Riesling in Cina, perché no ? Forse grandi terroir attendono solo di essere scoperti !

Ostacolato da una scarsa conoscenza della lingua ho letto con grande interesse, cercando di capire il più possibile, l’ampio servizio di ben dieci pagine (testo di Werner Bader e fotografie di Armin Faber) che la vivace rivista austriaca Falstaff ha dedicato ad un ampio reportage nel mondo del vino in Cina.

Ho guardato le immagini, testimonianza della consueta globalizzazione che non poteva non colpire, enologicamente parlando, anche questo grande Paese, delle bottiglie di Cabernet Sauvignon e Chardonnay cinesi, delle prime donne sommelier alle prese con la stappatura, di grandi “barricaie” con distese di piccoli fusti di rovere francese come ne vediamo di uguali in tutto il mondo, delle prime cantine che si presentano con un’architettura ed un design moderno stile occidentale.

E poi ho preso atto del fatto che in Cina i consumi sono nettamente orientati sui vini rossi, che il vino ed il suo consumo e servizio non sono, come accade invece ancora in molti Paesi europei, appannaggio di un pubblico maschile, che nelle aziende emergono le prime figure di kellermeister e di enologo, che gli investimenti, soprattutto da parte di gruppi stranieri, sono importanti. Soprattutto pensando al mercato (enorme) che potrà svilupparsi e non certo a quello attuale, che è ancora molto ridotto.

A farmi pensare maggiormente, però, è stata la visione di una bottiglia che in etichetta accanto alla dizione Pioneer Wine (vino dei pionieri) portava ben in evidenza la parola Riesling.

Mi sono trovato a riflettere sul fatto che un vitigno come il Riesling, che siamo portati ad associare a zone di produzione storiche come la Mosella, la Wachau, la Rheingau, il Rheinpfaltz, l’Alsazia e in casa nostra, se così si può dire, la Val Venosta, e che richiede terroir d’eccezione, dotati di caratteristiche speciali dove l’interazione microclima – vitigno avviene in maniera perfetta, tale da esprimere vini di grande personalità, possa invece essere piantato e crescere anche in un Paese, come la Cina, che con il Riesling, la sua storia, la sua nobiltà, sulla carta non avrebbe proprio nulla a che spartire.

Mi sono chiesto se abbia un senso – ma forse non lo aveva tanti anni fa anche nel caso dell’Australia, ma provate oggi a gustare un Riesling di un’azienda come Petaluma, prodotto con uve provenienti dalla Claire Valley nelle splendide Adelaide Hills e poi ditemi se questi Riesling di recente storia non avevano diritto di nascere… – questo provare la via della vite e del vino in lande che con il vino non vantano le antiche consuetudini che possiamo portare come un fiore all’occhiello noi italiani, i francesi, gli spagnoli, i portoghesi.

E mi sono chiesto se, anche per un tradizionalista tenace e convinto e orgoglioso di esserlo come io sono, negare a priori la possibilità che anche in un Paese filosoficamente così lontano dal vino come la Cina possano nascere non solo dei vini “potabili”, da consumo veloce usa e getta, ma addirittura dei grandi vini, non sia un segno di debolezza, uno stupido negarsi al nuovo, più che una manifestazione di forza e di coerenza con le mie idee.

Pensandoci bene, anche senza essere di certo dei Barolo, dei Porto, degli Châteauneuf-du-Pape, non hanno forse portato qualcosa di nuovo e di significativo e introdotto elementi nuovi ed eccitanti nella nostra cultura di appassionati di Bacco i Sauvignon tipo Cloudy Bay, provenienti dalla zona di Marlborough in Nuova Zelanda e non sembrano essere tra i più interessanti tra quelli espressi nel Nuovo Mondo i Pinot noir di quella regione di Central Otago, sempre nella terra dei kiwi, di cui fior fior di esperti, gente come Matt Kramer, Jancis Robinson, che l’ha definita “una delle cinque zone produttrici top nel Nuovo Mondo”, e poi Robert Joseph e Oz Clarke, sino al grande esperto della Borgogna Clive Coates, vanno scrivendo mirabilie ?

E restando nella nostra cara vecchia Europa, e spostandoci nel sud della Francia, nel magnifico Languedoc, non dobbiamo forse benedire il fatto che un grande uomo come Aimé Guibert, proprietario del Domaine de Daumas Gassac, sia riuscito a scoprire, grazie alla collaborazione di scienziati luminari come il geologo Henri Enjalbert e l’enologo sommo Emile Peynaud, quali tesori nascosti avesse in sé e quale possibilità di esprimere vini grandissimi, un terroir come quello di Aniane dove oggi nascono forse i più prestigiosi, complessi (e costosi) Vin du Pays francesi ?

Forse, e cosa ancora più probabile in un Paese immenso, misterioso, sconosciuto, probabilmente molto diversificato al suo interno, da un punto di vista geologico e microclimatico, come la Cina, dobbiamo avere un atteggiamento meno scettico e più possibilista, che non si limiti a giudicarlo come una mera operazione di marketing, sul senso del fare vino in Cina.

Forse anche in quella terra lontana, che pensiamo come una grande distesa di risaie, esistono terroir d’eccezione, vocati alla viticoltura, che attendono solo di essere scoperti e di potersi esprimere… Perché non dar loro voce ?

0 pensieri su “Riesling in Cina, perché no ? Forse grandi terroir attendono solo di essere scoperti !

  1. caro franco, l’anno scorso in cina durante il mio tour ho assaggiato ed acquistato alcune btg di vino, erano tutte imbevibili.

    Una di quelle che portai a casa era cabernet sauvignon tibetan dry prodotto a 2700 mt. nella zona dove coltivano i migliori tea al mondo.
    In questo periodo ci sono i monsoni, diluvia tutti i giorni, clima perfetto per le piante del tea, la coda dell’Himalaya che si addolcisce avvicinandosi al mare forse non è adatta alla coltivazione della vite.
    Ecco, per me se quello è ciò che riescono a produrre possono usarlo per altri scopi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *