Riserva della Casa, Rocce Rosse, Vigna Regina Arpepe: il canto della roccia fatto vino

Avevo un vuoto da colmare, un anello della catena che mi mancava dopo aver partecipato e reso conto, anche su questo blog, della magnifica degustazione di vecchie annate della storica azienda valtellinese Pelizzatti che si è svolta vicino a Sondrio due mesi orsono.

Mi sentivo in obbligo, visto che in quella occasione, chissà perché, non era stato fatto, anche se sarebbe stato giusto e doveroso, ricordare come quella tradizione di grandi Sassella, Grumello, Inferno meravigliosamente rispettosi dei loro terroir non si fosse spezzata quando la Pelizzatti era finita nel portafoglio aziende di una multinazionale ed in un secondo tempo di un grande Gruppo vinicolo italiano.
Ma che questa tradizione, invece, era tornata a rivivere, deo gratias, quando un piccolo grande uomo che non è più con noi, Arturo Pelizzatti Perego, ma la cui opera continua per merito della sua famiglia, decise, nel 1984 che i vini fatti dal padre e dal nonno non potevano finire confinati ad un passato lontano, ma dovevano perpetuarsi rivitalizzando una tradizione che continua fino a noi.
Una tradizione che costituisce un fastidioso segno di contraddizione per chi vorrebbe farci credere che l’identità e la realtà dei vini valtellinesi di oggi debba essere rappresentata da vinoni scuri, concentrati, noiosi e puzzolenti di legno francese il cui “stile” è un oltraggio rispetto alla sacralità e alla grandezza eroica dei vigneti terrazzati di montagna che rendono unico lo scenario della più settentrionale delle vallate lombarde.

Per ribadire questa evidenza, insieme all’amico Roberto Giuliani del sito Internet LaVINIum e all’amica sommelier Elia Bolandrini a metà agosto ho pensato di fare visita a Giovanna, Isabella ed Emanuele Pelizzatti Perego, ovvero il team che oggi governa quella piccola agguerrita realtà che è oggi Arpepe e dal cappello del mago ben conservate e servite con tutti i crismi, sono saltate fuori, sei bottiglie di quelle da ricordare, sei esempi di quella Valtellina speciale, unica, eterna, dove il canto della roccia si fa vino.

Due Sassella Vigna Regina, per cominciare, il 1991 ed il 1988, poi il mitico Rocce Rosse 1984, prima annata della nuova attività commerciale intrapresa con coraggio da Arturo, commercializzata sei anni dopo, nel 1990, quindi tre Riserva della Casa, una speciale selezione prodotta con le migliori uve di Sassella, Grumello, Inferno e Valgella, datate, tenetevi forte, tanto il viaggio è a ritroso, à la recherche du temps perdu, 1969, 1964 e 1961. Tutti vini, inutile dirlo, tradizionali, il che non significa certo museali o passatisti, ma prodotti in ossequio ad una pratica storica che vede il Nebbiolo di montagna valtellinese, la Chiavennasca, vinificato con lunghe macerazioni e pazientemente affinato, senza fretta, per consegnarlo all’eternità, in grandi botti, di rovere ma anche di castagno.

Ecco, in breve, le mie impressioni di degustazione di questi capolavori, fulcro di una giornata che ci ricorderemo a lungo.

Valtellina superiore Sassella Vigna Regina riserva 1991

Color rubino granato brillante di bellissima vivacità e luminosità, il vino, ancora molto giovane a dispetto dei suoi 14 anni di vita, mostra un naso tipicamente stile Arpepe – Pelizzatti, incisivo, petroso, sapido, profumato di rose, di agrumi, roccia scaldata dal sole, liquirizia, ginepro e note più sfumate di catrame e cuoio. In bocca una bellissima freschezza un’acidità scattante che spinge viva, nervosa, regalando profondità, lunghezza, persistenza lunghissima, in una cornice di tannini che ci sono, eccome, si fanno sentire, innervano il frutto, ma non aggrediscono mai. Un vino di magnifica essenzialità.

Valtellina Superiore Sassella Vigna Regina riserva 1988

Da un’annata considerata grande ma non grandissima un vino, colore rubino intenso e brillante, con venature granate, di una dolcezza, un’eleganza, una finezza aromatica stupefacente, grazie ad una sorprendente nota di miele d’acacia che viene a completare e rendere unico un bouquet scandito da note di lampone, ribes, crème brulée, mallo di noce, sottobosco e spezie.
In bocca il vino si espande progressivamente regalando un frutto e una polpa suadenti, un’estrema pulizia e freschezza, un finale verticale, nervoso, di estrema asciuttezza, sapido e minerale come pochi.

Valtellina superiore Sassella Rocce Rosse 1984

Valore affettivo e simbolico del tutto speciale per questo vino che segnò la prova d’esordio di Arpepe ed il ritorno di Arturo Pelizzatti Perego nei panni di grande vinificatore e affinatore. Commercializzato solo nel 1990, oggi a 21 anni d’età questo Rocce Rosse è un maturo gentiluomo aristocratico in piena forma, colore rubino brillantissimo e integro, aromi nitidissimi e freschi di piccoli frutti, cuoio, sottobosco, pepe nero, spezie, con striature di nocciola, fiori secchi e ancora miele. In bocca è ampio, succoso, con tannini saldi e ben sottolineati, un frutto ancora vivo, quasi croccante, un carattere vibrante, minerale, sapido, estremamente incisivo e lunghissimo che conduce ad un retrogusto su note speziate, selvatiche e molto saporite. Abbinato ad una sella di capriolo manderebbe chiunque in brodo di giuggiole.

Riserva della Casa 1969  

Selezione delle migliori uve provenienti dalle quattro sottozone classiche, questa riserva veniva prodotta solo in occasione di grandi annate, quelle in grado di assicurare una grande tenuta nel tempo. Un ottimo esempio di tale capacità viene da questo 1969, rubino brillante molto intenso e di grande integrità cromatica, dotato di un naso fitto, saldo, serrato, giocato su note selvatiche di cuoio, liquirizia, pepe, ginepro, e poi goudron, selvaggina, ma poi impreziosito da striature che richiamano i fiori secchi, ribes, lampone, cioccolato fondente e fichi secchi, a creare un insieme carnoso, avvolgente, caldo.
La bocca è all’insegna dell’acidità e della sapidità estrema, di una coerente verticalità e petrosità d’espressione, di un tannino ancora ben sostenuto che innerva un frutto sottile ma ancora incredibilmente vivo.

Riserva della Casa 1964

Annata storica anche in Valtellina il 1964 come a Barolo, ed ecco un 1964 riserva dal colore integro e affascinante per sfumature e riflessi rubino granati, dalla grande densità e fittezza aromatica, con note calde, suadenti, di spezie, prugne sotto spirito, caffè, liquirizia, e una compattezza carnosa in bocca inusitata, una dolcezza di frutto, una morbidezza che poi lasciano il passo, in chiusura, in una persistenza estrema, a tannini che mordono ancora e non si “rassegnano” a quietarsi, ad una petrosità, una mineralità da roccia che si fa vino.

Riserva della Casa 1961

Grande anche questo 1961di “soli” anni quarantacinque, tutto giocato su aromi terziari, su goudron, pepe nero, cuoio, pelliccia, spezie, ribes nero, ginepro, di bella fittezza e presenza aromatica.
Il gusto è petroso, quanto mai incisivo, diretto, lineare, con una persistenza lunghissima e quasi infinita, un nerbo e un carattere stupefacenti e una sapidità quasi marinara oltre che minerale.

Ma i grandi vini tradizionali di Valtellina, sfidando le logiche ordinarie del tempo che passa, sanno regalare di queste grandi emozioni…

p.s segnalo anche l’ottima cronaca di quella bellissima degustazione pubblicata oggi su Lavblog dall’amico Roberto Giuliani, che condivise con me giusto un mese fa l’emozione di questi assaggi

0 pensieri su “Riserva della Casa, Rocce Rosse, Vigna Regina Arpepe: il canto della roccia fatto vino

  1. Caro Franco,
    come stai? spero tutto bene. Guarda caso ho bevuto proprio ieri sera un Rocce Rosse 1996, queste che troverai sotto sono le mie note (molto sommarie, me ne scuso) che ho scritto su Wine Report, mi piacerebbe avere (qui o la) un tuo commento visto che conosci molto bene questa casa. E’ un vino che mi ha colpito molto soprattutto per questo richiamo al Pinot Nero (ero in compagnia di Luigi Valino, ristoratore grande amante e conoscitore del Nebbiolo, soprattutto langarolo, e anche lui è rimasto colpito da questo splendido pinotteggiamento, senza nulla togliere al nebbiolo sia chiaro ma qui alla cieca io e lui forse avremmo detto ottimo PN Alto Adige)
    Grazie, un saluto
    Gregorio

    Ar.Pe.Pe Sassella Rocce Rosse 1996, credo la seconda volta che assaggo questo vino, non so come sia stata l’annata in Valtellina, qui devo dirlo anche se so che non si dovrebbe: naso ultrapinotteggiante (mi pare ci sia dentro un 5% di PN ma non credo influisca, però…), si sente la botte grande, quasi balsamico a tratti, in bocca forse perde qualcosa per una magrezza quasi eccessiva, cmq grande fascino e grande eleganza. Un vino sottile ed intrigante, quasi a metà tra un Nebbiolo, un PN Alto Adige e un buon Borgogna. Voglio assaggiare altre annate per capirci qualcosa di più. Chiedo a Luigi che l’ha assaggiato con me qualche sua sempre interessante considerazione

  2. Scusa Gregorio,
    ma io mi rivolgevo a Franco. Siamo stati insieme a quella degustazione, ma lui mi ha battuto sul tempo nel pubblicare lo scritto. E’ lui che citerò.
    Sorry!

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