La moda del Sangiovese in California volge già al termine ?

Da un recente articolo del columnist californiano Norm Roby pubblicato nella rubrica Stateside nel numero di agosto della rivista inglese Decanter emergono luci ed ombre circa le sorti future dell’uva Sangiovese ambientata (o non sarebbe meglio piuttosto dire spinta ad ambientarsi ?) in terroir tanto diversi da quelli toscani come sono quelli della California.

Diventato un vitigno culto negli anni scorsi, al punto di essere diventato l’uva italiana più rappresentativa di quel movimento denominato Cal-Ita che si riproponeva di incoraggiare l’allevamento di uve italiane in territorio californiano, il Sangiovese, com’era normale che accadesse, non trattandosi certo di un vitigno ubiquitario come il Cabernet ed il Merlot e necessitando di terroir particolari, adatti alla sua peculiare natura, comincia a rivelarsi un soggetto difficile per i californian vintners.

Norm Roby ci racconta il caso di un produttore, Doug Shafer degli Shafer Vineyards,  che dopo aver prodotto Sangiovese per 13 anni e averlo denominato addirittura “Last chance” (L’ultima possibilità) ha deciso di interrompere la produzione (e di reinnestare i vigneti a Cabernet, Syrah e Petite Syrah) giudicando gli interventi necessari in vigna ed in cantina troppo onerosi. L’identico punto di vista di un altro produttore, Pat Kuleto, che avrebbe voluto fare del Sangiovese il proprio vino bandiera, ma che ha gettato la spugna giudicando il produrre Sangiovese “una questione d’amore, ma senza alcuna relazione con il business”.

Questi punti di vista negativi e rinunciatari riguardo all’utilità di continuare a produrre Sangiovese in California non vengono però condivisi, racconta Roby, da altri produttori, che forse, avendo impiantato il vitigno toscano in zone che presentavano caratteristiche più favorevoli rispetto ai colleghi, stanno continuando a produrlo, e consapevoli delle difficoltà di ambientamento incontrate anche dal Pinot noir, difficoltà oggi in parte superate, ritengono che per la varietà principe toscana sia solo questione di tempo (e di pazienza), e che si dovrà pagare lo scotto del necessario ambientamento per cominciare ad ottenere risultati soddisfacenti.

Roby riporta il punto di vista di un produttore, Ben Zeitman della Amador Foothills Winery, che trae motivi di ottimismo dalla consapevolezza che oggi i viticoltori californiani, ad esempio aziende come Seghesio, Unti Vineyards, Silverado Vineyards, Long Meadow Ranch, Benessere Vineyards, Monte Volpe, possono disporre del ricco patrimonio clonale proveniente dalle sperimentazioni e dalle ricerche del Progetto Chianti 2000 e usufruire del patrimonio di esperienza offerto da enologi consulenti che hanno operato in Chianti Classico e a Montalcino in Italia e possono suggerire quali tecniche colturali, portainnesti e densità d’impianto sia meglio utilizzare, anche in California, trattandosi di Sangiovese e non di Cabernet o Zinfandel.
Come dice Roby, che pur conosce e apprezza il vero Sangiovese, ed i vini che ne sono magnifica espressione in Toscana, “fortunatamente non tutti i winemaker in California si apprestano a dire arrivederci al Sangiovese”…

Ma siamo davvero certi, da tenaci sostenitori della grandezza del vero Sangiovese (ovviamente in purezza) quali confessiamo di essere, che continuare ad ostinarsi a produrre vini base Sangiovese in terra californiana sia una fortuna ?

0 pensieri su “La moda del Sangiovese in California volge già al termine ?

  1. Sono assolutamente favorevole al fatto che sempre più varietà “native” italiane vengano testate anche all’estero. In fondo la grande popolarità di Cabernet, Syrah, Merlot e Pinot Nero fanno sì che i consumatori appassionati di tutto il mondo vadano all’origine di quei vitigni ed apprezzino Bordeaux, Cote de Rhone, Bourgogne…
    che infatti hanno quotazioni molto più importanti degli “imitatori”.

    Penso quindi che il Sistema Italia possa solo ottenere benefici da un’internazionalizzazione delle proprie uve.
    In fondo Nebbiolo Grapes nasce proprio con questa finalità.

  2. Caro Franco, se non sbalio inq uello che intendo interpretare del tuo intervento oggi, sono molt d’accordo. Qui diciamo “quello che non può essere, non può essere e, in più, è impossibile”. Dunque, se trasferisco il motto al mondo del vino, interpreto che la sangiovese non è, si dimostra onerosamente con gli anni, una uva realmente adatta ai terroirs californiani. Della stessa maniera, la viognier, mettiamo per caso, è una uva natta in un terroir molto specifico, con delle caratteristiche geologiche, fische, di pioggia, molto concrete, CHE non si ripetono dapertutto. Se cerchiamo di inserire la viogner nel Priorato, ci costerà tantissimo di far crescere l’uva e poi sarà tanto oneroso fare un vino ottimo che, di più, quando venga comparato con quelli del Rhône, ci farano arrossire! Così le cose, “quello che non puo essere…”
    Salutem plurimam!
    Joan

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