Pinot nero italiano: profeta in patria, sconosciuto all’estero

Non ho niente di particolare contro l’Alto Adige e tantomeno contro l’Oltrepò Pavese che reputo regioni bellissime da visitare e con un’importante vocazione alla produzione di vini di qualità, ma non posso non prendere atto che queste zone, che sono indubbiamente le portabandiera e le più rilevanti, anche in termini statistici, per quanto riguarda la produzione di Pinot nero in Italia, a livello internazionale, in quanto produttrici di Pinot nero, non possiedono un’immagine sufficientemente forte.

O quantomeno non riescono a mandare segnali abbastanza forti che le qualifichino, ad un occhio esterno, come aree in grado di esprimere Pinot nero capaci di misurarsi se non con il modello storico, la Borgogna, quantomeno con gli altri Paesi e le altre aree viticole dove questo difficilissimo e straordinario vitigno viene coltivato.

La riprova di questa attuale incapacità dei nostri Pinot nero, quelli provenienti dai 325 ettari vitati circa della provincia di Bolzano e dai circa 2000 dell’Oltrepò (le altre aree dove il Pinot nero è presente in Italia, Valle d’Aosta, Piemonte, Veneto, Trentino, Friuli, Toscana, Umbria vantano estensioni decisamente inferiori e numericamente poco significative), di avere una valenza internazionale, viene, ad esempio, dall’ampio dossier di oltre venti pagine che Wine Spectator, nell’uscita del 15 maggio, ha dedicato, per la serie “Great grapes”, al Pinot noir nel mondo, una sorta di guida, curata da Bruce Sanderson, alle maggiori regioni e ai produttori simbolo produttori di vini ottenuti dal grande vitigno borgognone.

Bene, confortata da una tabella che presenta il numero di acri (che io ho convertito in ettari) presenti in queste zone vinicole, la rivista americana ha concentrato l’attenzione, dopo una bella parte introduttiva al fascino del Pinot nero, su cinque sole zone, ovvero la Borgogna con i suoi 10528 ettari, la Champagne (12660 ettari), la California (9735 ettari), l’Oregon (3090 ettari) e la Nuova Zelanda (1310 ettari), dimenticandosi di parlare di Paesi che almeno secondo una tabella, sicuramente non aggiornata, presente sul sito Internet del Concours Mondial du Pinot noir, hanno una certa valenza, come la Germania, la Svizzera, l’Australia, l’Ungheria, la Romania, il Portogallo.

Dal dossier è però rimasta fuori soprattutto l’Italia, dove gli ettari vitati a Pinot nero dovrebbero essere intorno ai 4000, e dove alcune zone, proprio quell’Alto Adige e quell’Oltrepò di cui parlavo all’inizio, oltre al Trentino, hanno indubbiamente la capacità di esprimere dei vini base Pinot nero di forte personalità, che danno perfettamente la misura dell’esistenza di terroir di valore (pensiamo agli areali di Mazzon, Appiano monte, Cornaiano, Terlano, della bassa Val Venosta, di Faedo, Corvino San Quirico, Montalto Pavese), e di un certo savoir faire produttivo.
Ma che ad un osservatore estero, come sono ad esempio i giornalisti di Wine Spectator, sfuggono completamente. Forse per snobismo, perché il numero di bottiglie prodotte dei migliori Pinot noir italiani sono poche, perché non sono zone mediaticamente attive e importanti come la Nuova Zelanda, perché una rivista americana è naturalmente portata ad avere un occhio di riguardo per i vini di casa, ma forse anche perché nessuno, ad esempio anche le persone che da alcuni anni organizzano ad Egna una meritoria rassegna, con tanto di concorso, del Pinot nero o Blauburgunder italiano, ha mai pensato che fosse opportuno lanciare loro dei messaggi e farsi conoscere.

E così il Pinot nero italiano rimane solo un prodotto da mercato interno e non riesce ad avere quella notorietà esterna che pure, quando è ben fatto, si meriterebbe…    

0 pensieri su “Pinot nero italiano: profeta in patria, sconosciuto all’estero

  1. Si Franco è tutto vero quello che dici.Pero’ sai benissimo anche te quello che il pinot nero in Italia riesce a dare.Risultati molto alterni.Quanti PN italiani bevi te??Io forse tre o quattro in tutto.Quelli che consideriamo i migliori come qualita’ costante.Ma anche loro,tra un anno e l’altro sono completamente diversi.Nell’annata buona sono “normali”….nell’annata non buona diventano “ciofeche”………Se vai a vedere il livello di quest’anno a Montagna,alla rassegna che citavi,ebbene era molto basso.E dai un occhio al voto che hanno dato a Franz Haas……….ti ho detto tutto.

  2. Sono anch’io d’accordo sul livello basso dell’annata 2003 (almeno dei vini presenti a Egna/Montagna). Mi sembra però che non sia del tutto vero che i vini delle diverse annate siano così alternative (buone – ciofeghe). Basta pensare a Bruno Gottardi che ogni anno riesce a produrre un vino degno di nota. Il problema, secondo me, è che essendo il Pinot Nero un vino difficile e che interessa ad un pubblico di appassionati con discrete possibilità economiche, sono davvero pochi i produttori che si dedicano seriamente ad esso. Non è la stessa cosa in Francia ed in altri Paesi. Promette molto bene, in Oltrepo, il Noir di Mazzolino (anche e soprattutto il 2003, che sarà commercializzato verso l’autunno). Ho avuto il piacere di assaggiarne una bottiglia in azienda e mi sembra davvero ben fatto (anche in questa azienda si crede nel Pinot Nero).
    Luciano

  3. Condivido quanto affermato e, con l’occasione, mi permetto di segnalare un Pinot Nero dell’azienda De Pra di Ormelle (TV)che stimo di alto livello qualitativo.
    Molte grazie per l’ospitalità.

  4. A parte il “livello basso dell’ annata 2003” per i pinot neri altoatesini il discorso del farsi conoscere o meno da pubblicazioni tipo wine spectetor non è che importi tanto. Parlo per quelli di Egna e Montagna ( gli organizzatori intendo). Bruno Gottardi… trascinatore ( quest’ anno una sua verticale da urlo!) e Pete Dipoli vero animatore delle giornate del Pinot Nero di Egna e Montagna considerano molte pubblicazioni del settore poco valide compreso il grande Wine Spectetor.Snobbismo? No serietà e passione nei limiti del commercio..ma bisogna conoscerli.Salut Amedeo

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