Tipi Italiani Contemporanei: intervista a Camilla Baresani

Camilla BaresaniOriginalissima autrice di recensioni di ristoranti in forma di racconto per il supplemento culturale del Sole 24 Ore, scrittrice raffinatissima (al suo attivo tre romanzi: Il plagio e Sbadatamente ho fatto l’amore pubblicati da Mondadori e L’imperfezione dell’amore, edito da Bompiani), e narratrice particolarmente attenta ai fenomeni di costume, Camilla Baresani si propone ora con un libro particolarissimo, TIC Tipi italiani contemporanei (Bompiani editore 200 pagine 16 euro ) che l’ha vista impegnata a fianco del celebre sociologo e sondaggista Renato Mannheimer.

Il libro, proprio “come in un film a episodi della più classica e godibile commedia all’italiana”, propone una galleria di tipi umani italiani contemporanei, caratterizzati da tic e manie spesso divertenti, ritratti in forma narrativa dalla Baresani e poi commentati, con le notazioni psico sociologiche che l’hanno reso celebre, da Mannheimer, che da studioso rigoroso qual’è ci dà la misura, con i suoi rilievi statistici, di quanto gli italiani condividano queste manie.

In TIC, negli undici racconti che compongono il libro, scritti con uno stile intenso, ironico e freddamente analitico, con una scrittura che non ha nulla di consolatorio, scorre davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi che caratterizzano l’Italia di oggi, come ha detto Beppe Severgnini un’Italia ossessionata da piccoli piaceri che si pensa siano gli unici piacere possibili.
Nel libro troviamo la cinquantenne divorziata, ma non rassegnata e ancora speranzosa di piacere, la famiglia che non riesce a concepire la propria esistenza se non accompagnandola da continui acquisti (spesso inutili) a rate, la “rifatta combattiva” che di tocco in ritocco cerca di conservare il proprio fascino, la coppia di pensionati che una volta liberi dalla “schiavitù” del lavoro si trasformano in globe trotter, in viaggiatori accaniti che non appena rientrati da un viaggio già ne programmano un altro.

Tra questi tipi umani ovviamente non poteva mancare, già oggetto di parodie da parte di comici televisivi, la figura, oggi molto di moda, del “gourmet scoutitor di vini”. In altre parole del professionista, agiato, dotato di un buon potere d’acquisto, che non perde occasione di far notare che lui, di cucina e di vino sa tutto, che é un vero esperto, e per mantenersi fedele a questa immagine divora riviste gastronomiche, consulta siti Internet e blog, é spettatore fedele di canali satellitari e vede la vita unicamente sotto forma di un’enogastronomica rappresentazione.

Per capire con quale occhio una scrittrice come Camilla Baresani (animatrice di un blog nel quale dialoga con i suoi lettori) guardi a queste forme degenerative del discorso sul cibo e sul vino, delle quali già nel suo terzo romanzo, L’imperfezione dell’amore, aveva già dedicato una descrizione impietosa – “Fissi un bicchiere di vino rosso su un tavolo deserto, con le pietanze ancora nei piatti. Resisti a fatica all’impulso di prendere in mano quel bicchiere e far ruotare turbinosamente il liquido all’interno, gesto ormai comunissimo nei ristoranti italiani, che ti è sempre sembrato una ridicola posa da pseudo-intenditori e di cui, invece, scopri la vera utilità: ecco perché lo fanno, serve a scaricare la tensione !” – ho pensato d’intervistarla.
E chiedendole perché la figura del “gourmet scoutitor di vini” la diverta tanto, ho pensato di farmi raccontare perché abbia pensato, a sua volta, di dedicarsi a raccontare il mondo della cucina, attraverso i suoi particolari racconti di ristoranti pubblicati dal Sole 24 Ore.

Ecco cosa mi ha raccontato, nel corso di un incontro conviviale da un amico ristoratore e blogger, ,  Adriano Liloni della Trattoria Pegaso di Soprazzocco vicino a Salò.

Camilla, come è nata la sua scelta di dedicare una parte importante della sua attività giornalistica (sul Sole 24 Ore e sul Magazine del Corriere della Sera) ad occuparsi di cucina e di ristoranti? E’ stata una scelta casuale, magari suggerita da qualche redattore o direttore, oppure il riflesso di una passione maturata negli anni per la cucina e la gastronomia ?

Qualche tempo dopo l’uscita del mio secondo romanzo Riccardo Chiaberge mi ha chiesto di collaborare alle pagine culturali della domenica del Sole 24 ore. Mi hanno chiesto di cosa volessi scrivere e allora, pensandoci bene, io ho proposto il mio diario di una golosa, ovvero di raccontare i ristoranti non con l’ottica del gourmet, del recensore di piatti, ma del narratore. Quindi parlare più che di cibo di situazioni e di personaggi. Prima di formulare questa proposta mi sono chiesta: quali sono i luoghi narrativi classici nell’esistenza di una persona ? Le assemblee condominiali, i mezzi pubblici ed i ristoranti, perché rappresentano un crocevia di situazioni, di arredi, stati d’animo, esistenze, vizi. Nel ristorante trovi la gente che lo frequenta, le macchine parcheggiate fuori, le personalità dello chef, del cameriere, dei clienti, è uno spaccato di società ideale da raccontare per uno scrittore. Una varietà di situazioni infinita.
Chiaberge, responsabile della pagine culturali del Sole 24 Ore, aveva letto il mio secondo romanzo, era alla ricerca di collaboratori più giovani e quando gli ho proposto di pensare la mia collaborazione in questo modo, ha subito accettato l’idea.

E come sceglie i ristoranti di cui scrive ?

Posso dire che provo cinque locali per poi sceglierne uno, perché magari un locale mi piace per la cucina, ma poi non ha niente da dirmi per il mio diario, non ha quello che mi piace veramente e mi spinge a scrivere. Ci sono posti insulsi e posti veri e deve scattarmi qualcosa dentro, non solo gastronomicamente parlando ma come contesto che mi offre il destro, il piacere di raccontare.
Non ho mai avuto alcun vincolo dal Sole 24ore nelle mie scelte, nessuno mi ha suggerito locali da visitare e di cui scrivere.
Ripensando alla mia scelta di scrivere di ristoranti, devo dire che a me piace leggere quello che voglio io e se mi avessero proposto, o avessi proposto io, di fare delle recensioni di libri, mi sarei prevedibilmente trovata a dover recensire libri, in larga parte novità, che non m’interessano, a doverne magari parlare in maniera non autentica, perché all’epoca ero appena entrata nel mondo dei libri, ma oggi conosco un po’ tutti nell’ambiente editoriale, ho amici traduttori, scrittori, direttori di collane.
Ti danno un libro da recensire e tu sei amico del direttore di collana, del direttore editoriale, sai che sacrifici hanno fatto per avere quel libro, per coccolare l’autore, ecc, e cosa fai, ne parli male ?
Stroncarlo vuol dire anche colpire il suo lavoro e non ti sembra giusto: tutto diventa molto difficile e antipatico e poi devi leggere a comando, e non quello che m’interessa o mi serve per me, per migliorare la qualità della mia scrittura. Io posso leggere Saul Bellow tutta la vita, ma non mi va di dovermi confrontare con delle banalità che non mi danno niente. E poi avrei dovuto rinunciare a quel motivo che mi ha indotto a cominciare a scrivere, ovvero la passione di leggere e diventerebbe un lavoro anche leggere.

Ma perché proprio scrivere di ristoranti ?

Mi sono chiesta: cosa ti piace fare nella vita ? Mangiare. Cosa fai da quando sei piccola ? Ho sempre girato per ristoranti con mio padre ed i miei nonni, prendendo sempre appunti delle cose che captavo intorno a me. In fondo ho sempre sognato di diventare un recensore del Gambero rosso o di riviste del genere. Non ho mai cercato di farlo, ma l’idea mi piaceva.
Al ristorante ho sempre preso appunti di ogni tipo e ho taccuini e taccuini con descrizioni d’ambiente, brani di conversazioni, commenti sui piatti, che poi ho utilizzato in qualche modo anche nei miei romanzi. Allora quando prendevo questi appunti mi piaceva solo prenderli e basta e non pensavo ad un loro utilizzo, e anche i dialoghi in dialetto in una trattoria di Goro nel ferrarese erano affascinanti…

Pensa che una storia ambientata nel mondo del vino o della cucina potrebbe mai diventare lo scenario di un suo romanzo ?

Nei miei romanzi ci sono sempre personaggi a tavola, a casa, al ristorante, che mangia e la tavola ha sempre un ruolo importante nella vita dei miei protagonisti, spesso nei romanzi questo non accade.

Quali sono gli aspetti che più l’affascinano e quelli che, invece, non capisce o detesta o ritiene vadano ridicolizzati nel mondo della cucina e del vino italiano ? Che reazioni suscita in lei sentir parlare di “vini barricati” o di “cucina destrutturata” o leggere la descrizione di un vino o di un piatto che fanno i giornalisti enogastronomici ?

Il problema cruciale per me al ristorante è l’atmosfera, non tanto il cibo, anche se sono una buona forchetta. Ci sono luoghi come l’Ambasciata di Quistello oppure Cesare di Albaretto Torre che per me hanno un’atmosfera speciale e sono quei luoghi indimenticabili di cui tutti siamo alla ricerca. Nel mio piccolo, quando sono qui nel villaggio turistico proprietà della mia famiglia qui a Desenzano e mangio qui, di fronte al lago, penso che sia un paradiso, un vero spettacolo soprattutto in occasione della pesca alle sardine quando al Vo, grazie ai fondali bassi e sabbiosi (con l’acqua più calda e più bassa del lago) si assiste ad una vera e propria sfilata di barche, ed è una meraviglia.
Quanto alla cosiddetta cucina destrutturata, di locali tipo Scabin, ci si va una volta per curiosità, per avere un’idea di cosa si tratti e poi non ti viene voglia di tornare. E’ come uno show, ma uno show al quale non si torna volentieri. In questi posti immancabilmente c’è una persona che ti racconta e ti descrive quello che mangerai e da che parte dovrai cominciare, e questa descrizione t’impedisce di memorizzare quello che mangi, perché quando ti arriva il piatto te lo sei già dimenticato, perché l’attesa si è consumata nella descrizione complicata. Allora si dovrebbe ricominciare da capo nella descrizione.
Io odio i posti dove non c’è il menu e la proposta dei piatti ti viene recitata a voce: non riesci a calibrare le tue scelte, a sognare come comporre il tuo menu, la sequenza, invece devi stare attenta e a metà del menu mi sono già dimenticata di quello che mi hanno detto prima…

Camilla, al ristorante ci si va ancora soprattutto per mangiare o è diventato qualcos’altro dove tutti mettiamo in qualche modo in scena noi stessi ?

La trattoria romana anni Cinquanta, dove si andava soprattutto per mangiare, era già qualcos’altro, un luogo ospitale, una seconda casa, un allargamento della portineria, un posto dove ti senti come a casa tua. In un’intervista su Vanity Fair, Sirio Maccioni chef italiano proprietario di un ristorante prestigioso come Le Cirque di New York, dice che in Italia la gente va al ristorante per mangiare, negli Stati Uniti per lo show.
Da noi lo show mi sembra che ce l’abbiano messo gli chef per giustificare i prezzi, un po’ come l’animazione nei villaggi turistici, come un’applicazione della formula Club Med. Pensa a questi posti raggelanti dove tutto è perfettino, controllato, pulito, disinfettato, silenzioso e ti sembra di vivere come in un acquario, tavoli grandi distanti tra loro, tu sei con una persona e finisci con il sentirti a disagio persino quando parli, sei messo sotto esame, giudicato nelle scelte dei piatti e dei vini, degli accostamenti, nella composizione del menu. E poi con questa atmosfera rarefatta ci si annoia e allora in questi luoghi diventa fondamentale il momento spettacolare dato dello chef divo che si rappresenta e si mette in scena.

In il piacere tra le righe (un saggio dedicato al piacere di leggere edito da Bompiani) lei riporta i risultati di un sondaggio sui consumi di vino che parlando di giovani accenna ad una certa “femminilizzazione dei consumi”, della predilezione delle donne per “la freschezza, l’amabilità e la profumazione. Non gradiscono l’astringente, l’amaro, l’acido, l’eccessivo”.
Mi viene naturale chiederle se questi risultati, che dicono e non dicono e costituiscono una generalizzazione, valgano anche per lei, se anche lei preferisca bianchi freschi e aromatici, vini rotondi, fruttati, non spigolosi, a basso contenuto di tannini e poca acidità. Quali sono i suoi gusti in materia di vino ?

Il vino deve essere poco profumato, molto secco, per i bianchi, con una predilezione per le bollicine. I rossi devono essere corposi, non amabili, quindi non l’Amarone, ma piuttosto il Barbaresco, che è il vino che prediligo, oppure il Barolo. Trovo più vini rossi che mi piacciano, che bianchi. Trovo molto buoni i bianchi dell’Etna, che ho scoperto di recente.

In Tic lei ha dedicato un racconto pieno di altrettanta graffiante ironia, alla figura del “gourmet-scuotitor di vini”. Cosa la diverte di più e cosa l’ha portata ad ironizzare su questo gesto ? Perché il discorso sul vino è diventato un tic e una moda ?

Indubbiamente nel Paese reale, al di là delle descrizioni spesso drammatiche dei giornali, la famosa crisi di cui tanto si parla non è poi così profonda, come ci dicono le code in autostrada nei fini settimana, d’estate, nei ponti, ecc. Vuol dire che c’è una disponibilità di spesa che ha permesso alla gente prima di buttarsi sui vestiti come status symbol e poi, come estensione, sul cibo e sul vino, con ancora maggiore successo perché il mangiare e bere fa parte da sempre del costume italiano e quindi la propensione a diventare moda è superiore.
Oggi io continuo ad incontrare persone di ogni tipo che dicono di essere esperte/appassionate di enogastronomia: dalla segretaria del dentista che sta facendo il corso di sommelier all’impiegata della banca che il corso A.I.S. o qualcosa di analogo ha appena fatto.
Tutto questo parlare di cibo costituisce, ne sono consapevole, una sopravvalutazione spaventosa, ma mi auguro che porti ad aumentare la qualità effettiva di quel che noi beviamo e mangiamo e ci porti a sapere di più per scegliere meglio.
Il rischio che si tratti solo di una moda è però molto consistente… Il vino è ovviamente una delle non molte cose su cui possiamo contare in Italia: la ricerca scientifica ci vede tagliati fuori, l’università lascia a desiderare, l’industria è in crisi, cosa ci resta ?
Il patrimonio culturale, artistico e architettonico, che stiamo distruggendo con l’abusivismo edilizio, ma che per molti costituisce l’immagine vera dell’Italia, come di un Paese dove sostanzialmente si vive bene e si mangia e si beve benissimo.
Dovremmo essere il Paese della qualità della vita, del bel clima, del buon cibo e del buon vino, ecco perché raccontare questa Italia attraverso i suoi ristoranti e la gente che li frequenta non mi dispiace…

2 pensieri su “Tipi Italiani Contemporanei: intervista a Camilla Baresani

  1. ola’!
    citato fra tanti premier della cucina italiana…mi mette a disagio…
    ho avuto il piacere di conoscere la Baresani…non e’ scoccata la scintilla…e non pretendo questo…eh eh eh !
    franco noi ci vediamo comunque il due….rilassati …sara’ una bella giornata senza tante manfrine…

  2. Pingback: Gli sbafatori e Camilla Baresani, nessuno si senta escluso - Puntarella Rossa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *