Ma i Super Tuscan non faranno mai vincere lo scudetto del vino toscano!

A completamento delle mie recenti osservazioni sul declino dei cosiddetti Super Tuscan ho il piacere di registrare e di pubblicare un interessantissimo, acuto commento di un addetto ai lavori, il bravo Francesco Sorelli, che si occupa di comunicazione e pubbliche relazioni all’interno del Consorzio del Chianti Classico, una realtà quindi interessata e toccata dal fenomeno Super Tuscan.

Come ideale corollario mi piace sottolineare il titolo con il quale nell’uscita del 21 ottobre la news letter della società statunitense Vinfolio di San Francisco, che propone l’acquisto di vini on line, parla del Brunello di Montalcino: “Brunello di Montalcino: Tuscany’s Original Superstar”.
Scrive Vinfolio: Il Sangiovese alla sua massima essenza: una combinazione di clima, suolo e disciplinate tecniche di vinificazione trasformano questo vino varietale toscano in un vino ricco, potente e seducente. Un grande potenziale d’invecchiamento e un prezzo giustificato sino all’ultimo centesimo”.
Questo a proposito del Brunello di Montalcino, ma di quanti Super Tuscan, ad eccezione di grandi Sangiovese in purezza come Fontalloro, Percarlo, Flaccianello della Pieve, Pergole Torte, Cepparello, e di qualche raro vino di Bolgheri si può dire altrettanto ? 

“Franco, i tuoi pezzi sono sempre stimolanti. Che ne penso? Mah, non è facile sintetizzare una risposta. Un primo dato certo è che il termine supertuscan ormai non significa più niente. Me ne rendo conto ogni volta che provo a spiegarne la definizione ad amici non molto dentro il nostro settore. Mi trovo ad arrovellare sofismi in negazione (non sono vini a denominazione, non sono vini caratterizzati da una particolare uva, non sono vini di una determinata zona) e le poche caratteristiche comuni di fatto non ne riscattano l’immagine (sono vini generalmente costosi, con dei nomi che si scimmiottano, sempre o quasi con una lunga maturazione in legno, spesso vinificati con uve bordolesi sulle orme, calpestate e ricalpestate ormai, dei primi illuminati innovatori della fine anni ’70).

Da neofita ho vissuto solo la fase finale del fenomeno, in cui quasi tutte le aziende del Consorzio avevano posizionato nel loro portfolio, all’apice, un – ello o un – oio o un -aia qualsiasi, ma per molte di loro la vendita di questi vini si stava complicando enormemente. Non mi so spiegare esattamente cosa sia successo. I primi supertuscan nacquero "naturalmente", a quanto ho capito, nel senso che se si voleva fare qualità, vini longevi, provare a introdurre novità, occorreva uscire dalla gabbia della denominazione, anchilosata in codicilli ottusi e frenata dall’immagine del fiasco. In quegli anni il vino cominciava a correre, e il sistema delle denominazioni (peraltro da poco varato) già risultava inadeguato alla anarchica spontaneità di certi vini.

Sorsero quindi sangiovese in purezza, tagli bordolesi, vini dalla maremma, dal livornese. I primi supertuscan insomma.Quei vini in quegli anni avevano un perché. Perché il vino tirava. Si spendeva volentieri qualcosa in più. Perché i vini a denominazione erano debolucci. E spesso, semplicemente, erano buoni, o più buoni dei cugini a doc. E i vari Pergole Torte, Tignanello, Sassicaia avevano intuito le potenzialità di portare una piccola rivoluzione nell’approccio al vino: qualità, costi quel che costi. Vino non più prodotto alimentare ma bene edonistico. Chiacchierando con chi aveva avuto l’onore di assaggiarne le prime annate, l’impatto era quello di una rottura drastica, di una vinificazione che finalmente traslava diritto verso la qualità e se ne fregava dei numeri. Qualche recensione che conta, americani e tedeschi entusiasti, vini comunque buoni, e il fenomeno aveva avuto inizio.

Oggi, credo, sono cambiate le cose che stanno dietro ai supertuscan, non tanto i supertuscan. I sostrati, per dirla meglio. Le condizioni che ne avevano decretato il successo non ci sono più. Nel male, visto che la moda è indubbiamente cambiata e la brutta crisi economica da cui a fatica stiamo uscendo ha ridimensionato tutto, ma anche nel bene, visto che finalmente anche i vini a denominazione stanno guadagnando consensi, e la qualità media di certe DOC(G) sta aumentando, e si comincia a bere bene a cifre modeste.

E in un mondo vinicolo in ui ormai ovunque si fa qualità (inutile negarlo) la vera differenza la fa chi riesce ad imporre nel proprio vino un’identità, una diversità dalla media. Ai miei amici, sempre quelli che non riescono a capire cosa sia  un supertuscan, interessa capire il Sangiovese. Il Sangiovese del Chianti. Etichettato come Chianti Classico o IGT Toscana poco conta. Vogliono capire l’anima della zona. Forse per questo, ad eccezione delle grandi corone, fra i supertuscan sopravvivono soprattutto i grandi Sangiovese.

L’auspicio consortile, in fondo, é proprio questo: tutti i grandi Sangiovese nella denominazione, un giorno e ad ogni zona le sue peculiarità. Ma questo é un tema istituzionale e me ne tiro subito fuori, perché poi si finisce per scontrarsi, pirandellianamente, con tante verità e tante ragioni.

Concedimi come chiusa una metafora calcistica, da grande tifoso viola quale sono: io credo che i supertuscan continueranno ancora a giocare nella grande squadra dei vini toscani, come atleti squisiti e presuntuosi, dal tocco vellutato e acclamati dai fan, ma, in fondo, saranno sempre meno decisivi. Bei giocatori, per carità, ma alla fine gli scudetti li faranno vincere quei tanti gregari di centrocampo coi piedi un po’ più educati di una volta e tanto più legati alla maglia. Francesco Sorelli”.

p.s. Roberto Giuliani su Esalazioni etiliche sostiene invece che i Super Tuscan piacerebbero molto meno ma solo per questioni economiche, perché sono troppo costosi e c’è molto denaro da spendere per i vini… Mah !

0 pensieri su “Ma i Super Tuscan non faranno mai vincere lo scudetto del vino toscano!

  1. Un bellissimo articolo, equilibrato e fattuale, di cui condivido pienamente la chiusa calcistica, a parte il colore del cuore.
    Da ovazione il concetto che vedo emergere di “vino DEL Chianti”, finalmente si comincia a parlare del Chianti-territorio, e non solo del Chianti-prodotto; e ci si rende conto che anche con i consumatori internazionali, forse soprattutto con loro, l’unica salvezza del secondo sta in un legame netto e cristallino con il primo.
    E poi soprattutto: che dire delle bellissime cose che le parole di Francesco Sorelli lasciano sperare, quando allude all’auspicio consortile? Salutati a gloria quell'”in fondo” e quell'”un giorno”! Ma capisco il suo volersi tirare fuori subito da questo tema, da lui definito “istituzionale”, e su cui chissa’ quanto ci sara’ da scontrarsi, e vivaddio, anche se le verita’, lungi certo dall’essere una sola, tuttavia su alcune cose non credo siano poi tante.
    Speriamo che si crei presto l’occasione di poter affrontare, anche pubblicamente, questo vero e proprio “ultimo muro” che resta da abbattere, la questione chiantigiana. Questione che, magari esagerando un po’, mi pare di vedere come metafora del destino dell’immagine dell’intera regione, e in un certo senso del paese, di fronte agli scenari ben poco rassicuranti che il mercato globale lascia intravedere per domani.

  2. Caro Franco,
    ovviamente quella che ho riportato è l’impressione di sala, non la mia opinione. Sarà che a queste serate ci sono stato spesso in passato e ora ci vado sempre più a fatica, ma la sensazione era di grande compiacimento da parte dei numerosi presenti. Non ho visto un solo volto perplesso, bensì ancora gente esaltarsi di fronte al Futuro o altri vini che sinceramente non capisco più.
    E non mi stupisco se, a parte il Fontalloro, non fossero presenti Cepparello, Pergole Torte, Flaccianello della Pieve e Percarlo frai i sangiovese in purezza, ma neanche il capostipite Sassicaia. Un otivo ci sarà pure no?

  3. Franco, ho letto l’articolo della rubrica Affari Italiani, che segnali. A parte il concetto di fondo dell’obsolescenza del concetto dietro la denominazione S (aderisco all’appello dell’autore), che mi sento di condividere, vorrei fare un rilievo a proposito della sua chiusa (anzi due: l’ultima considerazione sulla necessita’ di far rifluire le rivoluzioni non la condivido affatto, se le rivoluzioni sono vere ovvio), cioe’ la’ dove dice “Oggi che, dopo tanti seri sforzi fatti per riabilitare l’immagine del Chianti Classico, in qualche stentoreo modo ci siamo riusciti, ha ancora senso il voler prendere le distanze dalla produzione classica?”. E’ un punto importante che si ricollega all'”auspicio consortile” di cui parla Sorelli, da vedere alla luce del “sogno e dell’invito” di Pallanti nella chiusa dell’editoriale dell’ultimo numero online di Chianti Classico Magazine (http://www.chianticlassico.com/magazine/200610/articolo0.asp).
    Il mio rilievo e’ che a quanto mi e’ dato di sentire, se per “produzione classica” si intende quella sotto la fascetta DOCG Chianti Classico e relativo gallo, molti avrebbero da eccepire sulla “classicita’” di parte non irrilevante di essa. Alcuni non se la sentono di ridurre le distanze da quella produzione semplicemente perche’ non ritengono che l’ingessamento dato dalla DOCG valga la pena di trovarsi accanto a vini non sentiti molto affini.
    Io chiaramente rappresento a mala pena me stesso, per citare una grande battuta di Moretti, ma posso dire da nano-produttore dell’area chiantigiana quale sia la mia situazione oggettiva e il mio orientamento: al momento dall’albo DOCG sono fuori quindi ho poco da scegliere. Ma se anche per caso vi entrassi, e quindi avessi la possibilita’ di etichettare come Chianti Classico il mio vino, per farlo mi riserverei di attendere il giorno in cui solo i vini del Chianti potranno usare questo nome. C’e’ chi ne fa una questione di stile enologico, io ne faccio una questione di impostura e di diritto all’identita’ territoriale (sorella gemella dell’autodeterminazione dei popoli).

  4. Un buongiorno a Filippo (al quale rispondo volentieri) e a tutti gli altri lettori del blog.

    Come ho detto ieri a Franco, il mio intervento su Affari Italiani è senz’altro limitato dalla mia poca esperienza da scrittore (nonché dalle 3000 battute concessemi). Approfondisco un pò.

    Mi capita spesso per lavoro di andare in giro per cantine in Italia con giornalisti della stampa estera, in qualità di guida e di traduttore. Molto sovente, durante una degustazione (ad esempio) di ottimi Chianti Classici (che lo sono di nome e di fatto), qualche giornalista se ne esce infelicemente dicendo “Do you actually make a Supertuscan too?”. Io mi trattengo dal dare al giornalista la bottiglia fra capo e collo (in fondo non è compito del traduttore…) ma ancora aspetto il produttore (uno prima o poi ci sarà sperò!) che gli dica: “Why? Isn’t the wine you had so far “Super” enough for you?”. Chiaramente dev’essere uno di quelli che ha dei Chianti Classici che azzittirebbero chiunque (e ce ne sono), non uno di quelli che fa un Chianti Barossa Valley. Poi magari mi piacerebbe che il produttore chiedesse al giornalista cosa intende lui per “S”, e sono sicuro che il giornalista a quel punto sarebbe nel pallone più totale.
    Invece anche i più bravi (capaci) produttori stanno al gioco, magari malvolentieri ma ci stanno. “Yes, the following wine is my “S”.”
    Ma porco cane, la vogliamo finire di dare a intendere all’estero (ma anche in Italia) che il Supertuscan è l’asso nella manica della cantina? Vorrei che i produttori puntassero di più (in termini di fiducia nel vino, non necessariamente di qualità) sulla produzione tradizionale e considerassero i loro “S” (se proprio vogliono/devono continuare a farli) come quel di più, quella nota di colore (sempre molte stelle e molte strice in questi colori a mio modo di vedere…) alla loro gamma.

    Sulla questione “classicità” che tu Filippo sollevavi, sono assolutamente d’accordo: sicuramente se avessi usato la parola “tradizionale” in quella frase, sarebbe stato molto meglio. Comunque avevo già affrontato la questione “Chianti (per niente) Classico” in un articolo precedente, nel quale dicevo che sebbene la qualità media sia migliorata di molto, oggi la parola Chianti purtroppo ancora non evoca uno stile univoco, ma una vasta gamma di stili, a volte in antitesi tra loro. E questo è un gran peccato per un vino con secoli di storia alle spalle.

    Ma il discorso può essere applicato anche a Brunello, Barolo, Barbaresco, Amarone, Sagrantino, Aglianico del Vulture…E con questo? Mal comune mezzo gaudio?
    Manco per niente, vediamo di darci una sveglia tutti, produttori e comunicatori: sono appena tornato da una degustazione di quattro giorni negli Stati Uniti, dove ho degustato a fianco di professionisti di tutto il mondo. Diverse batterie di diversi vini: arriva (casualmente) quella di Dolcetto. Ci credereste che i degustatori americani nel mio panel penalizzavano quelli meno “dolcettosi” e più internazionali? Non ci credevo nemmeno io, ma ne sono stato felice. C’è voglia di tipicità, c’è voglia di schiettezza (e di equilibrio) nei vini e c’è voglia di “sentire” l’intervento della cantina sempre meno. Anche in America (!).

    Franco grazie per lo spazio e Filippo grazie per l’intervento,

    A presto.

  5. Ieri sera ho giustappunto partecipato a una serata tra amici nella quale sono stati stappati alcuni di questi “fenomeni”, conservati dai rispettivi proprietari come si conserva una reliquia preziosa. I risultati sono stati oltremodo deludenti, come volevasi dimostrare: vini che non reggono all’invecchiamento, vini senza arte nè parte, senza un filo logico, senza un’anima, senza espressività. Personalmente cerco sempre di evitarli ai banchi d’assaggio, e quando mi lascio attirare per verificare se le cose sono cambiate, beh, non posso che constatare come le cose non sono affatto cambiate. Sono vini fuori dal tempo, ormai, senza una logica che ne giustifichi ulteriormente l’esistenza. E alcuni di loro non solo sono inespressivi, ma sono pure proprio cattivi…

  6. ma non è forse un problema di quantitativi di bottiglie prodotte dalle aziende. come si può continuare a pensare di far pagare 40 o 60€ franco cantina un vino prodotto in trecento o coinquecentomila esemplari. i supertuscans sarebbero dovuti essere fiori all’occhiello, vini per pochi e invece sono diventati fenomeno di massa e sono andati dietro alle richieste di mercato. il problema è che oggi si produce solo per vendere e non per passione e per esprimere un territorio. questo è il vero problema e il consumatore se ne sta accorgendo.

  7. Cari amici.. ho 26 anni e sono di Firenze..lavoro nel fantastico mondo del vino da quindici anni..niente a paragone con il vostro bagaglio per dirvi umilmente che a mio parere tutte le vostre espressioni di parola si eguagliano.Intendo dire che i commenti
    relativi al mondo del vino che cambia, che si trasforma a seconda delle richieste di mercato, sono alquanto simili quanto ovvi..il fatto di liberarsi dai vincoli legislativi per produrre un vino di pregio è sublime.Allo stesso tempo siamo stati noi stessi però a togliere quella tipicità al prodotto di nicchia che i veri intenditori mondiali apprezzavano e adesso snobbano..tanto che gente come gli australiani hanno avuto la presunzione di copiare i nostri brevetti vinicoli con risultato ridicolo..apologyze to all of
    you ozzy fellas!!My wife is Australian…
    Un ringraziamento al Sig.Ziliani

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