Così parlò Giacomo Tachis: una singolare intervista al Sommelier italiano

Sono ben consapevole, perché ce lo insegnano sin dai lontani tempi delle elementari, e perché ce l’hanno innumerevoli volte ripetuto i genitori, i giornali, la televisione, e perché ne siamo consapevoli noi stessi, che occorre portare rispetto per le persone un po’ in su con gli anni.
Se poi sono persone importanti, che si sostiene abbiano fatto bene nel loro campo e siano dotate di un’esperienza, di vita e di lavoro, che non può essere in alcun modo essere messa in discussione, il rispetto è doppiamente obbligato.

Eppure, anche se il personaggio “un peu agé”, come direbbero i francesi, si chiama Giacomo Tachis e a 73 anni è considerato il “decano degli enologi italiani”, il babbo del Tignanello e del Sassicaia e di tutta una scuola enologica, di cui bisognerà prima o poi discutere, che privilegia l’architettura e la scienza del taglio sul rispetto del terroir, dinnanzi all’intervista che Monsù Tachis, piemontese di Poirino per nascita e poi toscano e quindi sardo per vocazione, ha rilasciato al Sommelier italiano (n°71 del settembre – ottobre 2006), non mi sento di far finta di niente, come faranno in molti, e di tacere.

Perché pur importante che possa essere Tachis – io personalmente credo che sia piuttosto un buon assemblatore di vini ed un grande lavoratore che ha avuto la fortuna di capitare in Antinori nel momento giusto e di poter essere compartecipe di una serie di cambiamenti e sperimentazioni che la nota azienda toscana aveva già deciso – credo che il tono, un po’ troppo saccente, e talune affermazioni contenute in questa intervista non possano passare, come si dice, in cavalleria o sotto silenzio.

Innanzitutto la franca dichiarazione di scarso amore per la propria terra natia e per le proprie origini che Tachis, lo ripeto, piemontese di nascita, riserva al Piemonte, affermando di non avere “mai pensato” di far ritorno in Piemonte, nemmeno nelle Langhe che “rispetto al Chianti sono tristi” e di non amare “molto i piemontesi. Dice bene il vecchio adagio “piemontese falso e cortese”.

Evidentemente non basta essere nati in Piemonte per amare, come la amo io, che non ci sono nato, questa regione, però “il bibliofilo del vino”, come viene definito nel titolo dell’intervista, dimostra di avercela non solo con la terra del Moscato e della Barbera, ma con mezzo mondo vinicolo – enologico italiano, dalla Toscana dell’epoca pre – Sassicaia dove “il Chianti faceva pena e tutti i vini di quel periodo avevano lo stesso gusto”, ai “docenti di enologia e grandi professori” i quali, a suo dire, “in realtà non sanno niente non hanno ancora capito che sono la luce e il sole a fare il vino, mentre i polifenoli vengono dopo”.

Ma non è finita, perché il massimo esponente dell’architettura del taglio, come ebbe a definirlo, con felicissima intuizione, uno di quegli enologi che, ovviamente, “un sanno nulla”, ce l’ha anche con il terroir “non mi parli di terroir ! Terroir è una parola francese e noi ce ne freghiamo della terminologia d’oltralpe. Usiamo la nostra lingua” e poi con i francesi, che “sanno vendere anche l’aria, ma sono bravi”, e poi, ancora, con larga parte dei colleghi enologi, tra i quali “ci sono quelli che sanno, quelli a cui piacerebbe sapere e non sanno, ma sono da apprezzare perché comunque vorrebbero imparare e infine quelli che credono di sapere, ma non sanno”.

Ma è tutta l’intervista, ben fatta e complimenti dunque all’autore, Daniele Urso, a mostrarci un Tachis scostante, bizzarro, e scarsamente simpatico, da quando afferma, con una sicurezza sconcertante, che “se mai lo faranno, in Sicilia verrà fuori un grande vino,il Pinot nero dell’Etna”, snobbato dai siciliani che “sono gente strana” benché “sull’Etna si produce un Pinot nero straordinario, migliore rispetto a tutti gli altri, compresi i più grandi cru della Borgogna”, sino a quando sostiene che “il Sangiovese mi piace berlo come vino fresco e non come vino d’invecchiamento, perché il Sangiovese è come una donna ed esprime il meglio dopo la giovinezza”. Con questo, implicitamente, liquidando il Brunello di Montalcino, che vino a base Sangiovese fresco non è, come un vinello di poco conto…

Ma la geremiade continua con Tachis a prendersela – e questa volta sono totalmente d’accordo con lui, con chi invece di fare il vino “con il sole”, come lui sostiene si debba fare, si perde “in pratiche quali l’osmosi inversa e la microfiltrazione”, oppure con noi italiani che “non ci adoperiamo quantro potremmo e dovremmo per promuovere il nostro patrimonio culturale” o ancora con i disciplinari di produzione dei vini a denominazione d’origine, che “fanno pena o, nel migliore dei casi, ridere” e i cui redattori dovrebbero “mettersi a studiare”.

Naturale dunque che Tachis, tutto preso nella sua foga demolitrice di simboli e valori ritenuti assoluti dalla maggior parte delle persone, arrivi a sostenere, non si sa bene in base a quali assurdi ragionamenti, secondo me del tutto privi di fondamento, che “il Barolo ora non gode più di grande fortuna e vive ancora di storia” e che quindi tra i produttori di quel Piemonte che ha “in gran dispitto” l’unico ad essersi mostrato all’altezza sia stato, e volevi vedere se non era così, “Gaja che è stato intelligente, ha mandato a quel paese il disciplinare e uscendone ha potuto fare le cose per bene”.

Il che significa, sempre secondo Tachis, il grande teorico dell’architettura del taglio, che continuare a produrre Barolo rispettando il disciplinare di produzione che prescrive Nebbiolo in purezza sia poco intelligente, museale o passatista, mentre declassare l’ex Barolo Sperss ed i cru più prestigiosi di Barbaresco (Sorì Tildin, Costa Russi e Sorì San Lorenzo) a Langhe Nebbiolo, sfruttando la possibilità, consentita ancora da un disciplinare (questa volta illuminato) di unire al Nebbiolo sino al 15% di altre uve a bacca rossa autorizzate in Piemonte, costituisca una prova di grande intelligenza, una comprensione dei tempi che cambiano…

Tachis però, sempre più imbizzarrito, proprio come certi vecchi professori abituati a sentirsi dare sempre ragione, ad essere continuamente riveriti e ossequiati, ce l’ha con “voi giornalisti che scrivete queste idiozie”, con la stampa che spesso “è fasulla”, con chi “vende fumo” e al quale non bisogna “dare retta, che siano giornalisti o addetti ai lavori”.

Una liquidazione, abbastanza sommaria, che va di pari passo con l’espressione di un rammarico (Darmagi, verrebbe voglia di re, se al babbo del Sassicaia il piemontese non piacesse così poco..), ovvero che “la gente purtroppo non legge attraverso la penna dell’enologo, ma attraverso quella del giornalista. E il giornalista che sia bravo, o meno, basta che scriva”.

Ma caro professore, se della stampa e dei giornalisti lei nutre così scarsa considerazione, perché continua, con evidente grande compiacimento, a rilasciare interviste e dichiarazioni e non riserva invece il suo sacro verbo e le sue verità ad un circolo ristretto di iniziati giudicati degni di capirla ?
Se la stampa è quella che scrive “idiozie” (ovviamente tranne quando incensa l’operato del “bibliofilo del vino”) perché contribuire, come lei fa anche con l’intervista al Sommelier italiano, alla sua nefasta opera?

p.s. questa intervista e le dichiarazioni di Tachis stanno suscitando un vivace dibattito sul forum del sito Internet del Gambero rosso

0 pensieri su “Così parlò Giacomo Tachis: una singolare intervista al Sommelier italiano

  1. ci sono solo tre spiegazioni per questa intervista del Sig. Tachis:
    1 – Il Sig. Tachis non capisce nulla di vini
    2 – Prima dell’intervista ha assunto sostanze allucinogene
    3 – Purtroppo l’età comincia a giocargli brutti scherzi

    Bravo Franco, attendevo questo tuo commento.
    Alessandro

  2. Caro Franco, ti ringrazio del tuo commento, eccellente.

    Resto veramente stupito delle parole di un Tachis che non mi sembra più al passo coi tempi.

  3. Anche io, qualche giorno fa, leggendo la suddetta intervista, ero rimasto abbastanza sconcertato da alcune delle affermazioni che hai riportato. Ho come l’impressione che per parlare in questi termii di Barolo, Brunello, Disciplinari e quant’altro si volesse togliere qualche sassolino dalla scarpa. Ma.. Cui prodest? Ciao.

  4. Questa intervista mi rattrista molto. Come già detto da altri, forse è frutto dell’inevitabile passare del tempo.
    Spiace sentire che non è legato ad una bella terra come il Piemonte che gli ha dato i natali. Soprattutto spiace che sparli degli italiani dal Piemonte alla Sicilia.
    (nota: spero che i giornalisti non abbiano esagerato con i toni e con le parole, come purtroppo sempre più spesso fanno, distorcendo ad arte la realtà)

    L’unica cosa però che non mi sento di criticare è la sua filosofia del vino o , meglio, del fare il vino. Non che la condivida appieno: sono giovane (35)e sono ancora, diciamo, in una fase di studio, insomma sto raccogliendo dati, informazioni, ma soprattutto sensazioni attraverso degustazioni ed altro.
    E’ chiaro, ma dico una banalità nota a voi tutti da tantissimo tempo, che il sig.Tachis predilige (costosi) vini elaborati, inventati, quasi delle alchimie, mentre non ritiene rilevante il terroir e il vitigno autoctono.
    E’una semplice questione di punti di vista, tutti da rispettare, ma che aprono chiaramente a dibattiti che penso non si risolveranno mai (il che di per sè non è male). Sta ad ognuno di noi seguire l’idea di vino che più piace e che maggiormente risponde alle proprie aspirazioni e sensazioni.

    E’ anche tutto sommato giusta, se non addirittura necessaria, questa diversità di vedute nel vino (la diversità favorisce il confronto e, spesso, lo sviluppo sia del prodotto che della consapevolezza sui diversi prodotti).

    Io, che sono un consumatore di vino e non lavoro nel mondo del vino, spero solo che gli addetti ai lavori continuino a contribuire ad accrescere la consapevolezza del consumatore, che dunque berrà il vino che si è scelto sulla base di quello che realmente predilige e non sulla base di mode, più o meno pilotate ad arte da ditributori, produttori ed editori.

    In questo senso, ancora una volta, mi trovo a dover ringraziare, con affetto, il signor Ziliani e quanti intervengono nel suo Blog!

    Cordiali

  5. letto il mio commento all’intervista a Tachis, un caro amico agronomo ed enologo così mi ha scritto: “ottimo il commento sull’ineffabile Tachis. E’ proprio come dici, è un mago del taglio (da cui la profonda conoscenza dei vini del Sud, maturata proprio in Toscana, regione di mescolatori per eccellenza), e, aggiungo, il “terminator” dei vitigni autoctoni, Sangiovese in particolare, che in molti Chianti è ormai presente solo “in tracce”, soprattutto grazie a lui. Che poi sull’Etna si possa anche fare un buon Pinot nero può essere, ma la domanda è: perché?”. Quoto e condivido in pieno !

  6. Non sono sono Piemontese, anche se enogastronomicamente, mi sento
    con il cuore e con la mente.
    Dal’altra parte in questa materia, come si fa non esserlo, lo
    stesso, vale certamente per la Toscana, ma stiamo in argomento
    questi personaggi uso il plurale, perchè non bisogna dimenticare
    un altro patriarca come il signor Tachis che risponde al nome di
    Ezio Rivella la definizione più corretta è mercenari.(vedi Nano)
    Dopo questa intervista a dir poco allucinante, vorrei dare non un consiglio ma un idea se dovesse lasciare la Toscana, di non pensare alla Sicilia, ma ad Israele, perchè la trova luce, sole, e quel che più conta il …….. la sua terra, le sue origini. Noi siamo figli di un ambiente, e l’ambiente forma la coscienza.

  7. L’età a volte gioca dei brutti scherzi, non so quanti di noi, passata la settantina, saranno in grado anche soltanto di pisciare da soli. Di fronte a un’intervista come questa preferisco ricordare di Tachis la sua parte migliore, i suoi contributi a numerosi ottimi vini che ci invidiano in tutto il mondo ed a cantine che si sono rinnovate grazie al suo prezioso lavoro. Del resto anche di Napoleone non si ricorda solo la sconfitta di Waterloo, che fu un errore militare, tattico, da principiante e ad un’età in cui non avrebbe dovuto commetterlo.
    Ma se per rispetto, riconoscenza e stima io preferisco stendere su certe affermazioni che non condivido un pietoso silenzio, è giusto che la critica degli altri bloggisti si sviluppi e grazie a Franco che la stimola e la permette. Direi di più: quando questo tema passerà all’archivio, perchè non spedirlo in e-mail proprio a Giacomo Tachis, affinchè ne prenda atto e possa rispondere? Potrebbero esserci anche delle risposte interessanti.

  8. Condivido pienamente quanto affermato da Mario. Forse gran parte dei bloggisti intervenuti in questo blog, non hanno avuto modo di ascoltare il grande Tachis dal vivo nelle sue ultime apparizioni. Lo avessero fatto si sarebbero potuti rendere conto che il maestro non è più in forma. Critica alla sua intervista se ne può fare, certamente, ma senza esagerare. Anche i grandi geni hanno una parabola discendente. Grazie comunque a Franco per il suo modo elegante di aver posto in atto questa discussione giustissima.

  9. Francamente, mi sembra solo che abbia detto quello che in sostanza ha sempre detto. In più occasioni ha detto che il Sangiovese in Toscana avrebbe beneficiato delle incursioni di altri vitigni per fare dei vini buoni. Probabilmente questa affermazione era più vera 20 anni fa, quando la maggior parte dei sangiovesi di toscana era roba difficile, scontrosa, spigolosa. Prima che venga impallinato da una scarica di puristi del monovitigno, come disclaimer dico che qualche esempio di grandi vini sangiovese esisteva anche allora, ma erano davvero non molti. E difatti i disciplinari che lo consentono sono diffusissimi e quantitativamente più frequenti di quelli che lo vedono da solo. Negli ultimi venti anni, e specialmente in anni recenti, si può puntare all’eccellenza con vini di solo sangiovese, anzi, è una sfida eccitante, anche fuori dal grande territorio di Montalcino, penso a certe altre zone, come ad es. Montecucco o la Maremma.
    Per il resto, mah, sono sue opinioni, non ci trovo nulla di scandaloso.

  10. Bah, non ho letto l’intervista ma soltanto il suo commento. Ognuno ha le proprie opinioni, che sono legittime, tanto piu’ che in Italia non abbiamo ancora capito che “cosa piantare dove” e non abbiamo ancora codificato bene le posizioni dei vigneti (terroir), salvo qualche rara eccezione (Langhe).
    Certo che se i toni sono quelli che noto dalle estrapolazioni di questo commento, si tratta di posizioni piuttosto estreme e difficilmente accettabili.
    Ecco, forse l’unico commento su cui mi trovo d’accordo e’ quello sulla stampa e sui giornalisti, che gradualmente negli ultimi 10 anni hanno cominciato un declino qualitativo che ha oggi raggiunto livelli scandalosi (non nel campo specifico del vino, ma piu’ in generale).

    bacca

  11. complimenti Bacca, anche lei si é cimentato nello sport nazionale, sparare sui giornalisti (non solo quelli del vino, buona parte dei quali meritano solo critiche) e dire che se le cose vanno male é tutta colpa loro… Un classico esercizio di qualunquismo ferragostano…

  12. Un giorno una mia compagna di università lo definì “un uomo che sa di borotralco” . Sinceramente non afferai il significato finchè non ci fu il mio primo incontro con lui, un anno fà a Sancasciano.
    Cosa dire….Penso che per molti si possa provare piacere a veder crollare un’icona semplicemente per un forma di nichilismo o per la mera goduria della polemica…..beati voi che vi accontentate di così poco.
    Per chi fà questo lavoro è impossibile non scontrarsi giornalmente con le incongruenze e contaddizzioni del mercato, delle regolamentazioni e delle mode.
    E come non rimanere inorriditi davanti a quei disciplinari di produzione che non danno menzione alcuna sulla fisiologia delle fermntazioni alcoliche delle uve appassite o ancora, che un’acidificazione di una massa non può essere realizzata in una volta sola come invece vorrebbero indicare i bravi e studiosi legislatori che fanno leggi e abrogano proprio qulle stesse che le dovrebbero sostenere (Vino e PET).
    Come non dirli anadate a studiare ‘gnorantun!!!!!!
    Non so se Tachis possa essere considerato un mescolavino (come lui stesso ama definirsi), o un povero cristo che ha dovuto fare una guerra da solo contro quegli zoticoni che trent’anni fa ancora sostenevano la vecchia enologia italiana: carente di aspettative ed inaduguata al mercato di allora.

  13. Mi sembra si stia scoprendo l’acqua calda.
    Personalmente, l’unico grande enologo che riconosco in Italia, è nella figura di Giorgio Grai. Per il resto, sono opinioni risapute quelle di Tachis. Come quella che il sangiovese, a ragione, non ama la barrique, salvo poi usarla a dismisura su committenza. Il Tignanello un grande vino? Ma di sangiovese o che?
    Sassicaia? Un ottimo vino. Non v’è dubbio, come ce ne sono, parafrasando il Veronelli, millanta nel nostro Paese.
    Val la pena indignarsi per simili piccolezze?
    Buon 2007!
    Alvaro

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