Il Brunello 2001, luci, ombre e dubbi secondo Stephen Tanzer

Interessanti e positive notizie per le sorti del Brunello di Montalcino dell’annata 2001 attualmente in commercio sul mercato, quanto mai strategico (e non si potrebbe definirlo diversamente, visto che assorbe una quota del 32% della produzione), degli Stati Uniti.

Nell’uscita di luglio-agosto della sua importante e seguita news letter, International Wine Cellar, disponibile su carta e per gli abbonati anche in Rete sul sito Internet, Stephen Tanzer, uno dei wine writer statunitensi più esperti di vini italiani, si è pronunciato molto positivamente, dopo una degustazione di qualcosa come 130 campioni diversi, sul valore dell’annata 2001 per il Brunello, assegnando punteggi, ovviamente in centesimi, che da un massimo di 96 centesimi sono scesi sino ad un minimo di 87, attribuendo 94/100 a cinque vini, 93/100 ad altri cinque, 92/100 a otto campioni, 91/100 a 22 vini e 90/100 ancora ad undici.

Molto interessanti i suoi commenti, che parlano di un’annata “che ha tutto, colore intenso, sfumature aromatiche espressive, una piacevole carnosa dolcezza e una profondità di frutto, un’acidità equilibrata, tannini solidi che non arrivano mai ad essere astringenti o asciutti”. E poi una certa piacevolezza ed un notevole bilanciamento già ora che i vini sono ancora giovani, “anche se sono dotati della materia e di una struttura tale da assicurare una tenuta e uno sviluppo in bottiglia molto positivo di dieci anni e più”.

Tanzer ritiene che il Brunello 2001 si collochi allo stesso livello di annate cinque stelle come quelle 1995 e 1997 anche se il Consorzio aveva attribuito solo 4 stelle a questa vendemmia e osserva che “sebbene abbia degustato anche molti vini mediocri di questa annata, ho riscontrato molte più bottiglie di straordinario livello che in precedenti annate”.
Una sorpresa particolarmente piacevole per il wine writer statunitense è stata “il livello di maturità conseguito nel 2001, con pochi vini che hanno mostrato sovramaturità o note di cotto, ma anche un numero esiguo i vini afflitti da tannini verdi”. Qualche problema i vini l’hanno invece mostrato dal punto di vista tannico, causa la presenza di tannini mordenti che hanno chiaramente dimostrato il ricorso alla tecnica del ringiovanimento (con l’aggiunta sino al 15% di vini di annate più recenti) o della definizione aromatica, con diversi fenomeni di riduzione, che in molti casi non scomparivano nemmeno dopo una giudiziosa areazione dei vini.

Un grosso problema per Tanzer, evidenziato e amplificato anche nelle discussioni con i lettori che compaiono sul forum del sito Internet che accoglie l’International Wine Cellar, è invece rappresentato dal “crescente numero di vini di stile moderno il cui colore molto concentrato, un frutto molto maturo e una tendenza ad estrarre materia e tannini li rendono sì molto più internazionali nello stile, ma molto meno espressivi della tipicità del Sangiovese”. Tanzer aggiunge che “alcuni di questi vini erano scuri e concentrati in maniera sospetta e racconta come a Montalcino alcuni produttori, di fronte all’accusa, che trova ampia diffusione sotterranea, di utilizzare anche percentuali di altre uve che non siano solo il Sangiovese in purezza previsto dal disciplinare di produzione, replichino asserendo che questo colore molto intenso è dovuto all’uso di nuovi cloni di Sangiovese”. A questo proposito Tanzer osserva testualmente: “c’è da augurarsi che stiano ancora parlando di cloni di Sangiovese”…

Nelle note di degustazione di alcuni vini, ai quali tra l’altro Tanzer assegna un punteggio, tutt’altro che negativo, di 91/100, si può difatti leggere il giornalista definire un determinato vino “grasso e dolce, troppo opulento al palato: un vino impressionante ma che non avrei mai pensato si trattasse di un Brunello”.

Alle richieste di un lettore di spiegare meglio il proprio punto di vista Tanzer ribadisce trattarsi di un ottimo vino, “che in una degustazione alla cieca non avrei mai riconosciuto come Brunello o come vino base Sangiovese, perché in base alla mia esperienza il Sangiovese non esprime vini del colore mostrato da quel vino”.

Discussioni sulle derive stilistiche di taluni vini a parte, Stephen Tanzer conclude però ribadendo che “sono disponibili molti eccellenti Brunello 2001 tra cui scegliere, in una gamma di stili diversi che esprimono sia la varietà dei terroir dell’area del Brunello sia le differenti filosofie in materia di vinificazione e di affinamento”.

0 pensieri su “Il Brunello 2001, luci, ombre e dubbi secondo Stephen Tanzer

  1. Direi che ci samo, parere condivisibile e dubbi ancora di più. Sarebbe ora che certi produttori cominciassero a riflettere sulle loro scelte. E’ vero che le nuove generazioni di cloni di sangiovese (e di nebbiolo) dànno colori più intensi, ma non possono trasformare letteralmente il vino tanto da renderlo irriconoscibile, alla vista come al naso e al palato.

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  3. Mah, io direi che il problema per i vini di colore forte a Montalcino, ma anche Chianti e altri, al di là delle filosofie produttive, sia un certo retrogusto amaro molto spiacevole, che non mi sembra l’amaro tipico del sangiovese.

    Da una parte credo sia la botte che dia questo tono, ma alcune volte quei colori tanto intensi non sono frutto dei cloni, ma di sostanze credo anche vietate!!!

    Proprio in riferimento al mercato americano, mi diceva un distributore della California che, dopo il successo di Sideways, tutti volevano Pinot Nero (un uva tipicamente povera di colore), ma lo volevano supercolorato e con un corpo pienissimo e superfruttato e che quindi, lui diceva, i produttori californiani stavano imbottigliando syrah o vini truccati con l’etichetta che diceva Pinot Noir.

    Alla luce di questa realtà non ci sarebbe da meravigliarsi che i produttori che vogliono accaparrarsi quel 32% di share del mercato possano anche ricorrere a metodi non troppo naturali per ottenere il colore…resta purtroppo l’amaro in bocca, ed in questo caso non nel senso figurato del termine.

    PS:Sarei comunque felice, se qualcuno riuscisse a consigliarmi un brunello in botte piccola che non abbia quell’amaro spiacevole al quale mi riferisco.

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