Barolo: il 2001 conferma il suo primato, ma il 2000 si difende bene

Una grande degustazione di The World of Fine Wine

Come ho già scritto, quella svoltasi la scorsa settimana a Londra, per l’organizzazione della prestigiosa rivista britannica The World of Fine Wine, è stata una grandissima degustazione, un’occasione un po’ speciale per ragionare, in terra britannica, tra esperti che il Barolo amano e conoscono, delle differenze tra le annate 2000 e 2001 di questo vino. Una grande chance per vedere insomma, assaggiando rigorosamente alla cieca, se per il grandissimo rosso albese base Nebbiolo sia meglio quel 2000, salutato come “perfect year” da Wine Spectator, oppure quell’annata 2001 che larga parte dei produttori, con l’eccezione di grandi nomi come Bruno Giacosa e Roberto Voerzio, che il 2000 ritengono superiore, giudicano annata più classica per il Barolo ed in grado di esprimere vini di maggiore personalità, spessore, capacità di tenuta nel tempo.

Il responso del wine tasting (i cui risultati ufficiali, con il commento alla degustazione effettuato dai tre componenti del tasting panel, il master of wine Nicolas Belfrage, il grande esperto e conoscitore di vini italiani Stephen Brook e last e in questo caso least chi scrive, autore della selezione dei vini proposti in assaggio, ed un articolo introduttivo ancora di Belfrage, verranno pubblicati sul numero di World of Fine Wine in pubblicazione per il dicembre 2006), parla chiaro:

al primo posto con un punteggio medio di 18/20 un Barolo 2001, al secondo posto, a pari merito, a 17/20, sette vini, di cui cinque di annata 2001 e due di annata 2000.
Seguono poi, a 16,5/20, nove vini, di cui cinque di annata 2001 e 4 di annata 2000, e a 16/20 altri otto vini, cinque dei quali ancora d’annata 2001.

Per quanto riguarda i miei score, espressi nell’arco della degustazione, posso rilevare che dei 32 vini cui ho assegnato i miei punteggi più alti, da un massimo di 19 sino ad un peraltro ottimo punteggio di 16/20, ben 19 erano di annata 2001 e 13 di annata 2000.

I punteggi vertice, 19, 18,5, 18, 17,5/20 sono tutti andati a dei 2001( un 19/20, un 18,5/20, tre 18/20, due 17,5/20), mentre, scendendo, dei 17/20 sono andati a tre 2001 e a tre 2000, dei 16,5/20 sono andati a quattro 2001 e a ben sei 2000, e dei 16/20 sono andati a cinque 2001 e a quattro vini di annata 2000.

Cosa mi ha insegnato questa degustazione ? Innanzitutto che i blind tasting hanno, parafrasando Pascal, delle ragioni tutte loro che la Ragione non conosce e che i loro risultati finiscono inevitabilmente con lo stravolgere le previsioni.

Sia Nicolas Belfrage, che Stephen Brook che io eravamo (e siamo tuttora) assolutamente convinti che il 2001 sia un’annata molto più classica e regolare per il Barolo, un’annata che ha molto più da dire in termini di completezza, eleganza d’espressione e carattere tipicamente da Barolo, con uno stile da “vin de garde” che suggerisce la conservazione di molti campioni in cantina ancora per alcuni anni prima di stappare.

Il 2000, più maturo, più fruttato, indubbiamente più appealing e più pronto di un 2001 i cui tannini, in molti casi, devono ancora ammorbidirsi ed il corredo aromatico sprigionare tutte le sfumature e le raffinatezze che un grande Barolo sa offrire nel tempo, esce però a testa alta, e non solo in termini percentuali relativi ai punteggi più alti ottenuti dai suoi esponenti, ma perché numerosi vini hanno offerto prova di grande equilibrio e piacevolezza, non solo in termini di purezza e dolcezza di frutto, di armonia complessiva, ma di buona eleganza d’espressione.

La grande sorpresa, per me, che pure ho attribuito i miei punteggi più alti ad un numero superiore di 2001 rispetto ai 2000, è stata però, da tradizionalista convinto quale sono e resto, l’affermazione (anche per merito di alcune mie generose valutazioni, ebbene sì…) di numerosi vini di stile moderno, affinati in barrique francesi invece che in grandi botti di rovere di Slavonia.
Vini, nelle loro migliori espressioni, che oggi all’assaggio appaiono indubbiamente ben fatti, con un contributo e una presenza del legno molto più ragionevole e bilanciata che in passato (quando spesso il legno saliva al proscenio come sgradevole protagonista), vini che in un blind tasting con tanti campioni a disposizione come il nostro, tendono sempre a suscitare maggiore impressione, ad apparire più pronti, meno scontrosi rispetto ad altri vini di stile tradizionale (ma assolutamente non old style inteso in senso deteriore) che avrebbero avuto di molto più tempo a disposizione per aprirsi e dare il meglio di sé. Ma che messi a confronto con vini più strutturati (per tacere dell’aspetto colore che personalmente non ho tenuto in grande considerazione), più solidi, più rotondi, hanno finito, in diversi casi, con il fare la figura del vino squilibrato, eccessivamente tannico, magro, mentre in verità si trattava solo di vini ancora molto giovani e poco espressi.
Ma questa é la legge e la verità, inconfutabile, del blind tasting, bellezza !

p.s. nel nostro wine tasting l’editor della rivista Neil Beckett ha deciso di inserire a sorpresa anche due intrusi, ovvero due annate (non penso di rompere un tabù rivelandone il nome prima della pubblicazione dell’articolo sulla rivista inglese) dell’ex Barolo e oggi Langhe Nebbiolo Sperss di Gaja, vino oggi inserito in una denominazione che a differenza della Docg Barolo non prevede l’uso di Nebbiolo in purezza, ma consente anche l’uso sino ad una percentuale del 15% di altre uve a bacca rossa (Barbera, certo, come sostiene Gaja, ma volendo anche Cabernet o Merlot come consente il disciplinare).
Ai colleghi lo Sperss 2001 è sostanzialmente piaciuto (ricevendo valutazioni di 17 e 19 ventesimi) mentre a me non è piaciuto affatto, ricevendo una valutazione di 12 ventesimi ed una nota negativa legata ad un “legno che prevale nettamente sul frutto, a tannini astringenti, assenza totale di equilibrio, ad uno stile moderno senza senso”. Il 2000, invece, mi è leggermente più piaciuto, ricevendo una valutazione di 14,5/20 contro quelle di 16 e 17/20 date da Belfrage e Brook.

Un insegnamento la presenza di questo ex Nebbiolo l’ha però fornito, ovvero che la formula classica e sempre valida del Nebbiolo in purezza si conferma, senza alcun dubbio possibile, come la via obbligata se si vogliono ottenere grandi vini di terroir e si vuole rispettare il grande nome e la tradizione di quel vino straordinario chiamato Barolo.    

0 pensieri su “Barolo: il 2001 conferma il suo primato, ma il 2000 si difende bene

  1. “da tradizionalista convinto quale sono e resto, l’affermazione (anche per merito di alcune mie generose valutazioni, ebbene sì…) di numerosi vini di stile moderno, affinati in barrique francesi invece che in grandi botti di rovere di Slavonia.”

    Solo da questa frase si comprende quanto sia grande, sincero e vero giornalista di vino Franco Ziliani.
    Complimenti.
    Angelo

  2. Domanda:
    Come si concilia la barrique con il disciplinare di produzione che recita:
    “Il vino deve essere sottoposto ad un periodo di invecchiamento di almeno tre anni e conservato per almeno due anni di detto periodo in botti di rovere o di castagno”?
    La domanda è naturalmente valida per almeno due o tre doc di quelle famose.
    Un caro saluto
    Antonio

  3. Una precisazione. L’utilizzo della barrique non è in alcun modo distonico con i disciplinari, essendo la stessa barrique null’altro che una botte di rovere: i disciplinari infatti, assai opportunamente, non specificano alcunché circa la capacità della botte all’interno della quale deve avvenire l’invecchiamento tanto più che, di norma, a seguito dei necessari travasi cui il vino deve essere sottoposto, i due anni di affinamento vengono per lo più trascorsi in botti di diversa capacità ed età.
    Tornando a Ziliani credo che i produttori piemontesi gli debbano oggi ascrivere due grandi meriti, tutt’altro che diffusi nella categoria dei giornalisti enoici (e non solo):
    1 – la grande passione per il Barolo, un vino che ha nella capacità di sorprendere ad ogni assaggio il suo fascino più intrigante;
    2 – l’onestà intellettuale e il rigore del metodo giornalistico, che contempla la possibilità di sbagliare e la capacità di riconoscere l’errore.
    Complimenti vivissimi!
    Giovanni

  4. Grazie Giovanni per le belle parole nei miei confronti, ma vorrei farti notare che il mio non é affatto ammettere un errore, ma semplicemente riconoscere il responso di una degustazione alla cieca, dove si possono anche premiare vini che, intellettualmente e affettivamente si continuano a non amare… Non ho sbagliato, resto tradizionalista, nel cuore e nella mente, anche se poi in un wine tasting di 70 Barolo, sono arrivato ad attribuire alti punteggi a Barolo di stile moderno. E’ mio obbligo riconoscere la cosa, ma non é né un’abiura né tantomeno un pentimento, semplice “onestà intellettuale” come tu con grande cortesia dici…
    Franco

  5. TERTIUM NON DATUR
    1)Se uso la barrique è per accellerare l’invecchiamento (Veronelli cià fatt ‘na capa tant)
    e dopo oltre un anno nella suddetta il vino sa di mobilio.
    2) Che senso ha usare la barrique insieme alle botti?

    Non sono contrario alla barrique ma, come al solito, vorrei capire le regole del gioco.
    Vorrei il parere di Franco su questo punto.
    Franco, se ci sei batti un colpo, magari su di una bella botte di castagno, di quelle che sembrano un monolocale (comodo, però, e con tutti i servizi!)
    Antonio

  6. Da qualche parte già non si usano nemmeno più le barriques, ma addirittura i “sigari”, botticelle da 125 litri circa…
    Siamo sempre alle solite storie. La botte per chi fa il vino è un mezzo, non un fine. Invece per chi lo vende è un fine (perchè seguendo le mode si prendono i premi, si vende di più ed a prezzi altissimi, anche se le mode, appunto, durano poco).
    C’è chi ha l’etica del buon lavoro e chi ha l’etica del facile guadagno. Franco sta con i primi.
    Un applauso ad Antonio, quella frase in pugliese ravviva e rallegra il blog. Mannaccia a ci t’a mmuert e a cheddà stramuert…

  7. Scusatemi se col mio rozzo italiano (scrivo da Barcellona) non riesco a capire il fondo della discussione, sopratutto gli ultimi post (certo, il pugliese è ancora più difficile per me). Ma qual’è la differenza tra barrique e botte in italiano? Forse la capacità in litri? S’usano le barrique per accelerare l’invechiamento? Non lo capisco: da noi, quello che chiamamo barrique (cioè la bordelesa di 225 litri, ma puo darsi anche che ci siano altre misure) viene usato non per accelerare l’invechiamento, bensì per il contrario, per fare che l’invechaimento sia più lento, più dolce, più (se si permette l’espressione) longevo.
    Scusatemi i dubbi, ma voglio cercare di capire meglio il vocabolario italiano per tutte le cose del vino.
    Salutem plurimam!
    Joan

  8. Caro Joan,
    quello che dici è alquanto strano, dato che la barrique (225 litri) consente un maggior scambio di ossigeno e quindi accelera il processo di assimilazione delle sostanze che il legno può dare al vino, tant’è vero che se non ben dosata finisce per sopraffarlo.

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