si sa se non fa male (oddio, di cosa si può dire con certezza?).
    Ma per proibire, per limitare le libertà, ci vogliono delle ragioni grosse. Tu mi limiti nelle libertà quando questo è a tutela di terzi, e mi sta bene. Mi limiti quando voglio violare le leggi, ed è ok. Ma non mi puoi limitare perché mi vuoi imporre il tuo punto di vista.
    Lungi da me pensare che il truciolo sia la risposta tecnica vincente, almeno per me, ma lasciare la libertà di usarla a chi lo vuole è doveroso.
    Come doveroso dovrebbe essere l’imporre che gli adittivi siano dichiarati in etichetta. Si fà per tutti gli alimenti, non vedo perché non si possa fare per il vino. Non basta scrivere “io non metto adittivi” Rovino, perché così si trae in inganno il consumatore, perché può essere portato a credere che chi non abbia usato questa menzione contenga adittivi, mentre invece magari non li contiene ma non riporta l’indicazione facoltativa di cui sopra.
    Si mettano le etichette con gli ingredienti obbligatorie. Si obblighino i paesi che vogliono esportare in UE ad usare il “nostro” sistema di etichettatura trasparente. Se non si adattano, pazienza, non possono esportare da noi. Esattamente come succede a noi che dobbiamo adeguare le nostre etichette a quella barzelletta che è il “government warning” per i vini che vanno in USA. Loro lo possono fare e noi no? E’ qui che l’agricoltura della UE manca, scusate il termine, di palle!! Queste sono le battaglie da fare: la trasparenza, e mettere gli altri sulla difensiva dovendo dire “no, noi non la vogliamo”.
    Poi il consumatore sceglie, in liberta!

  6. Temo che di libertà di scelta, da parte del consumatore, ce ne sarà sempre meno.
    Persino nei supermercati si trova frutta proveniente da altri paesi, come pere e kiwi, che noi produciamo, ma non c’è la possibilità di comprare quella italiana perché non c’è sugli scaffali. E la cosa scandalosa è che ti vendono la frutta con cui loro risparmiano allo stesso prezzo di quella nostra. Stessa cosa per le carni.
    Libertà di scelta, ma per piacere.
    In ogni caso ho già detto e non lo ripeto più che io non sono per il proibire senza una ragione, evitiamo frasi fatte. Io ho chiesto di fare le opportune verifiche prima di consentire che una o più sostanze vadano a finire in un prodotto alimentare. Se sono dannose il discorso si chiude, cosa che già avviene normalmente.

  7. Mi vuoi venire a raccontare che la gente non può scegliersi il vino che vuole bere? Ma se ci sono migliaia di etichette disponibili in tutti gli scaffali delle enoteche e dei supermercati di Italia.
    Ma via su, basta con questo complottismo.
    La Spectre del vino non esiste e non esisterà mai. Pensa che i produttori di vino non si mettono d’accordo su niente, neanche su come promuovere una DOC di 10 aziende, figurati se si mettono d’accordo per avvelenarti.

    Quanto al kiwi e a tutto il resto non penso che si mettano d’accordo per rovinare l’agricoltura italiana, vorrà dire che costano meno, o sono migliori, o tutte e due le cose.

  8. A Gianpaolo:

    Si, piacerebbe anche a me una retroetichetta EU che obbligasse ad indicare
    (in che lingua ?) tutti gli ingredienti e gli additivi. Ma le tecniche di cantina ?
    l’ osmosi inversa, la rotoconcentrazione, il trattamento della vite con liquidi conferitori di aroma poco prima della vendemmia, i tannini liquidi, la gomma arabica ? l’ acido ascorbico, tutte le cose permesse e quindi “ovvie” ?

    Sono d’accordo con te sulla trasparenza, ma credo che sia anche volendo di
    difficile applicazione totale, mentre una suddivisione generica in vini per categorie (industriali /agricoli) potrebbe magari anche basarsi sull ‘ordinamento attuale: o Vini da Tavola o VQPRD.

    Ne gioverebbero tutti: l’ industria, il produttore agricolo, il consumatore, l’export. Qualcuno magari stará pensando che é una bella zappa su i piedi, un autogol: invece é dimostrato che la facilitá di comprensione della comunicazione giova alla vendita. Ti faccio l’ esempio del CAVA spagnolo.
    Tutti ridevano all’ inizio del nome che non richiamava niente: ora il mondo del vino, dopo tanti anni, sa che Cava equivale per tecniche di produzione e spesso per qualitá a Champagne.
    Noi siamo ancora a spiegare Metodo, Classico, Classese, Franciacorta, Trento etc etc ad un mondo di consumatori esteri in cui perlomeno il settanta per cento quando dici “spumante” pensa all’Asti e che quindi “spumante” significhi “vino spumante dolce”.

  9. Pingback: Vino al vino

  10. A me piace il vino che sa di vino! Quello che sa di legno non mi piace, sia che l’abbia preso dai barriques sia che l’abbia preso dai trucioli. E’ un gusto mio. Se qualcuno è contento di spendere 20 euro per una bottiglia di vino che sa di legno buon pro gli faccia. Ma allora perchè proibire ad un poveretto di spendere 2 euro per un cartone di Tavernello ai trucioli? Ovviamente chi sentendo il gusto del legno non distingue un Tavernello da un Brunello è giusto che paghi il primo come il secondo.
    Alla salute! con un buon bicchiere di barbera senza trucioli e senza barriques.

  11. Domanda: ma non è che a favore dei trucioli c’è anche il fatto che siano più ecologici? Si usa meno legno (leggi meno alberi)per raggiunere lo stesso obiettivo.

  12. Come al solito le innovazioni sono sempre viste come rivoluzioni in negativo. Anni fa quando alcuni produttori iniziarono ad usare la piccola barrique abbandonando le botti grandi si gridò allo scandalo. Poi sappiamo tutti com’è andata. Adesso ci sono i trucioli, visti da molti come materia da Nas, quasi che mettere il vino nel legno o il legno nel vino, alla fine, sia così diverso. La realtà è che per stare sul mercato, di fronte all’offensiva dei paesi emergenti, non c’era altra strada. Almeno per il vino di basso costo, quello che poi consente alle aziende di vivere. Che c’è di male se una pratica di cantina che non fa male alla salute consente di dare al vino un gusto che più incontra il mercato? Inutile nascondersi dietro un dito: il vino di qualità, quello che “non può costare troppo poco”, sarà sempre fatto allo stesso modo. E i consumatori sapranno sempre riconoscerlo e lo compreranno con attenzione. Ma con quel vino non tutte le aziende riescono a vivere. Sono pieni i magazzini di bottiglie invendute perché troppo care. Sono piene le cantine dei ristoranti di grandi etichette che nessuno vuole. Quindi ben venga un’apertura che consente semplicemente alle nostre aziende, che già soffrono perchè sottodimensionate rispetto ai paesi concorrenti, di resistere sul mercato. Prosit

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