Enogea n°7: i Barolo 2002 ed i Barbaresco 2003 secondo Masnaghetti

Segnalazione d’obbligo per la nuova uscita, la numero 7, datata giugno-luglio, per Enogea, la news letter bimestrale indipendente del collega Alessandro Masnaghetti (per informazioni e abbonamenti fax 0546 40275 mail).
Le 46 pagine di questo bel numero offrono difatti numerosi motivi d’attrazione, a partire dall’intelligente riproposta della storica carta dei cru del Barbaresco che “il Masna” realizzò nel 1994 per la rivista veronelliana Ex Vinis, un lavoro straordinario e ancora attuale che consta di una mappa in due pagine, a colori, che visualizza cru per cru, e di un racconto – descrizione delle caratteristiche di ogni singolo vigneto, dai più noti come Asili, Rabajà, Martinenga, Montestefano, Roncagliette, sino ai meno noti. Completa il lavoro, da conservare, una carta delle sottozone ufficiali del comune di Barbaresco, elaborata dal Comune di Barbaresco.
Di Barbaresco si parla poi nella sezione dedicata ai Barbaresco annata 2003 raccontati e organoletticamente descritti, uno per uno, con le consuete note di degustazione in centesimi, da Masnaghetti, che dal canto suo trova i vini “caratterizzati da un tannino piuttosto incisivo”, o meglio “tannini duri ma non secchi”.

Ancora Nebbiolo di scena, con la sua più alta espressione, il Barolo, con una ricca seri di vini della difficile annata 2002 passati al setaccio (e al giudizio organolettico) dal Masna. Il giudizio, che questa volta mi sento di condividere, è di Barolo 2002 visti come “vini di buon colore, buona sostanza e di buona maturazione tannica” , con profumi “poco sviluppati o meglio poco articolati”,che “non è ben chiaro se riusciranno a svilupparsi del tutto prima che i vini imbocchino la loro fase calante”.
Vini non destinati a tenere 15 o 20 anni, anche se il Nebbiolo è uva capace di incredibili sorprese.. Concordo in linea di massima con le valutazioni di Alessandro, che ha assegnato alcuni dei suoi punteggi più elevati ad alcuni vini che anche a me, assaggiati alla cieca, sono piaciuti, il Barolo di Cordero di Montezemolo, il Vigna del Mandorlo dei Fratelli Giocosa, il Moncucco di Michele Reverdito, il Montanello della Tenuta Montanello e poi i Barolo di Elio Grasso, il Monvigliero del Castello di Verduno.
Non lo seguo invece, anzi, la penso in maniera sostanzialmente diversa, quando Masna racconta che “girando per cantine si avverte infatti l’intenzione (in alcuni casi già concretizzata) di eliminare gradualmente le barrique e di ritornare alle botti di media capacità. Un errore ? Niente affatto. Semplicemente – come già in passato – è la dimostrazione che i produttori di questa zona sanno ragionare e sano interpretare il loro lavoro come qualcosa in continua evoluzione”.
Tutte balle, Alessandro, per molti produttori che sono passati, si ripromettono o semplicemente dicono di voler passare dalla barrique alle botti, di rovere di Slavonia o francese, di media capacità, 15-20-30 ettolitri non si è trattato di un ragionamento evolutivo, ma di un qualcosa dettato dalle precise richieste di tanti consumatori che si sono letteralmente stancati, e non li sopportano più, non li vogliono più bere, perché questi vini bere non si fanno proprio, di tanti Barolo dove protagonista era il legno, le note tostate e non il vino.
Se non si fossero trovati, di colpo o quasi, con le cantine semipiene, con le scorte non esaurite, con le bottiglie non più gradite a consumatori, enotecari, ristoratori, importatori, e ovviamente larga parte della stampa specializzata e delle guide in particolare, non si sarebbero mai sognati di abbandonare l’amata barrique per fare ritorno alla tradizione.
Quella tradizione che alcuni dei più importanti produttori di Barolo non si sono mai sognati di rinnegare o abiurare e alla quale hanno fatto sempre riferimento, anche negli anni più difficili, dove a lavorare da tradizionalista passavi da retrogrado o passatista, e alla quale hanno fatto riferimento come il più naturale e prezioso dei patrimoni.

Se ora, soprattutto con i vini dell’annata 2002 o con quelli del 2003 alcuni barolisti sino ad ieri sostenitori, senza dubbi, della "filosofia" modernista fanno ritorno al buon senso, benvenuti, ma non facciamo passare la loro scelta, obbligata, come un ragionamento figlio del buon senso, come una naturale evoluzione, perché è solo dettata dal marketing, dall’esigenza di ritornare a vendere. E di non trovarsi magari vini stellati ma cantine piene

Detta la mia sulla querelle, sempre viva, altro che balle !, barrique sì – barrique no, Enogea numero sette merita di essere letta anche per le note di degustazione di Aglianico e altri rossi campani e per la bella intervista ad un grande e bel personaggio del mondo del vino di Langa, il settantasettenne enologo consulente Armando Cordero, da venticinque anni presidente della Commissione d’assaggio per Barolo e Barbaresco della Camera di Commercio.

Moltissime le cose interessanti dichiarate da Cordero, ma su queste mi riprometto di tornare presto con altre riflessioni.   
Buona lettura !

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