Ma che razza di “diritto” del malato è mai questo ? Amare riflessioni su una vicenda personale

L’ho già scritto chiaramente: nonostante il titolo esplicitamente enoico di Vino al Vino questo non sarà un blog esclusivamente vinoso, dedicato a Bacco e dintorni, ma ogni tanto, quando ne avvertirò l’esigenza, dirò la mia anche su altri temi che non con il vino, ma con la vita di tutti i giorni ed i suoi problemi hanno a che fare.

Quest’anno ho avuto modo, causa seri problemi di salute avuti da mia madre, 76 anni, di avere spesso a che fare con la classe medica, arrivando a delle conclusioni che, per carità, vi risparmio ma che condenserei in una semplice, lapalissiana, osservazione: molto meglio stare bene e dai medici in genere e dagli ospedali cercare di stare alla larga.

Diagnosi sbagliate, sintomi chiari presi alla leggera, valutazioni a spanne si sono ripetute, ma la cosa che mi ha più indignato, ieri, e indotto a chiedermi “ma che razza di idea del diritto del malato alberga oggi nella classe medica italiana ?” mi è accaduta ieri.

Reduce da un piccolo intervento alla vescica, avvenuto à la volée dopo un ricovero d’urgenza avvenuto solo dopo reiterate insistenze con il medico, “di fiducia”, che avrebbe preferito continuare con esami e trattamenti a base di antibiotici, mia madre ieri è stata dimessa dal reparto di Urologia dell’ospedale dove si trovava da alcuni giorni.

Intervento semplice e ben riuscito, hanno detto i medici con cui abbiamo parlato, e solo per sicurezza si è deciso di prelevare una porzione di tessuto dalla vescica per fare un esame istologico i cui risultati si conosceranno tra una settimana.

Parlando con i medici, nessuno ci ha fatto pensare che dietro questa decisione si celassero altre motivazioni che non fossero un mero controllo di routine, finché ieri mattina, confermando a mia madre la decisione di dimetterla nel primo pomeriggio, lo staff medico, formato dal primario che l’aveva operata e dai suoi assistenti, uno dei quali, gentilissimo, è stato il nostro contatto, ha pensato di comunicare, direttamente a mia madre, come se non esistesse un figlio con cui parlare, la “bella novità”.

Con parole spicce, senza perifrasi, senza nascondersi dietro ad un dito, perché "il malato ha il diritto di sapere”, mia madre si è sentita comunicare, quando al responso dell’esame istologico mancava ancora una settimana, e quindi quando non esistevano sostanziali novità rispetto a quello che si sapeva, o che era stato comunicato a me e a mia moglie, che in sostanza le era stata riscontrata una forma di neoplasia.

Anche i bambini, vivendo nell’epoca in cui in ogni famiglia abbiamo sperimentato con dolore come il cancro sia il male del secolo scorso e di quello attuale, e come di cancro muoiano padri, nonni, suoceri, sanno benissimo che neoplasma sia sinonimo di tumore e quindi anche mia madre, sentendosi rivolgere queste parole, anche se temperate dalle consuete assicurazioni, “abbiamo cercato di pulire al meglio la vescica, non è detto che si tratti di qualcosa di cui preoccuparsi seriamente, ci sono possibilità e margini per curarsi e per guarire” e altre banalità del medichese, ha capito, senza possibilità di equivoco, anche perché il luminare è stato chiarissimo, di dover lottare, da ora in poi, con il “brutto male”.

Sono persuaso, come mi ha detto l’assistente del primario, quando gli ho fatto presente che secondo me avevano sbagliato, che potevano prima parlare con me, invece di allarmare e spaventare mia madre, che il malato abbia diritto di sapere, che non gli debba essere taciuta la verità. Ma, accidentaccio, visto che al responso fatidico dell’esame istologico mancava ancora una settimana, quale assurda esigenza c’era, nel dimettere mia madre, di prospettarle a freddo e senza mai nominare la parola tumore, che di un ipotetico cancro si trattava ?

Sono abituato a pensare, da ingenuo quale sono, che i medici debbano avere a cuore la salute ed il benessere del malato, e debbano cercare di metterlo in condizione di stare bene, di sentirsi tranquillo, seguito, curato, ma a quale assurda, strampalata, incomprensibile concezione del far “star bene” il paziente corrisponderà mai, all’atto della dimissione dall’ospedale, dire ad una persona anziana e quindi fragile, psicologicamente bisognosa di attenzioni, “guarda che forse hai un tumore e che probabilmente dovrai essere ancora operata e fare delle cure” ?

Volendo proprio dire le cose come probabilmente stanno (ma di cui saremo sicuri solo ad esame istologico ultimato), non si poteva pensare di risparmiare a mia madre questa crudeltà, questa somma di preoccupazioni che sta minando la sua serenità e lo farà sino al “verdetto”, e di parlare a me invece che a lei ?

Il malato ha sicuramente diritto di sapere, ma la preoccupazione di non sottoporlo inutilmente a sofferenze morali e psicologiche, di non farlo soffrire, non dovrebbe, secondo la legge di Ippocrate e quella di noi comuni mortali che medici non siamo, avere la precedenza e guidare i comportamenti della classe medica ?

0 pensieri su “Ma che razza di “diritto” del malato è mai questo ? Amare riflessioni su una vicenda personale

  1. Condivido anche le virgole del post che hai scritto… Spero che l’esito dell’esame sia negativo e che tua mamma si possa riprendere in fretta, adesso è la cosa più importante.

  2. Auguri di pronta guarigione e di serena ripresa per tua mamma. Qualsiasi esito dia l’esame non fasciatevi la testa, anche dai mali peggiori si puo’ guarire, mia sorella aveva un carcinoma tra i peggiori ma dopo 5 operazioni ora vive normale da piu’ di 10 anni. E’ la paura del male, sono i luoghi comuni che si raccontano su quel male la vera causa di molte mancate guarigioni. Se tua mamma ha un po’ del tuo carattere, com’e’ lecito pensare perche’ ti ha partorito, vedrai che superera’ anche questa difficile prova. E abbracciala anche da parte mia. Non la conosco, ma conosco te e capira’ senz’altro.

  3. Caro Franco, purtroppo qs “licenza” i nostri medici l’hanno presa “pari pari” dagli americani, dove da molti anni ormai usa informare il paziente di ogni piccola variazione,sia positiva che negativa,in atto..Disposizioni ministeriali, rispondono.
    Io con la nonna lo scorso anno ho avuto , diciamo, più fortuna, perchè i dottori, dopo aver letto il referto dell’esame istologico, hanno detto a noi nipoti e figlie, per prime, di cosa era ammalata .E solo noi abbiamo deciso, alla fine d’accordo con i medici, di non informarla… le cose sono andate male, ma almeno ci ha avuto vicino serenamente!
    Questo per dirti che non sempre i medici sono BRUTALI e SCHIETTI, come quelli che hai trovato tu a Bergamo… e alcuni hanno ancora a cuore i sentimenti del malato, e non lo trattano come un numero, ma come una persona.
    Ti capisco, e fai bene ad esserti arrabbiato.Ricorda che la tua mamma, più che mai avrà bisogno di te , ma vorrà vederti sempre sereno…
    Un abbraccio a lei e a te.
    Sandra

  4. Riporto il testo del giuramento (moderno) di Ippocrate che tutti i medici hanno fatto, anche mia moglie, ed a cui devono costantemente fare riferimento.

    GIURO:
    di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente; di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana, contro i quali, nel rispetto della vita e della persona non utilizzerò mai le mie conoscenze; di prestare la mia opera con diligenza, perizia e prudenza secondo scienza e coscienza ed osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione; di affidare la mia reputazione esclusivamente alle mie capacità professionali ed alle mie doti morali; di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il prestigio e la dignità della professione; di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica; di prestare assistenza d’urgenza a qualsiasi infermo che ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’Autorità competente; di rispettare e facilitare in ogni caso il diritto del malato alla libera scelta del suo medico tenuto conto che il rapporto tra medico e paziente è fondato sulla fiducia e in ogni caso sul reciproco rispetto; di osservare il segreto su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato.

    Eventualmente ce ne fosse bisogno, caro Franco, stampatelo e riproponilo ai medici che curano tua mamma. Chissamai che qualcuno di loro non abbia ogni tanto bisogno di ricordarsene.

  5. “Sì, dovrebbe”, rispondo alla domanda finale del suo articolo, ma la sensibilità, così come non è una caratteristica comune a tutti gli uomini, non può nemmeno essere, di conseguenza, un carattere distintivo della classe medica (che da uomini si suppone sia composta) benché, si badi bene, sarebbe necessario che lo fosse. Anche se può sembrare che questo ragionamento abbia le vesti della fredda logica, credo sia necessario tener presente che il possedere o meno la dote della sensibilità non faccia da spartiacque tra la scelta di diventare/non diventare medico, nel senso che non è affatto detto che se uno è medico è anche sensibile, né tantomeno che per diventare medici si debba essere sensibili. Però è anche giusto ricordare che non sono tutti così… Benché immagino che questo non possa esserle di grande consolazione, è comunque una realtà tanto quanto l’altra che ha purtroppo di recente sperimentato, e che tuttavia spero di cuore le possa d’ora in avanti essere risparmiata. Vorrei, visto che si avvicinano le feste natalizie, che questo fosse per lei, per sua madre e per tutta la sua famiglia un momento felice, con la speranza che tutto si sia risolto per il meglio. I miei più affettuosi auguri.

  6. Carissimo,
    sto purtroppo vivendo giorni terribili in quanto hanno appena operato mia cugina per una neoplasia vescicale (purtroppo quasi accertata nonostante manchino 10 giorni all’esito dell’esame istologico): nel mio caso i medici sono stati molto gentili non rivelando a mia cugina la verità ma cominciando a seminare qualche parola tipo “un brutto polipo” ecc. che – nel caso peggiore – potrà prepararla a giustificare ed eventualmente affrontare cure o ulteriori interventi.
    Anni addietro, invece, ho dovuto vivere con mia mamma tutta la via crucis di un tumore allo stomaco/intestino con metastasi ecc., il tutto tacendo a mia mamma la verità (ovviamente ad un certo punto recepita senza però che se ne parlasse chiaramente): devo dirti che è stata un’esperienza devastante per me – figlia – in quanto mi sono totalmente addossata la verità e le scelte, ed ancora oggi mi tormento al pensiero che magari, se mia mamma avesse saputo fino in fondo, avrebbe affrontato diveramente la malattia, facendo cose che avrebbe voluto fare e che non ha più avuto il tempo di fare, o magari sarebbe andata da un santone indiano per cercare un aiuto non ortodosso ma a cui poteva avere il diritto di accedere …
    mi auguro che la tua mamma abbia superato ormai tutto e che – anche se venisse diagnosticato un tumore – lo stesso sia ormai già asportato totalmente …
    ma proprio per la mia personale esperienza ti consiglio di non tenere la mamma all’oscuro della malattia, dicendole la verità ovviamente nei tempi dovuti e con le cautele necessarie …
    io sono mamma di una figlia di 36 anni e ti garantisco che vorrei sapere se qualcosa dovesse capitare a me …

    un caro abbraccio e mille auguri per la mamma

    Gabriella

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