Vecchie Viti: un grande Prosecco per farmi cambiare idea… sul Prosecco

Ieri mi sono dedicato ad un esperimento, provare, come qualcuno, una volta tanto intelligentemente, ha invitato a fare tutti noi che scriviamo di vino, ad essere “meno autoreferenziale” e a provare ad andare incontro al gusto del normale consumatore.
Pertanto, anche se continuo a non andare matto per il Prosecco, nemmeno quello più titolato e Doc, targato Conegliano o Valdobbiadene, e quando va bene ne consumo due bicchieri l’anno e quando mi trovo in certi ristoranti al solo sentirmi chiedere “un prosecchino Signore ?”, mi verrebbe voglia di alzarmi e di andarmene, per il puro rispetto che devo nutrire e che nutro per un fenomeno produttivo che esprime 44 milioni di bottiglie, di cui ben 14 esportate (roba che i miei amici del mondo del metodo classico si sognano di notte), e per quella miriade di consumatori che il Prosecco hanno stabilmente inserito nella loro quotidiana “way to drink”, mi sono accinto, cosa che a casa mia non capita praticamente mai, a stappare un Prosecco.

Ad interrompere questo, amichevole, “embargo”, sono stato indotto dalla simpatica, tenace insistenza di uno dei produttori di punta del panorama prosecchista, Paolo Bisol della Ruggeri di Valdobbiadene, che pur essendo a conoscenza del mio mancato feeling con il più celebre dei prodotti enoici della sua terra, da alcuni anni, puntualmente, in luglio si ostina ad inviarmi una campionatura dei suoi migliori Valdobbiadene Doc.
Che puntualmente finiscono con il fare felici i miei cognati che non avendo la mia “puzzetta” sotto il naso ed essendo prosecchisti convinti, le stappano e le bevono allegramente alla mia salute, lasciando libero di sdilinquirmi per Franciacorta, Trento Doc, Champagne e persino per Crémant d’Alsace…

Quest’anno Paolo Bisol oltre all’ormai classico Extra Dry Giustino Bisol, ci ha tenuto ad inviarmi un Prosecco un po’ speciale, che intende rendere omaggio al lungo lavoro di generazioni di vignaioli in quell’area di Valdobbiadene dove la Ruggeri conta da anni su centinaia di affezionati fornitori di uve, un Prosecco in grado di “far parlare la terra, far parlare il paesaggio, che ci dica storie ed emozioni dei luoghi e degli uomini che li hanno abitati” un vino che celebri un territorio e la fatica di chi “ha visto tante cose, la pace e la guerra, e i figli succedere ai padri nell’accudire i loro tralci”.

Un Prosecco quintessenza della “prosecchità”, sintesi di uve Prosecco al 90%, Verdiso (6%), Bianchetta e Perera (2 per cento per ognuna), ma anche qualcosa di più e di diverso, visto che si tratta di un Prosecco Vecchie Viti non solo nel nome e nell’etichetta che raffigura un vecchio tralcio nodoso, ma perché nasce da uve provenienti da piante, selezionate in collaborazione con un gruppo di 24 viticoltori proprietari dei più bei vigneti di San Pietro, Santo Stefano, Cartizze, Guia e Saccol, che hanno un’età variante tra gli 80 e i 100 anni.

Qualcosa di particolarissimo, e di raro, per il panorama non solo del Prosecco, ma degli Spumanti italiani, ma qualcosa che si ricollega in qualche modo a quella tradizione, a quel culto anzi, delle Vieilles Vignes, da cui in Francia, soprattutto in Borgogna, ma anche in Champagne o nella Côte du Rhône nascono vini splendidi di caratura e classe superiori.

Così sabato sera, mentre all’esterno la temperatura si manteneva ben al di sopra dei trenta gradi, ho stappato una delle sole 4800 bottiglie di Vecchie Viti (beh, se devo bere Prosecco, che sia un Prosecco un po’ speciale, accidenti !), che in retroetichetta riporta la tipologia Brut e mi sono subito detto, accidenti, che buono !

Talmente buono che dopo il primo bicchiere, di studio-assaggio-meditazione, la gola, (ecco il grande pregio di ogni Prosecco che si rispetti, farsi bere estremamente bene, giocare sulla piacevolezza, sull’immediatezza, sul pronto appeal, ma senza essere per questo essere banale, anzi) me ne ha richiesti subito dopo un paio d’altri.
Il che, per uno come me che sinora nel 2006 aveva bevuto, se era arrivato a berlo, al massimo un calice delle aromatiche bollicine di Valdobbiadene e dintorni, vuole dire molto, anzi significa una prova superata a pieni voti ed uno stimolo, per me che pure la zona del Prosecco trovo bellissima, con un fascino che la Franciacorta non sa nemmeno dove stia, ad essere un po’ meno assolutista nelle mie opinioni. E a rivedere le mie idee in materia di Prosecco. Ovviamente quello Doc targato Conegliano e Valdobbiadene.

Ma com’è questo Vecchie Viti che “dopo la prima fermentazione ed i travasi è rimasto a maturare sulla sua feccia sino a primavera, quando è entrato in autoclave” e che ha visto la presa di spuma avvenire “molto lentamente, con tutte le cure necessarie” e lo spumante “riposare sui lieviti fino a pochi giorni prima dell’imbottigliamento, che è avvenuto nel mese di giugno” ?

Ovviamente molto buono, altrimenti, pur con tutta la simpatia per Paolo Bisol non ne avrei scritto, ma di più, elegante, nervoso, sapido, privo di quella vena leggermente abboccata che presente in tanti Prosecco suona al mio palato come una dissonanza e un elemento di disturbo, estremamente fragrante, delicato nei profumi, che variano dai fiori bianchi alla pesca bianca alla nocciola alla mandorla e sottilmente e tipicamente aromatici, e poi piacevolissimo, cremoso, avvolgente, ricco, rotondo, calibrato in tutte le sue parti, lungo nel retrogusto, pieno ed estremamente diretto, appealing, di carattere saldo, al gusto.

Un Prosecco Doc dalle Vecchie Viti delle Terre di Valdobbiadene, come recita l’etichetta, di cui sarebbero orgogliosi e fieri tutti i viticoltori che in quei vigneti, oggi “veri e propri monumenti vegetali” che “esprimono forza e autorevolezza”, nei decenni hanno lavorato. Se questo vino oggi esiste e ci delizia è soprattutto merito loro, del loro umile, tenace attaccamento alle viti e alla loro terra…

Prosecco di Valdobbiadene Vecchie Viti delle Terre di Valdobbiadene 2005
Ruggeri mail


0 pensieri su “Vecchie Viti: un grande Prosecco per farmi cambiare idea… sul Prosecco

  1. caro franco, sottoscrivo tutto quello che hai scritto.
    neanch’io amo il prosecco, ma rispetto il lavoro di chi ha saputo,
    da un vinello abbastanza insignificante, tirar fuori un prodotto che delizia milioni di persone nel mondo.
    finora avevo apprezzato il sur lie di gregoletto, asciutto e dagli aromi non smaccati, poi qualcosa di adami, finchè non ho assaggiato il viti vecchie 2004 (annata non entrata in commercio perchè ha avuto problemi, penso di tappi). me l’ha fatto assaggiare un tuo collega (un “moschettiere”) e anch’io sono rimasto folgorato, tanto che ne ho subito ordinato tutto quello che l’azienda poteva darmi. credo saranno quarantotto bottiglie che arriveranno a settembre, del più buon prosecco che io abbia mai bevuto.

  2. Caro Franco,
    sono contento che questo grande prosecco ti sia piaciuto. A me era piaciuto moltissimo (addirittura con i piatti vegetariani!!!), ma quando ti scrissi a suo tempo ricordo che proprio non volevi credermi. E c’è di più: sa anche invecchiare un po’, solo che bisogna conservarlo nella sabbia bagnata e con la bottiglia capovolta. Almeno prova! Colgo l’occasione per un abbraccio nerazzurro. Ora per un bel pezzo nessuno ci ruberà più niente e avremo bisogno di millanta bottiglie di prosecchi come questo per tornare a festeggiare coppe e scudetti. Hai visto che Prisco, appena arrivato in paradiso, è riuscito a fare quello che sognava da anni? Prosecco anche per lui, o forse uno spumante Durello dei Lessini? Su con la vita!!!

  3. Il prosecco è un’uva troppo delicata non può sopportare una presa di spuma a metodo classico.
    Lo charmat rimane l’unico possibile oltre ovviamente al tradizionale sur lie.
    Concordo sul grande livello del vecchie viti!

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