I giovani, le mode e l’immagine corporea: convegno il 26 ottobre a Reggio Emilia

il cibo come piacere e come cultura: la mia esperienza tema di una relazione

Questa volta dovrete per forza prendermi sul serio, oppure concludere che nel mondo delle aziende socio sanitarie sono annidati dei “pazzi scatenati” o gente animata da grande fantasia.
Anche se sono solo un giornalista enogastronomo, sebbene con oltre vent’anni d’esperienza alle spalle, e per di più, da un anno a questa parte, anche un wine blogger, (roba ovviamente poco seria come direbbe qualche farlocco trombone), mi è stato chiesto di presentare una mia relazione, sul tema “il cibo come piacere e come cultura”, nell’ambito di un serissimo convegno, intitolato “I giovani, le mode e l’immagine corporea”, che si terrà nella mattinata di giovedì 26 ottobre presso l’Hotel Astoria Mercure di Reggio Emilia, per l’organizzazione della locale Ausl.

Roba da non credere, eppure in un contesto che vedrà, con un approccio interdisciplinare e multi culturale, affrontare le complesse tematiche relative a “prevenzione e diagnosi precoce dei disturbi giovanili legati a distorsione dell’immagine corporea, ad ossessione del peso, a disturbi alimentari” e che proporrà le riflessioni di sociologi e studiosi degli aspetti socio-culturali delle mode giovanili, di psichiatri, psicologi, medici internisti, studiosi del comportamento alimentare, dirigenti scolastici, direttori di servizi di salute mentale e dipendenze patologiche, pediatri, studiosi dell’adolescenza e animatori di centri di solidarietà, anche chi scrive, insieme ad una fotografa e scrittrice, ad una ballerina e coreografa, ad un trainer e body builder, dovrà dire la sua, cercando, se possibile, di non fare di quello che in una situazione simile c’entra come i cavoli a merenda…

Per fare questo, cercherò di non farmi condizionare più di troppo, altrimenti sarebbe stato più onesto dire “no grazie” e rimanermene a casa, dal confronto con le tematiche serie che tutti gli altri tratteranno, ovvero la percezione che abbiamo del nostro corpo, inteso come “luogo in cui s’incontrano desideri e speranze con dolori e naufragi”, la questione dell’autostima che ognuno di noi ha vivendo in questa di “società dell’immagine” e che porta un numero considerevoli di adolescenti ad adottare un regime alimentare restrittivo non solo come pratica per perdere peso, ma “per esorcizzare la paura incontrollata di diventare grassi” e di non corrispondere ai canoni della bellezza e dell’estetica dominanti.

Ostentando, non orgogliosamente, ma con realismo e senza tentare ridicolmente di nascondermi dietro ad un dito, la mia rotonda pancetta da gourmet, maturata in anni di degustazioni multiple, di piccole crapule alimentari, di godereccio abbandono ai piaceri della gola, di strappi alla regola, cercherò di contribuire ad esorcizzare quello spettro della “insoddisfazione dell’immagine corporea”, della “non accettazione di sé” che può dar vita a disturbi di tipo percettivo e ad ossessioni dell’immagine corporea, nonché a psicopatologie giovanili.
Questo senza “filosofeggiare”, ma raccontando, in maniera volutamente autoironica, il mio personale itinerario di educazione del gusto. In altre parole la mia storia di persona che mentre a vent’anni era ancora afflitta da innumerevoli fisime alimentari (erano più i piatti che avevo in gran dispitto e rifiutavo di quelli che gradivo e accettavo di mangiare), oggi si ritrova non solo a mangiare e bere praticamente di tutto, ma a farlo professionalmente, con enorme gusto, curiosità, disponibilità, traendo piacere dal cibo e, permettetemi la tautologia, dal piacere di raccontarlo, di testimoniarlo sotto forma di articoli.

Da semi astemio a giornalista enogastronomico

Dalla semi-astemia (a 18 anni durante un giro in bicicletta in Borgogna, una delle grandi patrie enoiche, riuscii a non bere nemmeno un bicchiere di vino in una settimana !), e dalla magrezza dovuta ad una dieta dissociata, ovvero non bilanciata e non corroborata da tutte quelle sostanze che ad un giovane in crescita non dovrebbero mancare, al vino (e alla cucina) come centri d’interesse privilegiato della mia esistenza, come materia che mi occupa – e ha fatto decisamente salire il mio peso e la taglia dei miei pantaloni – da mattino a sera, tramutandomi da bibliotecario e giornalista che si occupava di cultura e di libri in quella strana figura di giornalista e operatore dell’informazione che è il giornalista enogastronomico, o come dicono nel mondo anglosassone, food and wine writer.

Per il resto, trovandomi coinvolto in questa simpatica “avventura”, vedrò di trarre profitto e di ricavare utili elementi di riflessione dalle relazioni dedicati alle “mode giovanili”, a “Stili di vita e di consumo, la sottile linea di confine tra esasperata ricerca del piacere e disperato fallimento: l’emergere del disturbo psicopatologico”, al “bello, l’eleganza e l’immagine fisica nella moda”, a “Forma fisica, alimentazione, uso e abuso di prodotti da banco, integratori, farmaci e patologie correlate“ e “La psicopatologia dell’immagine corporea”, che si susseguiranno, inframezzati da altri interventi, dibattiti, discussioni, sino alle 18.30, mettendo a dura prova l’attenzione e la concentrazione e la capacità di recepire le parti salienti in un discorso dei partecipanti.

L’educazione e la formazione del gusto: questione di cultura

L’auspicio è che oltre a costituire una utile iniziativa di formazione rivolta “agli operatori impegnati nella prevenzione e cura dei disturbi del comportamento alimentare e nelle aree dei Servizi che si rivolgono ai giovani: medici, psichiatri, psicologi, infermieri, educatori, dietisti, assistenti sociali, terapisti della riabilitazione”, questo convegno, e anche la mia testimonianza, possano consentire ad un vasto numero di adolescenti, che spero siano presenti, di guardare al cibo (e ad un consumo moderato di vino) con occhi diversi.

Non dico con la mia vera e propria acquolina in bocca, che è quasi una forma di libido e rende ancora questo mio strano lavoro (che non si riduce al solo scrivere, ma trova indispensabile alimento, per farlo, dalle continue esperienze d’assaggio, dalle occasioni conviviali, da un rapporto quasi fisico, che è ludico e gioioso, con i vini e i cibi e con l’arte sopraffina che vignaioli, artigiani alimentari e cuochi esprimono nel crearli) divertente e curioso, sempre nuovo, ma con un rapporto maturo, da pari a pari.
Un rapporto che non veda mai nel cibo (e quando dico cibo dico anche vino, trattandosi per me di un binomio indissolubile) un nemico, qualcosa da evitare, di cui diffidare, ma, oltre che un alimento indispensabile per vivere e crescere, un’occasione di conoscenza, una manifestazione culturale, un insieme di saperi e sapori, l’espressione di tradizioni, manualità, capacità di trasformazione, intelligenze.

Non ho certo la presunzione beota di voler insegnare alcunché a dei professionisti, a degli esperti, a delle persone che vivono quotidianamente, “in trincea”, in lotta con i disturbi e le distorsioni del comportamento alimentare, con quella forma di disagio giovanile (e non) che si traduce nel rifiuto del cibo, ma sono persuaso, questo è il mio modesto punto di vista, che costruire un rapporto giusto, reale, onesto, virtuoso, con il cibo sia soprattutto una questione di cultura, e in questo senso la scuola, oltre che la famiglia, possono e devono svolgere un ruolo fondamentale di educazione e formazione.

Fornire tutti gli strumenti utili perché il cibo non venga mai avvertito come ostile, come lontano dall’uomo, dalla nostra cultura, ma nemmeno solo come un anonimo combustibile cui si fa ricorso solo perché altrimenti il nostro motore non parte, penso possa rientrare nelle competenze e nelle funzioni della scuola italiana di oggi e di tutte le realtà che si occupano della formazione degli adolescenti.

Una volta vinta questa sfida, e persuasi i giovani che c’è vita (e soprattutto gusto) oltre il fast food e le merendine, che essere magre stinche sino quasi a sfiorare l’anoressia non ha senso, che si può essere ragazze equilibrate e felici anche senza essere top model o veline o partecipanti di insulsi reality show e che farsi insegnare da mamme e nonne a cucinare e cultivare l’arte dei fornelli non è retrò, ma segno d’intelligenza, tutto il resto verrà di conseguenza.

Il gusto, ne sono persuaso, e la mia esperienza personale lo dimostra, cresce, si evolve e si può educare. Convincere i giovani ad essere aperti, a non negarsi la curiosità di provare quali sensazioni, olfattive, tattili, gustative, un determinato alimento, un cibo, un, una rara materia prima, ma anche un piatto quotidiano, possano evocare, abituarli a non inghiottire masticando velocemente e distrattamente, ma a gustare la tessitura di una carne, la morbidezza o la struttura tannica di un vino rosso, la rugosità di una pasta fatta in casa, la sapidità e la bilanciata vena acida di un vino bianco, il profumo e la salinità di un mollusco, (potrei continuare), e formarsi in tal modo un proprio gusto e una personal way to food (and wine of course !), vuol dire anche aiutarli a vivere meglio, a mordere e assaporare con più convinzione il gusto della vita. Che ha molti sapori, sfumature, colori, aromi tutti da cogliere, basta volerlo…

Per informazioni sul convegno: segreteria organizzativa tel. 0522 335125 – 0522 335290 mail
sito Internet

Per raggiungere la sede del convegno in auto, uscita autostrada Reggio Emilia, seguire le indicazioni per il centro, giunti ai viali della circonvallazione subito dopo il sottopasso della Ferrovia girare a destra, la prima traversa a sinistra è via Nobili, dove ha sede l’Hotel Mercure Astoria.

 



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