I “Salvatori” del Barolo secondo Daniele Cernilli

Pronta soluzione all’indovinello proposto ieri.
Come ha ben capito Luca Risso, l’autore della stravagante annotazione sul Barolo, sopra riportata, è nientemeno che Daniele Cernilli, co-curatore della celebre guida Vini d’Italia edita da Gambero rosso e Slow Food, che intervenendo sul forum del sito del Gambero, non contento di aver pronunciato questo falso storico, perché tale è, e di aver attribuito ai suoi amici Gaja, Altare, Clerico & Co. (naturalmente tutti abbonati ai tre bicchieri) un potere salvifico che assolutamente non hanno, mentre chiunque sa che a “salvare la baracca” del Barolo sono stati invece coloro che hanno continuato a rispettare l’identità storica di questo grande vino, ha anche affermato: “io definisco talebani coloro che non discutono ed hanno voglia di ripetere all’infinito delle affermazioni apodittiche, proprio come fanno gli studenti coranici che si definiscono, appunto, talebani, e come facevano i filosofi cristiani per non finire arrostiti come Giordano Bruno fino al Seicento.
Ora, se io sento dire che il legno è comunque un male per il vino, se sento affermare che qualunque Barolo moderno fa schifo, se sento sostenere che in Toscana bisogna mettere in vigna solo sangiovese, senza che si possano fare dei distinguo, allora questo non mi piace”.

Alla luce di questi criteri di estetica del vino è facile capire perché nella guida che non guida vengano sempre premiate determinate aziende e non altre e perché talune aziende tradizionali siano premiate solo semel in anno, solo per tentare di rifarsi una “verginità”, pardon, una credibilità perduta…

0 pensieri su “I “Salvatori” del Barolo secondo Daniele Cernilli

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  2. Quoto: “Ora, se io sento dire che il legno è comunque un male per il vino, se sento affermare che qualunque Barolo moderno fa schifo, se sento sostenere che in Toscana bisogna mettere in vigna solo sangiovese, senza che si possano fare dei distinguo, allora questo non mi piace”

    Sul Barolo non mi pronuncio, sono troppo ignorante. Ma sul virgolettato di cui sopra, sottoscrivo senz’altro quelle affermazioni. E anch’io sono contrario alle affermazioni apodittiche, che vorrebbero dividere il mondo (del vino) in buoni e cattivi, mentre basterebbe dividere il vino tra vini buoni e vini cattivi. Sempre ricordando che rimangono affermazioni che hanno un valore nel momento in cui vengono dette, e che dopo 20 anni possono giustamente sembrare errate perché il mondo è cambiato, e che alla fine pur sempre di una questione di gusti si tratta.

  3. Sono in disaccordo anch’io con chi sostiene una visione manichea del mondo del vino (e del mondo tout court). E’ giusto fare dei distinguo, e valutare – di qualunque regione o tipologia di vino si tratti – caso per caso.
    Attenzione però a non esagerare.
    A furia di fare sempre e comunque i buonisti e i politically correct, infatti, si sono commesse, si commettono, delle autentiche ingiustizie.
    E dei falsi storici.
    Posto poi che il Cernilli-pensiero è, appunto, solo suo, sarebbe bello che imparasse a non farlo passare ogni volta come vangelo rivelato, ma più umilmente come sua – pur autorevole, per carità – opinione…

  4. Nel soprannome che ho scelto perfirmare c’è la mia opinione sulle idiozie pronunciate da Cernilli. Per uno che ama la libertà come me, scegliere questo soprannome è stata una sofferenza di soli due secondi. Se Cernilli definisce talebani quelli che non sanno nemmeno quando è domenica, Pasqua, Natale, Capodanno, Carnevale e Ferragosto ma lavorano indefessi dall’alba a notte fonda tutti i santi giorni fra i filari e in cantina, quelli che vanno in vigna a faticare anche quando sono malati da ricovero, quelli che parlano poco ma non sanno nemmeno come si fa ad accendere un computer, quelli che il barolo lo si fa come gli ha insegnato il padre o il nonno, rei di non amare le auto di lusso, le interviste in TV, le degustazioni in doppiopetto e cravatta, le spedizioni gratis di decine di cartoni di bottiglie per i concorsi a Roma, quelli che i cinque bicchieri appunto non li otterranno mai se non a furore di popolo, ebbene è un onore schierarsi con questi “talebani”.
    Saranno gli unici talebani del mondo che né Cernilli né gli americani riusciranno mai a sconfiggere. Lui vada pure per la sua autostrada, tanto il Barolo, volente o nolente, va in camporella…

  5. Visto che sono stato criticato dal Sig. Ziliani, privatamente, di essere troppo giustificazionista con il Sig. Cernilli, si sa, le guide escono tra non molti mesi, mi corre l’obbligo di precisare che:
    1) sono d’accordo questa volta con quello che ha detto Cernilli, ed è questo il motivo per cui l’ho scritto.
    2) quando non sono stato d’accordo, è giò successo tempo fa sul forum del Gambero, glielo detto direttamente nell’ambito di una discussione che definirei alquanto aspra.
    3) non conosco il Sig. Cernilli personalmente, il mio rapporto con lui consiste nel mandare i vini per la guida. Ho avuto l’occasione, bontà loro, di avere i tre bicchieri su un mio vino, continuando a non conoscere né il sig. Cernilli, né i redattori.
    4) qualche volta ci si potrebbe far sfiorare dal dubbio che uno dica le cose perché le pensa, e non perché gli fa comodo.
    Saluti

  6. Sono d’accordo con Franco Ziliani e non è una novità. Il Barolo è un gran vino, secondo me il migliore in assoluto. Il Barolo è a questi livelli esclusivamente grazie a chi ha mantenuto l’identità storica di questo vino; altri più di recente hanno portato innovazione, in cantina ma anche e soprattutto a livello di marketing; lo hanno potuto fare grazie a tutte le aziende che ora qualcuno vorrebbe mettere in secondo piano.
    Io scelgo Bruno Giacosa e Roberto Voerzio.

    – Sempre meglio il Sangiovese del Cabernet Sauvignon.

    – Impropria la scelta del termine “Talebani”

  7. Prendo atto con favore che il produttore di vino Giampaolo Paglia “dice le cose perché le pensa, e non perché gli fa comodo” e plaudo alla sua “eroica” e assolutamente sprezzante del pericolo presa di posizione. Lui le guide ed i loro potenti curatori non bada a tenersele buoni, lui dice sempre quello che pensa e che gli diano un solo bicchiere o nemmeno quello o che lo tolgano pure dalla guida, ma chissenefrega !

  8. Vuoi avere i tuoi 15 minuti di popolarità nel mondo del vino? Spara su qualche icona famosa, più è stata famosa ed acclamata nel vicino passato e meglio è. Successo garantito.
    Vuoi sentirti dire da tutti, ma proprio da tutti, quanto sei bravo e quanto sei serio? Spara sul legno, sul cabernet, e sui barolo boys.
    15 minuti garantiti, fino alla prossima moda naturalmente.

  9. egregio signore, questi ragionamenti li faccia ad altri ! Non ho bisogno di mezzucci del tipo di quelli da lei indicati per avere “15 minuti di popolarità”, che del resto non cerco e non sollecito, limitandomi a scrivere quello che penso.
    E’ dal 1984 che scrivo di vino su giornali italiani e stranieri e sconosciuto lo sono forse a lei (che pure, non si sa bene perché, continua a seguire questo blog e a postare commenti). Inoltre, egregio signore, si informi prima di parlare (a sproposito): contro l’eccesso di legno, di cabernet, e smitizzando i barolo boys che hanno rovinato e non salvato il Barolo, scrivo da anni, seguito e incoraggiato da molte persone e non da oggi.
    Questo per la precisione. E con ciò con lei ho chiuso: ho capito che tentare di ragionare con persone in mala fede come lei dimostra di essere é totalmente inutile. Anzi, controproducente…
    Franco Ziliani

  10. In mala fede è lei, che accusa me di lecchinaggio, mentre ho espresso un parere supportato dalla mia storia e da quello che dico da sempre.
    Vuole sapere perché leggevo e postavo in questo blog? Perché trovavo interessante alcuni degli argomenti da lei sollevati, e credevo, a torto, che fosse un posto dove poter scambiarsi in libertà, e nel rispetto altrui, idee anche diverse.
    Invece trovo poca libertà e poco rispetto, per cui me ne terrò ben lontano da oggi.

  11. lei parla di “scambiarsi in libertà, e nel rispetto altrui, idee anche diverse” e poi sostiene che scrivo quello che scrivo solo per cercare “15 minuti di popolarità nel mondo del vino” ? Questo il suo concetto di “rispetto” delle idee altrui ?
    Ma complimenti ! Se poi riterrà opportuno non visitare più e non postare più su questo blog, bon voyage e mi stia bene !
    f.z.

  12. Sig. Ziliani, rischiando di prendere una andatura bambinesca, anzi l’abbiamo già presa, le devo far notare come fanno i per l’appunto i bambini, che ha cominciato lei alludendo al fatto che avessi commentato per “convenienza”, preferendo allinearmi sulle posizioni del noto giornalista perché…non si sa mai. Lei mi ha inviato una email privata, ma solo per insultarmi, ed ha continuato qui allundendo ironicamente al mio “coraggio eroico”.
    Non si fa così caro Ziliani, io lavoro duro e con me altre 10 persone, e non le permetto di insinuare alcunché.

    Io dal canto mio, fino a quel momento, mi ero permesso solamente di esporre una mia opinione, che confermo, su una parte della frase da lei riportata del noto giornalista.
    Non mi ero permesso certamente di dire che lei lo avesse scritto questo post per furia iconoclasta, piuttosto che per sua convizione personale, come lei giustamente rivendica.

    Ma se lei ritiene, così dal nulla, di potermi dare del ruffiano e di passarla liscia, allora si aspetti che io le risponda per le rime, ed in pubblico.

    Per me la questione finisce qui, non le chiedo scuse e certamente non mi sento di doverne a lei. Dopodiché, se vogliamo continuare a parlare di vino, sarò felice di farlo, nel rispetto reciproco.

  13. Punto a capo. Gianfranco Paglia e Franco Ziliani .

    Ma certamente Franco Ziliani che storicamente insorge ogni qualvolta il Gambero muove la coda, dovrebbe forse usare ai suoi molti e fedeli lettori e apprezzatori, la piccola cortesia di spiegare perché e´in costante antitesi con il Gambero e dintorni. Probabilmente perché é Rosso, il Gambero,e Ziliani no ? Oppure per antiche ruggini o per recentissime antipatie, ignote ai piu´?
    Perché il Gambero gode da anni di un successo mediatico ed economico, secondo Franco non sempre meritato ?

    Oppure no: Franco Ziliani non deve nulla a nessuno, quanto a spiegazioni o altro. Basta che si sappia che é interista, che non soffre il Gambero e che non sopporta assolutamente che si metta in dubbio il suo, cioé di Franco, essere duro & puro. (Sottinteso: in un mondo che non sempre lo é).

    E ben per lui, Franco, non il mondo. Chi puo´dargli torto ? a Franco, dico.

    Peró Franco: entrare in polemica con uno come Gianpaolo che si sveglia positivo la mattina e mangia pane e ottimismo mi sembra un po´ esagerato. Sicuramente una svista. Vorrei faceste la pace.

  14. Per la gioia di Franco, accorro in soccorso del vincitore (cioe’ di Cernilli — si puo’ ben considerare un vincente perlomeno dal punto di vista editoriale, si?).

    Cernilli ha ragione da vendere. Senza i Barolo Boys, pure io temo che il Barolo, anziche’ essere quello che e’ oggi (vino di discreto successo commerciale) sarebbe un’icona invendibile. A suffragare quanto detto posso dirti la mia personale esperienza di bevitore (e venditore) di Barolo; all’inizio degli anni ’90 adoravo i vari Clerico, e Sandrone; questo amore mi e’ servito, pure, per approfondire la conoscenza e proseguire nel cammino, e farmi apprezzare oggi i “tradizionalisti” piu’ austeri e certamente meno piacioni. Oggi si vendono i Barolo moderni senza difficolta’ data la grande facilita’ di beva; il consumatore, l’enofilo che desidera approfondire la conoscenza usa questi vini come validi entry level che lo traghettano spesso e volentieri a quei Barolo della tradizione che, da soli, non avrebbero mai avuto alcun appeal.

  15. Caro Fiorenzo:
    massimo rispetto per gli entusiasmi personali e le preferenze ma i fatti non stanno cosi´. A costo di ripetermi ecco quello che penso e che é rispecchiato dalla memoria e dlla cronoca storica e commerciale :

    #

    Allora: chi ha scritto dei “salvatori” del Barolo, ha lasciato nel computer perlomeno la metá del testo che doveva scrivere. Il Barolo
    comincio´a farsi apprezzare, in Germania e nei paesi Scandinavi, prima che in Italia ed USA, negli anni ottanta in quanto giravano a prezzi
    competitivi, perché alte le giacenze e non richiesto il vino – questo si´- annate d’oro : il 1971 il 1974 il 1978 il mai troppo apprezzato 1979. Ed inoltre si trovavano ancora nel distretto riserve di annate altrettanto auree come il 1967
    e addirittura 1964 e 1961.

    Nello stesso periodo i Borgogna erano arrivati a prezzi inavvicinabili ed una serie di scrittori di vino e aficionados comincio´a proporre il Barolo come validissima alternativa ai Borgogna. In questa luce non sará mai riconosciuta abbastanza l’ opera di Sheldon Wassermann buonanima, Jens Priewes, Jørgen Aldrich, Arne Ronold, Per Mæleng e quanti altri scrivendo di vino esaltavano le caratteristiche del Barolo.

    Annate che i Barolo Boys, chiunque essi siano, Gaja e l’ ottimo contadino vignaiuolo Elio Altare, non avevano. Ne deriva senza altra possibilitá di
    discussione che la rinascita del Barolo rimbalzó – dall’estero – e fu dovuta a quelle magiche annate di Bruno Giacosa, di Cavallotto, dei Fratelli Borgogno, di Bartolo Mascarello requiescat, di Mauro Mascarello, di Oddero, di Francesco Rinaldi e di Beppe Rinaldi e – udite udite – dei Marchesi di Barolo che spedivano in tutto il mondo annate oggi irrepetibili. Come pure faceva Fontanafredda con i suoi cru. Per non parlare di Conterno Giovanni, del fratello Aldo, di Marcarini, dei primi Ceretto, di Colla e Filiberti, di Sobrero Filippo e qualcun altro come sicuramente Pio Cesare, Barale e i primi Cordero di Montezemolo e il tranquillissimo Baldo Cappellano

    Non credo di sbagliare scrivendo che non tutto il Barolo che usciva dall’ Italia era oro colato, ma quei nomi , e qualcun altro che ora non mi viene in mente, diedero il lá ad una rinnovato interesse per questo nostro grande vino.

    Su questo interesse si innestarono con tecnica, maestria e lungimiranza commerciale quelli che tu chiami Barolo-boys, portando nuove idee, nuove
    pratiche enologiche ed una “nouvelle vague” di gusti e di stile. Hanno pagato
    lo scotto della sperimentazione e sopportato il fastidio delle diatribe sceme tra modernisti e tradizionalisti. Hanno peró attirato un nuovo pubblico al Barolo e valanghe di interesse mediatico e non solo mediatico. Il benessere di cui oggi
    gode la zona é merito anche loro e comunque merito di una terra che ha saputo generare persone e personaggi sempre vitali e sempre appassionati.

    Quindi: nessuno ha salvato nessuno. E´la zona che ha trovato in se e nella sua grande tradizione le risorse e le energie per dissetare il suo tempo, come giá successe a metá ottocento quando il Barolo passo´da passito semidolce a vino secco. Ed infatti i langaroli sono di solito tradizionalisti, magari cauti, ma non beceramente conservatori

    Non so chi abbia scritto quanto tu citi ma é un testo incompleto, una versione
    dei fatti monca, se non adirittura ingenerosa e comunque disinformata e disinformante.

    scritto da Carlo Merolli il 09.08.06 16:53

  16. Carlo, ti ringrazio per l’interessante excursus storico che indubbiamente aiuta a comprendere meglio il quadro di insieme; relativamente alla seconda parte del tuo commento, direi che in sostanza affermiamo le stesse cose: i Barolo boys come apripista per un Barolo che (parlo di mercato nazionale, e parlo di anni ’80-’90) non godeva di grande successo di mercato; il mio punto di vista e’ sostanzialmente condizionato (oltre che dal gusto personale) anche dal fronteggiare un consumatore di Barolo oltremodo “riluttante”, come direbbe qualcuno: e la colpa di tanta riluttanza era, a mio modo di vedere, nella durezza e nella difficolta’ di comprensione di un prodotto old fashioned. Da qui deriva l’affermazione cernilliana dei Barolo boys come “salvatori”. Almeno limitatamente al mercato nazionale, e al periodo che dicevo.

  17. Fiorenzo: infatti io ho reagito solo ad una affermazione che nel caso migliore é un po´troppo semplificativa e nel caso peggiore monca. Devi anche pensare due altre cose: (1) l’ etá media di chi acquista, gode e “fa” il mercato del Barolo oggi.
    Cioé molti consumatori ed appassionati del Barolo queste cose ( quelle annate) non hanno avuto modo di conoscerle (assaggiarle) e quindi di non conoscere quei vini e quei personaggi. A parte l’ opera meritoria di ricerca sul territorio come – vai vedere un po! – proprio del Gambero Rosso (Atlante delle Vigne di Langa etc) e di Masnaghetti ( piu´a livello di cartografia, vitalissima per importanza) si rischia di perdere la memoria storica di come sono andate le cose veramente. Qualcuno dei personaggi citati non é tra l’ altro piu´con noi.

    (2) Le ditte storiche da me citate esistono ancora ( a parte un paio) e quindi, passaggio generazionale piu´o meno, confermano la vitalitá di una linea anche in presenza di “salvatori”. In altre parole: Giacosa Bruno etc. facevano il vino buono anche prima che il distretto fosse “salvato”.

    Per concludere: Cernilli queste cose le sa e quindi la sua espressione va
    probabilmente scusata in quanto funzionale ad un discorso generico. Va comunque “pizzicata” perché non sono sicuro che la gran parte dei suoi lettori
    le sappiano. E dire “salvato” potrebbe essere compreso anche come un segnale che le cose fanno a gonfie vele. Invece il salvamento ha portato in venti anni anche un raddoppio dell’ area vitata del Barolo e mentre le Case da me citate e molte altri Barolo boys ( tutti oramai allegramente verso la cinquantina!) continuano a fare vini ottimi, il distretto spedisce sul mercato internazionale
    vini sotto etichetta Barolo che forse forse era meglio che non fossero salvati.
    Ma questo é un altro discorso.

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