Quando il winemaker fa miracoli: Wine Spectator beatifica Michel Rolland

Anche se non è più tempo di beatificazioni e, purtroppo, anche di dei, Wine Spectator trova comunque il modo, quando le leggi del marketing lo richiedono, ad elevare alla gloria degli altari e a tentare di consegnare al mito e alla leggenda qualche personaggio del wine business.

Affidate all’alata, instancabile penna del responsabile europeo (e quindi, ahimè, anche dei vini italiani) della rivista, l’ineffabile James Suckling, ecco dunque, sul numero del 30 giugno appena pubblicato, ben 9 pagine nove celebrare, con tanto di due fotografie a tutta pagina (una delle quali lo ritrae seduto su un’improbabile, pacchianissima poltroncina con rivestimento leopardato), il “consulting enologist” Michel Rolland, il “Top Gun” (hanno scritto proprio così…) che “produce alcuni dei migliori vini del mondo”.

Non entreremo più di tanto nel merito di questa agiografia, dettagliata e zuccherosa, che ci racconta vita e miracoli, enologici, ovviamente, di questo 59enne bordolese, (vedi articolo) che fornisce pregiati e ben pagati consigli enologici svariando dalla Francia alla California, passando per Portogallo, Sud Africa, Spagna, Grecia, Canada e non facendosi mancare, perché pecunia non olet, anzi ha un delizioso aroma, nemmeno consulenze in Brasile, Bulgaria, Cile, India e poteva mancare ?, l’Italia, dove Rolland è a libro paga di Campo di Sasso, Folonari, Tenuta dell’Ornellaia e tale (confesso di non conoscerlo) Tolaini.

Lascio ai cultori dell’enfasi, a quelli che i bambini credono ancora che nascano sotto i tavoli e agli ingenui, la lettura di quel che entusiasticamente, con un tono che più celebrativo ed enfatico non si potrebbe, Suckling ci racconta del trattamento da Re Mida di Rolland, che pensa di difendersi da chi lo accusa di aver introdotto pesanti elementi di globalizzazione nell’ambito dei “premium wine”, limitandosi a parlare di “gelosia” nei suoi confronti.

Questo nonostante siano ormai molti e qualificati i suoi detrattori, ultimo dei quali Ch’Ng Poh Tiong, publisher del Singapore Wine Review, che nella sua column su Decanter di agosto, lo accusa apertamente di realizzare cult wines letteralmente “imbevibili”, la cui esatta descrizione dovrebbe essere “legno nuovo, affinato per un breve tempo con vino”.

Pagato, come ci racconta Wine Spectator, molto profumatamente, ovvero una cifra variante da un minimo di 30 mila dollari ad un massimo di 150 mila dollari l’anno “dipende da quanto tempo Rolland in persona dedica all’azienda”, il più influente, potente e mediatico dei flying winemaker internazionali se la cava bene, mostrandosi nell’articolo di volta in volta spiritoso, ironico, e limitandosi a dire che “non faccio altro che dei tagli. Li provo, li degusto e quindi decido”.

Una figura brillante che mantiene sino a quando a precisa domanda del suo agiografo, pardon, dell’autore dell’articolo, rivela di essere consulente di circa 150 aziende (l’elenco completo è pagina 72 di Wine Spectator) situate in 13 Paesi diversi. E che nel suo laboratorio di analisi nel Libourne operano, oltre a sua moglie Dany, a sua volta enologa, solo otto persone a tempo pieno.

A questo punto anche il più sprovveduto e distratto dei commentatori, quindi anche quel “fenomeno” di Suckling ci sarebbe potuto arrivare, avrebbe dovuto fare una domandina semplice semplice e chiedere “ma scusi, come fate in dieci persone a seguire e ad assicurare consulenze a 150 aziende diverse ?”.

Niente, silenzio perfetto e diffusione senza obiezioni possibili, come nella logica del marketing, del messaggio gradito al committente, della barzelletta secondo la quale possa essere considerata una consulenza utile quella fornita da un team di dieci persone incaricate di seguire 150 soggetti diversi, ad ognuna delle quali applicare soluzioni diverse, perché, come ci tiene a sottolineare Monsieur Rolland, “non ho una ricetta prestabilita, perché ogni situazione è diversa”.

Cosa ho fatto allora per sottolineare ancora di più come rivolgersi a Rolland e fare sapere di avvalersi della sua consulenza, non costituisca una scelta tecnica, ma un semplice espediente di marketing, perché il fatto di essere targati Rolland e di piacere a cerca critica Usa si dice aiuterebbe a vendere ?

Mi sono rivolto a due notissimi colleghi di Rolland italiani e ho chiesto loro di dirmi, con sincerità, di quante aziende vinicole siano consulenti e di quante persone sia costituito lo staff dei loro laboratori di analisi enologica e di ricerca.

Riccardo Cotarella, il "mago del Merlot", mi ha detto di seguire qualcosa come 42 aziende, tra Italia ed estero, e di farlo, con la collaborazione di 15 persone, Donato Lanati responsabile dello Studio Enosis ha dichiarato invece consulenze per 50 aziende ed uno staff composto da venti persone.

La morale conclusiva di questa storiella tipica degli attuali mala tempora enologici, penso che la possa ricavare chiunque.

Come diavolo si può considerare seriamente e ritenerla una vera e propria expertise tecnica, una trasmissione di esperienze e di consigli utili, una  “consulenza” fornita da un flying winemaker che dichiara di essere in grado di seguire con soli nove collaboratori qualcosa come 150 aziende in giro per il mondo ?

Che abbia la “bacchetta magica” glielo possiamo anche concedere, ma per favore Monsieur Rolland, chiamiamo il suo lavoro con il suo vero nome, una consulenza di marketing, uno specchietto per allodole, e non una cosa seria, come le nove pagine adoranti e celebrative di Wine Spectator vorrebbero far credere…  

0 pensieri su “Quando il winemaker fa miracoli: Wine Spectator beatifica Michel Rolland

  1. E’ ovviamente cosa di standardizzazione. Scommetto che Rolland & Co. anni fa crearono un elenco dei propri “attributi” e poi un elenco dal “client profile” ideale corrispondente, e poi combinandoli si misero in strada. Stessa formula di base con minori variazioni su tema, percio’ lo staff di otto, percio’ i vini che piacciono ai soliti noti.

    Sgobbavo per anni in aziende pubblicitarie, quelle buone e quelle inferiori, e queste operavano sempre con formule e soluzioni “one size fits all.”

  2. …..tant’e che i vini “inquinati” da Monsieur Rolland sono molto, molto cari ma poco, poco “sinceri”. Penso che molti abbiano visto il film “Mondovino” in cui Jonathan Nossiter ritrae la persona e personalità di Monsier Rolland…. se qualcuno non lo ha ancora visto…..e’ un invito.

  3. Ho visto Mondovino….e Rolland ride sempre come uno scemo, si capisce da come parla che è uno poco affidabile, un pallone gonfiato.
    Non è certo un professionista serio, uno scienziato oserei dire, come il nostro Donato Lanati !

  4. ho apprezzato l’articolo. ma come fanno a non sorgere personaggi come Rolland in un mondo vitienologico – mmhm che ne so ad esempio quello italiano – che non capisce la propria ricchezza di vitigni, di terroir, climi, tradizioni che ha. Chiunque ha visto Mondovino tenga bene a mente la frase di Parker quando dice cosa effettivamente lui lascia, la sua eredità. Il fatto cioè di aver livellato un settore stratificato, statico nelle sue tradizioni. 300 anni fa il vino era francese. Oggi è americano. E domani ? Italiano ?! Si ma se non ci diamo una svegliata finiremo a fare bibite alla vanillina. Giorgio

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