Il supplemento Les meilleures vins d’Italie della Revue du Vin de France

E’ bene dirlo subito, prima che qualche stupidello (ce ne sono in giro, eccome se ce ne sono…) mi accusi di giudicare il supplemento Les meilleures vins d’Italie. La séléction 2006 de la Revue du Vin de France spinto dal risentimento, perché non sono stato chiamato a far parte dello staff che ha realizzato questo allegato della più popolare e diffusa tra le riviste che si occupano di vino in Francia.

Nessun risentimento o rancore, e se non ho fatto parte del team è stato solo per una mia precisa sceltaDownload file perché dopo aver collaborato lo scorso anno al supplemento, occupandomi della Lombardia, quest’anno ho preferito rinunciare a collaborare, anche se il coordinatore, Raoul Salama, mi aveva proposto di occuparmi del Trentino e dell’Alto Adige.

Chiarita senza possibilità di equivoco la situazione, tornando al supplemento 2006, occorre innanzitutto rilevare che la formula è identica a quella adottata nel 2005, con una equipe franco-italiana, formata da giornalisti, esperti, degustatori, collaboratori della RVF oppure di guide e riviste italiane (Ernesto Gentili della Guida dell’Espresso che ha ben curato e raccontato l’Emilia Romagna, Ian D’Agata della piccola guida D’Agata – Comparini che si è occupato di Puglia Basilicata e Calabria, Giuseppe Poli, che ha curato le Marche), che ha cercato di ispezionare e raccontare al pubblico di lingua francese, spesso totalmente a digiuno di nozioni precise su quel che venga prodotto nel vigneto Italia e circa la qualità odierna dei nostri vini, l’identità viticolo – enologica di un gruppo di regioni.

Il tutto in forma di snelle presentazioni e introduzioni corredate, in perfetto stile “guidaiolo”, da piccole, stringatissime e spesso troppo essenziali e quindi alla fine riduttive e, crediamo, ben poco utili, schede riservate a singole aziende selezionate, ognuna delle quali è stata giudicata con una classificazione qualitativa che va da un minimo di una ad un massimo di tre stelle.

Il supplemento di quest’anno ha presentato, com’era ovvio, alcune delle regioni già presenti nel supplemento 2005, ad esempio il Piemonte e la Toscana, ma anche Friuli, Trentino e Alto Adige, Veneto, Campania, Abruzzi e Sicilia, ma ha proposto anche, per la prima volta, le produzioni di regioni significative come Emilia Romagna e Marche, mentre Puglia, Basilicata e Calabria sono state unificate in un unico capitolo.

Cosa emerge dalle analisi del supplemento italiano della RVF ? Innanzitutto che, statisticamente parlando, la classificazione massima delle tre stelle è stata assegnata a tre aziende in Trentino e ad una in Alto Adige, a due sole in Friuli, a tre in Veneto, a 8 in Piemonte, ad una in Emilia Romagna, a otto in Toscana, a due in Abruzzo, a due nelle Marche, a due in Campania, ad una in Puglia e ad una in Basilicata, a due in Sicilia (quindi un totale di 35 aziende pari al 19%), mentre con due stelle sono state giudicate 67 aziende, pari al 36% e 83 aziende, ovvero il 45%, sono invece state classificate con una stella, per un totale di 185 aziende recensite.

Nato con l’intento di aiutare gli appassionati di vino francesi, i turisti d’Oltralpe che prevedendo di fare un viaggio o una vacanza in Italia volessero unire l’utile di una visita a Venezia, Firenze, Siena, Napoli, Milano, Palermo, oppure a Torino, il dilettevole della scoperta del nostro ricco patrimonio enologico e ampelografico, il supplemento, in gran parte a causa dell’assoluta essenzialità delle notizie – (a cosa servirà mai scrivere a proposito della Cantina Produttori di Colterenzio “i rossi di questa cooperativa sono buoni quanto i bianchi. Prezzi tra 6 e 18 euro”, oppure “questa azienda è diventata una delle più importanti della regione grazie a vini di buona fattura, realizzati sempre con rigore” riferendosi a Ceretto, o ancora “un nome celebre in Calabria che ha riscoperto il Magliocco” parlando di Librandi ?), non riesce, a nostro avviso, a raggiungere l’obiettivo previsto.

L’informazione fornita rimane molto spesso nel generico e nel vago e talvolta, come nel caso del capitolo riservato al Piemonte, opera di Bernard Burtschy, membro del comitato di degustazione della RVF, non immune da errori clamorosi, ad esempio quando si scrive, a proposito del Barolo, che le uve autorizzate sono tre, Nebbiolo, Barbera e Dolcetto (e non come sanno anche i bambini il solo Nebbiolo), oppure, ancora a proposito del Barolo e del Barbaresco, che sino agli anni Settanta, quando fece la sua comparsa un noto produttore, alias Angelo Gaja, “le due denominazioni erano ancora sprofondate nella nebbia di rendimenti elevati e di vinificazioni approssimative”, cosa che non corrisponde assolutamente al vero.
E che può affermare e scrivere solo uno sprovveduto, uno che non conosce la storia e non sa interpretare la realtà attuale del mondo piemontese. E che soprattutto non ha mai avuto la fortuna di bere uno dei tanti grandi Barolo che sono stati prodotti, anche quando il re del Langhe Nebbiolo aveva i pantaloni corti, e in cantina operava ancora, con ottimi risultati, suo padre Giovanni…

L’impostazione generale del supplemento conferma che anche quando giudicano i vini italiani i colleghi transalpini (ma purtroppo anche qualche italiano membro del team…) tendono a farlo con naso e palato francese, privilegiando i vini che più si avvicinano allo stile francese e segnatamente bordolese.

Uno stile che come rivelano gli stravaganti titolo e sottotitolo del capitolo dedicato al Piemonte “Il risveglio del vecchio leone. Spinto dalle giovani generazioni, il Piemonte si è svegliato a colpi di barrique nuove a metà degli anni Ottanta, per diventare una star internazionale”, contempla come decisivo e positivo (e non certo come un limite) l’apporto dato ai vini dai piccoli fusti di rovere (francesi, ça va sans dire…), ed uno stile di vinificazione che privilegia la modernità sulla tradizione.

Ecco dunque in Piemonte “tristellati” solo produttori modernisti, teorici della barrique, ovvero Clerico, Altare, Gaja, Sottimano, Luciano Sandrone, Rivetti, confinato ad una stella Beppe Rinaldi, eletti a campioni del vino toscano i soliti noti, da Fonterutoli a Poliziano, da Siro Pacenti a Banfi, ridotto ad una sola stella Fontodi, confinato tra le citazioni Biondi Santi, ignorati, a Montalcino, Il Poggione, Piero Palmucci, Lisini, Gianni Brunelli e, ovviamente, Soldera.

Ma le stranezze e le stravaganze non sono finite, perché buona e fedele selezione del Veneto a parte, opera di Isabelle Bachelard, valida scelta in campo siciliano merito di Roberto Pétronio, e soprattutto originale e coraggiosa graduatoria di meriti stabilita in Campania da Anne Serrès ( ci voleva una francese per non ripetere l’ennesima noiosa esaltazione, a priori, dei vini di Feudi di San Gregorio, Galardi e Villa Matilde !), il resto, come avrebbe detto Gino Bartali, “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”.

O quantomeno è fortemente opinabile. Assurdo e strambo scegliere come miglior produttore pugliese Leone De Castris e ignorare bellamente Candido, quantomeno comico proclamare come miglior azienda marchigiana (insieme a Le Terrazze) l’Oasi degli Angeli produttrice del Kurni, e poi ignorare aziende valide come Colonnara o Cocci Grifoni, citare en passant Sartarelli, Monte Schiavo e Coroncino e dare un’idea delle Marche soprattutto come grande terra di rossi mentre è il Verdicchio, invece, a fare la nobilitate della patria di Rossini e Pergolesi, insieme al Rosso Conero.

Una scelta legittima, è la sua e conoscendolo sono certo che non lo sfiorerà alcun dubbio di aver sbagliato, quella effettuata da Raoul Salama, responsabile delegato dal redattore capo e coordinatore del team di dieci autori (sette francesi e tre italiani) del Supplemento, ma è una scelta che non solo rende questa selezione molto discutibile, ma offre dell’Italia del vino di oggi un’immagine, tutta francisant, parisienne e filo bordelais, davvero ben poco fedele.
Dommage, pardon, Darmagi !

0 pensieri su “Il supplemento Les meilleures vins d’Italie della Revue du Vin de France

  1. Caro Franco

    Hai messo il dito su una piaga, anzi due. La prima era che se tu avessi partecipato forse la guida avrebbe avuto una colorazione un po´piu´”italiano vero”. La seconda é che il nostro vino viene percepito, nelle varie nazioni, non per quello che é – e che tu ed altri operatori conoscono essere – ma per quello che “colpisce” il palato, la fantasia e l’ attenzione del mercato in questione. Siamo in una situazione di “uno, nessuno e centomila”. Prendi per esempio una DOC qualsiasi, che so´, il Morellino di Scansano. Esiste un disciplinare ed anche qualcuno che lo rispetta ma la variazione all’ interno della DOC e´enorme per quanto riguarda i caratteri organolettici. Ed allora il Morellino A andrá forte in America del Nord mentre il Morellino B sará popolare in Germania ed il Morellino C venderá bene in che so’ a Roma e a Napoli.
    Lo stesso si potrebbe dire per molte altre DOC.

    Poi, rispetto a te o ad altri attenti giornalisti, lo straniero anche se attento e motivato, viene per ragioni di forza esposto ad un numero ben inferiore di assaggi e se questi basa le sue valutazioni. Di regola chi porta i suoi vini all’estero sono i produttori che “parlano l’ inglese”, che prioritano l’ export e che, giustamente, sgomitano per attirare l’ attenzione del giornalista straniero.

    Non sempre sono (solo) i migliori, non sempre i piu´indicativi, non sempre i piu´”veri”, ma tant’é.

    Ora la domanda é: e´colpa delle guide straniere, dei varii recensori oppure del nostro ordinamento DOC e dei relativi controlli ? Ogni botte dá il vino che ha, e chi ci dice che questa per quanto deprecabile “confusione” di segnali
    non abbia poi un rovescio positivo della medaglia identificabile come doti di versatilitá, risposta al mercato, flessibilitá, creativitá ?

    Io personalmente sarei per la affidabilitá di un sistema che mi dica cosa mi devo aspettare quando acquisto un Morellino o altra DOC, ma visto che
    la cosa sembra impossibile da realizzare, chissá se il contrario non abbia pure
    qualche vantaggio e valore ?….o se si tratta magari solo di fare “buon viso a cattivo giuoco”?

    Ciao,

    Carlo

  2. Carlo, mi sento in qualche modo chiamato in causa, chissà se sono A, B, o Z?
    E’ l’ennesima questione delle Denominazioni di Origine (DO). Devono sancire la qualità? Il tipo di vino? oppure, come suggerirebbe il nome, solo l’origine?
    Il problema più grosso sembrerebbe essere la presenza di vitigni estranei, o presenti in quantità difformmi, rispetto al disciplinare. A meno che non venga fuori una tecnica di analisi del DNA talmente sofisticata da discernere qualità e quantità dei vitigni usati in un certo vino (e non dispero che ci si arriverà prima o poi, se qualcuno decide di investirci qualche risorsa), rimarrà sempre il dubbio che qualcuno abbia giocato sporco. A meno che non si tratti di monovitigno, come sono per l’appunto i due forse più grandi vini italiani, Barolo e Brunello, dove è relativamente semplice “sgamare” l’intruso (anche se resta difficile provarlo).
    Io lancio una proposta, o meglio faccio mia e in parte rielaboro una proposta fattami da un collega che mi ha colpito molto per l’audacia e la provocatorietà. Preciso che secondo me da questa proposta andrebbero ovviamente esclusi i grandi classici italiani, ovvero quelle due dozzine di grandi vini che hanno una storia veramente importante e dimostrabile, come i Baroli e i Brunelli per es.
    La proposta è: perché non fare una denominazione dove centrale non sia il vitigno, anzi dove ognuno può usare quello che gli pare tra quelli ammessi (che sono decine) in ogni regione, ma che sia vincolata al rispetto rigidissimo di alcune regole in materia di viticoltura (per esempio il collega mi parlava di densità d’impianto, ma si potrebbe parlare di produzione massima per ceppo e di altro ancora) e di qualità del prodotto in generale. In fin dei conti, non vorrei dire uno sfondone, apriti cielo, ma anche nei grandi vini di bordeaux ci sono prodotti dove c’e’ quasi la totalità di Cabernet franc, altri dove non ce n’e’ neanche un goccio, altri che sono metà cabernet sauvignon e metà merlot, ecc. Eppure nessuno si pone, credo, il problema del vitigno.
    Quindi il succo è, perché voler a forza puntare sul modello “vitigno”, piuttosto che sul modello “terroir”? Queste DOC di “eccellenza” non sarebbero forse più sensate di tante DOC oscure e improbabili (oltre 300 mi pare in Italia)?
    Lo ripeto, non è pensabile che sia applicabile a quelle grandi denominazioni di cui sopra, ma alle centinaia delle altre.
    Attendo con trepidazione gli strali dei maniaci del vitigno…

  3. Caro Gianpaolo,

    Ho detto Morellino perché é la prima DOC che mi é venuta in mente, peró hai ragione ed il tuo post apre la porta a molte considerazioni. Ne valga una per tutte: non siamo i francesi. Abbiamo cominciato a fare vino esportabile in larga scala e con criterii enologici responsabili verso il 1970-75. Ieri sera, praticamente, rispetto ai francesi che hanno trecento anni e passa di esperienza nel ramo e con alle spalle uno stato nazionale compatto che é sempre quello da Carlo Magno e non come noi che “non siam popolo perché siam divisi”. In altre parole: i francesi hanno avuto tempo non solo per far capire al mondo come sono composti i loro vini ma anche di – vedi un po´- farglielo apprezzare. E comunque problemi ne hanno anche loro e molti.

    Noi, quando eravamo “poveracci” abbiamo ricalcato la nostra legge DOC sulla loro AOC e qui sta proprio il peccato originale. Perché ? perché operiamo con un numero di uve quadruplo di quelle francesi e con una tradizione agricola che secondo me mal si adatta ad una irregimentazione. In Francia inoltre il successo storico ha razionalizzato l’ impiego dei vini ed i vitigni di successo hanno soppiantato
    quelli altri locali (vedi il pinot nero in Borgogna dove prima c’era il gamay etc).

    Quindi per i vini generici Igt DOC, con eccezione della ventina di vini sacri (Brunello, Barolo etc), ben venga qualsiasi nuova legislazione che tenga conto di :

    (a) provenienza geografica ma non dissociata dalla qualitá agricola.

    E´in sostanza quello che dici tu: il vitigno si puo´raccontare in retroetichetta
    la qualitá del vino no, si crea sul campo.

    (b) comunicazione chiara al consumatore.

    Cioé: tutto quello che ha contribuito
    a produrre quel vino. Al limite: “questo vino é stato fatto con la moka espress”. Basta dirlo. Questo vale allora per zona di produzione, vitigno,
    vinificazione (vedi il falso problema dei trucioli: se lo faccio perché mi vergogno di dirlo ?) invecchiamento e, perché no, qualche dato sulla serbevolezza del vino non inteso come data di scadenza ma come consiglio del produttore.

    Trovo assurdo che la ns. legislazione ponga tante restrizioni e difficolta´a questa occasione UNICA che il produttore ha di parlare al consumatore.

    In fondo non ci vuole molto. C’é una valutazione di qualche anno fa in cui
    si diceva che retroetichette italiane piu´chiare avrebbero influito con un aumento del sette per cento sull’ acquisto del vino nei paesi anglofoni. Si puo´non essere d’accordo
    ma la chiarezza non ha mai danneggiato nessuno.

  4. Sono sostanzialmente d’accordo con te.
    In più, per quanto riguarda l’etichettatura secondo me c’e’ una grande chance data dalla tecnologia. La quantità di informazioni riportabile su un rettangolino di carta di 6×10 cm non è effettivamente molta, ma se si cominciasse ad usare seriamente la tecnologia della radiofrequenza, cioè quei piccoli chips contenenti un altissimo numero di informazioni, anche immagini e suoni, e direttamente leggibili oggi con un telefonino, pensa che balzo in avanti nella possibilità per il consumatore di sapere di più. Mi fa rabbia invece vedere che per adesso è stato solo una trovata di marketing. Invece è una tecnologia che, se si riuscisse ad abbattere i costi, sarebbe fantastica. In più anche per la logistica ed il magazzino, che è il vero motivo per la quale è nata, darebbe risparmi notevolissimi, che già potrebbero ripagarne i costi.

  5. bella discussione: ma mi sembra che stiate andando fuori tema. Non si stava parlando di come i francesi giudicano e scrivono dei vini italiani ?

  6. sono capitato per caso in questo sito e penso di essere la 5° persona che lo legge….non mi dilungo di Lei e della sua tracotanza si può fare a meno.
    addio

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