Francia addio, ora i winemaker dell’Oregon si ispirano all’Italia

Notizie molto positive per il mondo del vino italiano in arrivo da un importante Stato vinicolo degli Stati Uniti come l’Oregon (patria di eccellenti Pinot noir e Chardonnay, ma anche di interessantissimi Pinot gris, varietà che viene sempre più massicciamente impiantata e che incontra, anche negli altri Stati americani crescente successo).

Così ci racconta nella sua vivace rubrica sul quotidiano The Oregonian di Portland l’ottimo wine writer Matt Kramer, il più acuto e originale tra i columnist di Wine Spectator, ricordando come negli anni Ottanta del Novecento se qualcuno si fosse azzardato a sostenere che prima o poi enologi e viticoltori americani sarebbero finiti con l’ispirarsi più all’Italia che alla Francia avrebbe fatto la fiducia del pazzo.

Venticinque anni fa la Francia era la nazione vinicola di riferimento, per i vini e per le capacità commerciali, ma oggi, sebbene sia il più grande serbatoio di vini di qualità non ispirava più le persone come un tempo.
Secondo Kramer il “marketing del vino francese oggi è stantio e inefficace e tutte le varie zone vinicole francesi, Champagne a parte, hanno fatto registrare significativi cali nelle vendite. Al di là delle consueta categoria di grandi vigneti e grandi produttori, troppe bottiglie lasciano a desiderare”.
Certo, sostiene Kramer, la Francia “può tornare a fare battere i cuori, grazie al patrimonio viticolo e ad un’ineguagliabile tradizione”. Nel contempo, però, Italia e Australia stanno facendole una concorrenza feroce.

E così, ci assicura Kramer, “l’Italia è diventata ora fonte d’ispirazione per una generazione nuova di viticoltori americani, che amano le varietà autoctone italiane, ma apprezzano ancor più la sensibilità e lo stile italiano.

Questo stato di cose appare con grande evidenza, dice Kramer, “nei vigneti dell’Oregon, dove si è lavorato da pionieri sulla varietà Pinot gris prendendo come modello stilistico quello francese, anzi alsaziano rappresentato dal Tokay Pinot gris, oggi Pinot gris tout court. Oggi invece la maggior parte delle bottiglie di Pinot gris dell’Oregon si ispirano allo stile del Pinot grigio italiano, il che significa vini più leggeri, bevibili e freschi rispetto al tradizionale importante approdo alsaziano”

Ma c’è di più, perché non è più solo il Pinot grigio ad ispirare i viticoltori dell’Oregon, ma anche uno stile di vino bianco tipicamente italiano e segnatamente friulano come quello rappresentato da quegli uvaggi bianchi che hanno incontrato particolare fortuna in Friuli ed in celebri zone vinicole come il Collio ed i Colli orientali del Friuli.

Kramer a questo proposito cita l’esempio di un blend bianco prodotto in Oregon dal 1999, proposto da un vignaiolo che dichiara apertamente di ispirarsi, per questo vino, dal singolare nome di Cristo misto, ad alcuni dei più noti uvaggi bianchi friulani, dal Vintage Tunina di Jermann al Terre Alte di Livio Felluga.
Un blend, il vino di Jay Somers, questo il nome del produttore, fatto con un 50% di Sauvignon blanc di un vigneto, un 15 per cento ancora di Sauvignon di un’altra zona, un 33% di Pinot gris ed un pizzico, un 2% di Riesling.
Il risultato, ci dice Kramer, che conosce benissimo l’Italia ed i nostri vini, è “di non comune eleganza, un bianco secco senza trucchi e aggiunte di make up, senza passaggio in legno né batonnage o aggiunte di lieviti e senza furbeschi zuccheri residui”.

Un vino che anche grazie al suo costo contenuto, intorno ai 15 dollari, sta incontrando un notevole successo e mostra una strada che altri produttori in Oregon hanno intenzione di seguire.

Da me contattato Jay Somers si é detto persuaso che Cristo misto sia fedele ai vini cui si è ispirato e si augura “che la gente che lo proverà e che conosce questi uvaggi friulani riconosca la fedeltà dell’ispirazione. Un tipo di vino molto adatto al cibo, espressione del vigneto più che delle tecniche di cantina. La scelta di utilizzare solo un affinamento in acciaio e di evitare la fermentazione malolattica è legata all’intento di preservare la purezza del vino, la sua vivace acidità ed il suo ampio spettro aromatico”.

Quanto al nome singolare del vino, merita un breve accenno. Come racconta il produttore nasce dall’intraducibilità in italiano del suo nome, Jay, che lo indusse, molto pio, con un’intensa fede religiosa e un autentico culto per Giovanni Paolo II, a scegliere di chiamarsi Cristo e così, quando decise di produrre il suo primo blend bianco sullo stile italiano non potè chiamarlo, con una certa spregiudicatezza, Cristo Misto, “in omaggio ai grandi vini bianchi dell’Italia del Nord Est”.
Un nome che può essere facilmente pronunciato anche in inglese e così diverso dagli altri può essere facilmente ricordato.

Anche questo, amici miei, è lo spirito, un po’ naif se volete, del New World wine…

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