Semplicemente Nebbiolo: la commovente grandezza di vecchi Sassella e Grumello Pelizzatti

Straordinaria, istruttiva e per certi versi commovente degustazione di vecchie annate di Sassella e Grumello “vini fini di Valtellina” ad “invecchiamento naturale” come si poteva leggere in etichetta, sabato 1 luglio a Caiolo, poco distante da Sondrio.

Nella sede dell’avveniristica Computer Halley, in uno spazio luminoso proiettato nel futuro e nella modernità, ho avuto, grazie all’invito fattomi pervenire da Luciano Pelizzatti, padrone di casa e perfetto anfitrione insieme alla sua famiglia, e da Natale Contini, regista di questa rara occasione d’assaggio che ha avuto come partner tecnico Elia Bolandrini e Roberto Maxenti, bravissimi sommelier A.I.S. della delegazione di Sondrio, l’opportunità di toccare con mano, con naso e palato, la grandezza della migliore storia e tradizione enologica valtellinese.

Una storia che ha nella azienda vinicola Pelizzatti, fondata da Arturo Pelizzatti nel 1860, poi continuata dal figlio Guido, quindi continuata dall’indimenticabile “Arturino”, nipote di Arturo, uno degli interpreti più alti e rappresentativi.

Poter degustare, provenienti dalla cantina di casa di Roberto Pelizzatti, figlio di Guido, padre di Luciano e di Marina, e perfettamente conservati, vini come un Sassella ed un Grumello del 1949, un Sassella del 1957, Grumello del 1961, 1964, 1967, e ancora Sassella del 1969 e del 1970, è stata, per me che il Nebbiolo ho nel sangue e che considero il più grande vitigno esistente, fonte di alcuni dei più grandi vini che si possano produrre non solo in Italia, ma nel mondo, è stata un’emozione intensa, che ricorderò in eterno con gratitudine.

Emozione resa ancora se possibile più…emozionante dal luogo in cui svolgevamo gli assaggi, una sala luminosa posta di fronte allo spettacolo di vigneti terrazzati che formano la parete vitata della Sassella, uno dei più magici vigneti (per l’amico Natale il più magico) che occhio umano possa ammirare.

Vi racconterò, o meglio vi rinvierò al racconto dettagliato che farò in altra sede, quali meraviglie di freschezza, vivacità, nerbo, quali capolavori di eleganza, quali sfumature aromatiche, questi Nebbiolo di montagna di 35, 40, 50 e quasi 60 anni (un miracolo !) ci hanno regalato.

Storie uniche e ineffabili di un modo di pensare e vivere il vino che oggi, in questa magnifica terra di Valtellina che sto imparando, io milanese residente a Bergamo, ad amare profondamente solo da pochi anni ma alla quale mi sento vicino, è raro trovare.

Ma che quando si manifesta, perché questa filosofia esiste ancora, perbacco !, rischia di passare per anacronistico, passatista, museale, mentre è solo orgogliosamente e testardamente fedele alla migliore tradizione e rispettandola, riconoscendosi in essa, ritrovandovi le proprie radici, si pone come “scandaloso” elemento di controtendenza rispetto ad uno status quo che i vini di Valtellina concepisce in una maniera esageratamente innovativa, quasi come una rottura rispetto ad un passato, grandioso, nel quale ha timore di specchiarsi e ritrovarsi. 

Un passato da cui, masochisticamente, ha preso le distanze, assumendo come comodo alibi la necessità di adeguarsi alle richieste di un mercato di cui è divenuto schiavo e le cui degenerazioni ha contribuito in qualche modo a determinare, rinunciando progressivamente alla propria identità. Trasformandosi in qualcosa (i troppi vini di Valtellina di oggi privi di ogni eleganza, sans finesse, mollaccioni, concentrati, super fruttati, massacrati, aromaticamente e al gusto, da dosi massicce di aromi di legno francese o americano, di vaniglia, di tostatura) la cui totale insensatezza appare sempre più evidente, soprattutto a quel personaggio al quale tutti, in Valtellina, dovrebbero continuare a guardare, che è il consumatore.
Ovvero quella persona che non spinta da una prescrizione medica, da un decreto governativo, da un diktat mediatico o televisivo, ma da una forma di fascino e di amore per il vino al vino continua a guardare con fiducia, a berlo e soprattutto ad acquistarlo.

Bene, sarò eternamente grato a Luciano Pelizzatti per avermi invitato – non ci conoscevamo ma lui conosceva evidentemente il mio amore puro per il Nebbiolo, per il vero Nebbiolo – e spero che accetterà, amichevolmente, proprio perché fatto con sincerità e per amore e nel nome del Nebbiolo e della Valtellina questo piccolo rilievo, che avrei voluto esternare ieri, ma che ho taciuto, non volendo in qualche modo turbare l’atmosfera gioiosa che ha animato e caratterizzato la degustazione.

Voglio dirgli, da nuovo amico quale spero abbia la volontà di considerarmi, che alla degustazione mancava un necessario, anzi, indispensabile anello, perché celebrando la grandezza dei vini prodotti dai suoi antenati e parenti e conservati con tanto amore e attente cure da suo padre Roberto e da sua madre Marina e oggi da lui e dai suoi familiari, ieri non abbiamo celebrato solo un grande passato dei vini valtellinesi, che si è chiuso negli anni Settanta, quando questa azienda fu coinvolta in infelici vicende societarie che hanno rischiato di determinarne la morte.

Sabato 1 luglio a Caiolo, tutti noi che abbiamo partecipato a questo vero evento, abbiamo reso omaggio ad una storia, che anche se nessuno ha voluto dirlo (ma in tanti lo pensavano e se lo dicevamo a bassa voce…), se Bacco vuole continua ancora oggi e si perpetua, determina il presente e si consegna al futuro, con la stessa tenacia e saldezza di una pietra di paragone e di un termine di riferimento che hanno caratterizzato i vini valtellinesi di Arturo e Guido Pelizzatti. E che da un certo momento in poi, dalla seconda metà degli anni Ottanta, proprio perché un certo patrimonio di credibilità, di storia, d’immagine sarebbe stato delittuoso disperdelo, dopo che la Pelizzatti era entrata a far parte nel 1973 del gruppo "Winefood", (che anni dopo verrà rilevato dal Gruppo Italiano Vini, oggi proprietà della Nino Negri di Chiuro), hanno caratterizzato, con i suoi piccoli mezzi, Davide contro Golia, l’operato di Arturo Pelizzatti Perego con la sua piccola casa vinicola, Ar.Pe.Pe. così chiamata perché il marchio Pelizzatti era rimasto ed è tuttora proprietà del G.I.V…
E soprattutto con l’esempio fulgido, orgoglioso e tenace dei suoi vini, i magnifici Sassella riserva Rocce Rosse e Vigna Regina, il Grumello riserva Buon Consiglio, il Grumello Rocca de’ Piro, e poi i Terrazze Retiche di Sondrio Ultimi raggi, Fiamme Antiche, Il Pettirosso, il Rosso di Valtellina che ricollegandosi al lavoro dei padri, dei nonni e dei bisnonni hanno tenuto alta, e tengono ancora alta, ora che “Arturino” non c’è più e sono la moglie ed i figli a continuarne l’opera, il vessillo della grandezza viticola ed enologica, della vera tradizione vinicola valtellinese. Che solo gli imbecilli o i disonesti possono liquidare e definire antico, legato al passato e oggi improponibile.

A me che sono solo un giornalista innamorato del Nebbiolo e della Valtellina non interessano e non devono interessare le vicende che riguardano la famiglia Pelizzatti, i suoi rami, ed i suoi eredi.
Da semplice cronista del vino voglio però dire che aver deciso questa rimozione, probabilmente sofferta, o doverosa, non so e non voglio sapere, e non aver ricordato che il lavoro di Arturo senior e di Guido Pelizzatti è continuato con il carissimo, indimenticabile Arturino e continua oggi con il lavoro della vedova Signora Giovanna e dei suoi figli Isabella ed Emanuele, avrà anche avuto una logica interna e tutta familiare, ma a me commentatore di cose vinicole ha causato grande imbarazzo e autentica pena e non mi è sembrata giusta.

Perché quella voce autentica, quella verità che prendendo a prestito le parole di un grande poeta, Eugenio Montale, definirei “scabra ed essenziale” (“Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine; scheggia fuori del tempo”) che emergeva, percorrendo i tornanti del tempo, dei decenni trascorsi in bottiglia nel buio di una cantina, dai Sassella e dai Grumello dell’antica Casa Pelizzatti, la ritroviamo oggi, con la stessa forza, con pari determinazione, con identico rigore espressivo, nei vini che Arturo Pelizzatti non poté assurdamente chiamare Pelizzatti e che oggi gli amanti del vero vino valtellinese sono abituati a chiamare Ar.Pe.Pe.
Tacerlo, per me giornalista, e amico di Arturino e della sua famiglia, come amico spero di poter diventare, anche dopo queste parole per me doverose, di Luciano Pelizzatti, sarebbe assurdo e intollerabile.

0 pensieri su “Semplicemente Nebbiolo: la commovente grandezza di vecchi Sassella e Grumello Pelizzatti

  1. carissimo franco,

    ho appena letto l’articolo sulla degustazione Pelizzatti, peccato le “imprecisioni” genealogiche e lo sforamento “storico-soaperistico”.
    La serata, mi dispiace non ne abbia colto il fine, era a chiare lettere in onore di Roberto Pelizzatti, il grande uomo da poco non piu’ tra noi. Spero che apporterà le dovute modifiche dopo un’accurata ricerca.
    saluti

  2. Matilde, non so in cosa consistano le “imprecisioni genealogiche” cui accenna, vuole darmi una mano ad essere più preciso ? Quanto allo “sforamento storico-soaperistico” non so proprio cosa voglia dire. Io ho solo raccontato una verità, su cui sabato si é taciuto…
    f.z.

  3. Caro Franco,

    ho avuto il piacere di essere presente alla serata ed esserlo per di più al suo fianco. In più di un momento nel corso della serata la vicinanza, oltre che fisica ,credo sia stata anche emotiva e si è condiviso più di uno spunto di riflessione in comune.
    Alla fine però mi è rimasto un dubbio : è corretto approcciarsi a dei vini di così veneranda età degustandoli in maniera analitico-descrittiva, ricercandone possibili accostamenti a preparazione culinarie e addirittura chiosando il tutto con punteggi in centesimi? Nulla voglio togliere alle indubbie capacità di chi ha avuto l’onore (ma anche l’onere, credo) di cimentarsi in tale esercizio, ma forse questi vini non sarebbe meglio considerarli alla stregua di reperti archeologici che riportati alla luce calamitano la nostra attenzione e spesso muovono la nostra ammirazione? Un vino di 40, 50 o quasi 60 anni non è forse come una statua greca, romana o di qual si voglia epoca e manifattura che recuperata dall’oblio manca, ahinoi, di un braccio, di una gamba e magari ha un volto sbrecciato o è ridotta a semplice e solo tronco avvolto in morbidi panneggi? Ecco, i vini dell’altra sera a mio parere avevano tutti inevitabilmente dei vuoti e ciò nonostante sarebbe stato possibile parlarne lasciando intendere quanta grazie ed armonia riuscivano ancora a comunicarci, cercando tutti di immaginare cosa fossero stati all’epoca della loro integrità e completezza.

    Prosit!

  4. Pingback: Vino al vino

  5. Nonostante tema (e già da molto) di aver aspettato troppo tempo per esprimere la mia opinione riguardo ai due commenti seguiti al magistrale (e, per inciso, correttissimo dal punto di vista genealogico) articolo di Franco Ziliani,voglio ora ugualmente tentare di riparare alla mia mancanza. Innanzitutto, mi sento in dovere di correggere l’errata opinione che la signora Matilde si è probabilmente fatta riguardo all'”intromissione” di Franco nelle passate vicende della famiglia Pelizzatti: in primis, perché se davvero – come ella sostiene – non avesse colto il fine celebrativo della serata, nemmeno avrebbe potuto spendere parole di una così piena gratitudine per il “tanto amore” e le “attente cure” con i quali il signor Roberto e la moglie hanno conservato i meravigliosi “tesori” tramandati dalla loro famiglia; in secondo luogo, perché la medesima accusa mossa contro Franco potrebbe allo stesso modo essere rivolta contro di lei: come non ha capito che il “piccolo rilievo” da lui fatto riguardo all’anello mancante di quella serata celebrativa era anch’esso in onore di un grandissimo uomo purtroppo non più tra noi (solo da un tempo meno recente)e di coloro – la moglie Giovanna e i figli Emanuele e Isabella – che con ammirevole abnegazione continuano il suo faticoso lavoro?
    Infine vorrei precisare, in merito al paragone fatto nel secondo commento tra i vini degustati e dei “reperti archeologici” riportati alla luce monchi di qualcuna delle loro parti, che, senza nulla togliere all’erudita divagazione sulla statuaria greca e romana,il confronto, oltre ad essere tristemente fuori luogo ed inesatto,non rende affatto – anzi sminuisce – l’idea della perfetta integrità mantenuta, nonostante gli anni, dai vini protagonisti della degustazione.Ad essi non mancava nulla, poiché quello che erano stati “all’epoca della loro integrità e completezza” non è altro che ciò che a tutti si è palesemente rivelato nel momento in cui hanno per la prima volta accarezzato la lingua sprigionandovi i meravigliosi – e talvolta sorprendenti – sapori che soltanto il tempo ha potuto rgalare loro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *