Blogging, la nuova frontiera dello scrivere di vino oggi

Alleluia bella gente, non passa giorno che riconoscano a noi blogger di rivestire un ruolo importante, se non centrale quantomeno originale o stimolante, nel discorso sul vino di oggi. L’ultimo arrivato, ma last but not least, è l’ottimo Matt Kramer, vivacissimo, intelligente wine writer oregoniano, che nella sua consueta column su Wine Spectator (costantemente la cosa più intelligente che si può leggere su questa rivista tanto discutibile), nell’uscita del 31 agosto testualmente scrive: “la più recente fase nello scrivere di vino è il blog”.

A Kramer, per sua esplicita ammissione, piacciono i blog, soprattutto perché spezzando quella procedura tradizionale dello scrivere senza avere praticamente un riscontro diretto e sapere se quel che hai scritto è piaciuto oppure no, se sia stato condiviso, oppure contestato e confutato dai lettori, ha introdotto una nuova prassi, quella della “strada a due corsie”.

Certo, come annota Kramer, tali sono il traffico e la mole “degli argomenti e delle discussioni”, che ci si può anche perdere, oppure rimanere delusi e sgomenti per l’inciviltà di talune tesi e dei loro artefici, ma oggi scrivere e farlo su un wine blog ti dà immediatamente la misura della validità e della condivisione di quel che scrivi, ed il suo atto equivale praticamente ad un esercizio “senza rete”, ad un essere esposti al “bersaglio” dei commenti e al giudizio di chi fregandosene se tu sia un giornalista esperto oppure un novellino alle prime armi ti dice chiaramente, e senza giri di parole o timori reverenziali, quello che pensa di quel che scrivi.

Questa moltiplicazione delle informazioni, inconvenienti legati ai riscontri “blogitel” per il tuo operato a parte, ha però, secondo Kramer, un notevole vantaggio per il consumatore, perché fa sì che grazie all’opera di esplorazione curiosa e sistematica svolta dai wine blogger – “dietro ad un wine writer o ad un blogger, osserva Matt Kramer, trovi sempre un evangelizzatore” – i vini buoni, che siano conosciuti o celebrati oppure tutti da scoprire, saltino fuori. E quelli fasulli, o presunti grandi, o sopravvalutati, chissà per quale oscuro, misterioso (?) motivo, vengano impietosamente “smontati” e fatti scendere dal piedistallo e ricondotti alla loro più autentica dimensione. Di bufale, o di vini tecnici e seriali senz’anima.

Questo stato di cose rende l’opera svolta dai wine blog, i quali lo si ricordi bene, fanno dell’indipendenza di giudizio e della libertà il loro credo (sui loro blog, salvo rare eccezioni, non esiste alcun possibile investimento pubblicitario a condizionarli e nessun ragionamento di tipo pubblicitario deve sfiorarli o coinvolgerli: si puo’ essere blogger credibili se si progetta di dare vita ad un network pubblicitario enogastronomico? ), non solo una testimonianza di giornalismo indipendente, ma un vero esercizio di democrazia, visto che consente libera espressione a tutti (basta avere un p.c. e un accesso ad Internet), e permette anche a chi non avrebbe i mezzi economici per permettersi p.r., uffici di pubbliche relazioni, campagne di advertising, cadeaux vari alla stampa più disinvolta, di farsi conoscere.

E in tal modo, attraverso quella fantastica tecnica di marketing applicato che è la pratica del passa parola da p.c. a p.c. basta un clic, attraverso la Rete, di ottenere quei riscontri commerciali che ogni produttore di vino, essendo un commerciante e non limitandosi a fare della poesia, desidera e che il blogger, con le sue impressioni di degustazione, i suoi pareri, i suoi consigli, talvolta ingenui, ma liberi da condizionamenti, favorisce.

Altro che “shampisti”, pardon, “parrucchieri o barbieri” della scrittura sul vino come qualcuno, puntualmente approdato anche lui al blog, per la serie la coerenza innanzitutto, ci avrebbe voluto frettolosamente liquidare  e come qualcuno, ad esempio il simpatico One Pablo dal fronte su Porthos, ci considera…

0 pensieri su “Blogging, la nuova frontiera dello scrivere di vino oggi

  1. Caro Franco,
    Se mai vi avessi considerato shampisti, sarei stupido a spendere il mio tempo a leggervi…
    Non si tratta di questo e da ciò che ho scritto mi sembrava potesse risultare abbastanza chiaro: mea culpa se così non è stato.
    Il pezzo “Bloganch’io” è stato pubblicato anche sul numero 25 della rivista dove abbiamo avuto l’accortezza di non eliminare il sottotitolo che recita “una questione di responsabilità”: si tratta appunto principalmente di questo.
    Quello che penso, come del resto ho già avuto modo di scriverti in privato, è che l’uso distorto che alcuni fanno di questo mezzo ne banalizza l’impatto comunicativo e, in parte, ridicolizza la mente stessa di chi scrive. Questo atteggiamento alla lunga potrebbe avere come conseguenza diretta la banalizzazione della immensa ricchezza potenziale del blog stesso.
    Personalmente ho sempre avuto una sorta di adorazione per qualsiasi opportunità di emancipazione e libertà e il blog è sicuramente una delle più grandi occasioni che il web abbia saputo offrire in questa direzione, perché mai dovrei criticarlo? Io non sono blogger perché non appartiene alla mia indole, non certo perché disdegni lo strumento o perché guardi dall’alto gli “shampisti” che ne fanno uso. Non contesto il mezzo e mai mi sognerei di giudicare il serio lavoro altrui.
    Con stima

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