Barolo Cascina Francia 1989: il racconto di una grande emozione

Ho già raccontato, nei dettagli, il magnifico contesto in cui, prelevandola dalla mia cantina e facendole compiere il tragitto Bergamo – Torriana, ho degustato, anzi, diciamocela tutta, letteralmente scolato, insieme al patron del Povero Diavolo, questa magnifica bottiglia. Sono stato fortunato, perché le vecchie bottiglie spesso riservano sgradite sorprese dovute alla conservazione, al tappo che ti tradisce, a qualche imponderabile, sgradito imprevisto, ma la grande occasione (in fondo non si compiono i propri primi cinquant’anni tutti i giorni…) suggeriva una grande bottiglia ed una grande annata e grande bottiglia e magnifica esperienza è stata.

Amando il Barolo non si può non essere grandi fan del Monfortino, un nome, una storia, una garanzia assoluta di qualità, ma personalmente nutro una particolare simpatia e sintonia, oltre che con questo monumento alla grandezza suprema del Nebbiolo fatto Barolo, per “l’altro” Barolo di casa Conterno (intendo Giacomo, quindi Giovanni e oggi Roberto), che nasce dallo stesso magnifico vigneto in Serralunga d’Alba dove oggi, dopo l’eliminazione, nel 2000, della parte destinata a Dolcetto e Freisa, sono presenti cinque ettari a Barbera e ben nove a Nebbiolo.

Il Cascina Francia, per me, ha poco da invidiare al Monfortino (cui Nicolas Belfrage ha dedicato un bellissimo articolo, con note di degustazione di una grande verticale tenutasi a Londra lo scorso febbraio, pubblicato su nuovo numero, il 13, di The World of Fine Wine) e vanta addirittura, se posso dirlo, una eleganza, una beva, una affidabilità, una possibilità di colloquiarci e di dargli del tu (che è quel particolare feeling, quella comunicazione diretta, quel dialogo che si stabilisce tra un grande bottiglia ed un bevitore attento e consapevole), superiore a quello che consente il suo fratello maggiore.

Non so perché ciò accada, visto che come il Monfortino il Barolo Cascina Francia nasce da macerazioni molto lunghe (superiori al mese) e da una lunga permanenza, un po’ meno lunga rispetto al Monfortino, in botti di rovere di Slavonia (e di recente anche in botti austriache). Forse è un vino che non essendo leggendario e mitico – anche se altrettanto importante come l’altro – ti mette maggiormente a tuo agio, e questo anche nelle annate apparentemente “minori”, come un fantastico 1994, di cui alcuni anni orsono mi accadde di gustare due bottiglie strepitose, per eleganza, (una al Pescatore di Canneto sull’Oglio e una con l’amico sommelier Giorgio Rinaldi) nel giro di pochi giorni.

Frutto di un vigneto acquistato dalla famiglia Conterno nel 1974, e che si espresse per la prima volta con l’annata 1978 (una signora annata, degna di quella successiva, il 1979), il Cascina Francia è un Barolo che non tradisce mai, che abbisogna di tempo per dare il meglio di sé, per tirare fuori tutto il suo carattere, e che pur essendo in perfetto, inconfondibile Serralunga style, ovvero Barolo “de garde” da lunga tenuta nel tempo e con sostegno tannico importante, tira sempre fuori doti di eleganza da lasciare stupefatti, quasi si trattasse di un Barolo di Castiglione e non di Serralunga.

Reduce dal lungo viaggio in autostrada e lasciata riposare, dopo l’apertura, per qualche tempo, la mia bottiglia di Cascina Francia venerdì 22 settembre su nella pace e nella tranquillità del Povero Diavolo di Torriana, decise subito di regalarci emozioni indimenticabili, di dare il segno indelebile della propria nobiltà e grandezza.

Colore rubino intenso, profondo, molto luminoso e brillante, solo con una leggera unghia che virava, ma senza alcuna stanchezza, verso il granato, versato nel ballon, e lasciato respirare, il vino ci sorprese subito per la salda tessitura aromatica, per un naso affascinante, fitto, complesso, profondo, di grande densità e compostezza, (liquirizia, prugna, sottobosco, spezie, terra bagnata, cuoio, polvere da sparo, note di carne e di selvaggina, accenni di funghi secchi e tartufo), per la sua capacità di rivelare l’anima terrosa, selvatica, misterica, non di facile concessione del Barolo.

Una bocca densa, carnosa, una enorme ricchezza di sapore, una fantasmagorica trama del frutto, ancora polputo, vivo, nervoso, con tannini saldi, ben sostenuti, mordenti se si vuole, ma mai aggressivi, una perfetta pulizia e freschezza sul palato, una lunghezza e una piacevolezza, una capacità di emozionare davvero da fuoriclasse.

Alcol perfettamente bilanciato, succosità, velluto, grande avvolgenza, e poi man mano che il vino si apriva, respirava, emergeva da un lungo silenzio e riposo durato 17 lunghi anni, con un’incredibile, irreale freschezza, con accenni di menta tali da far sembrare il vino giovanissimo, e poi striature di tabacco, spezie, il nitore di frutto appena spiccato del Nebbiolo, il carattere della viola e della terra che si fanno vino.

Insomma, un capolavoro e – posso cullare questa illusione ? – una sorta di magico dono, con le forme della soavità incantevole e incantatoria del Nebbiolo, per il mio mezzo secolo e la mia lunga, saldissima, incrollabile fedeltà a quel Re dei vini universalmente noto come Barolo ?

3 pensieri su “Barolo Cascina Francia 1989: il racconto di una grande emozione

  1. E’ uno dei miei veri vini del cuore!
    La prima volta che lo assaggiai a metà anni 90 all’osteria dell’arancio sul tavolo scese il silenzio totale…

    beato te! io non lo cambierei nemmeno con Cheval Blanc 98!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *