Salvino 2004: un “Chianti classico” proprio come quelli di una volta !

Ma chi ha detto che i blog e le discussioni tramite blog non servono a nulla ? Ad esempio, in questo caso, oltre a consentirmi di conoscere una persona per bene, mi hanno fatto scoprire l’esistenza di un vino e di una piccola azienda agricola di cui non sapevo nulla e di cui eccomi a parlarvi.
Andiamo per gradi. In questi ultimi tempi il nome di Filippo Cintolesi l’avevo incontrato diverse volte leggendo suoi commenti, sempre pertinenti, mai banali, spesso acuti su vari blog e solo ultimamente dai commenti incrociati eravamo passati allo scambio di mail.
Avevo così scoperto che Filippo, quarantadue anni, toscano, pardon, chiantigiano, vive e lavora (è una persona seria, un ricercatore, un fisico) nientemeno che ad Oxford e che la sua famiglia era proprietaria di un podere nel Chianti, in comune di Gaiole in Chianti, fra Gaiole e Radda, o fra Vertine e San Donato in Perano, volendo andare più in dettaglio.
Scrivendoci abbiamo così scoperto che la scorsa settimana ci saremmo trovati a nemmeno due ore di distanza, lui impegnato con la vendemmia nel  suo Podere Erbolo (questo il nome dell’azienda agricola) io impegnato a seguire I Sapori del Casentino a Pratovecchio. Detto fatto, abbiamo deciso di incontrarci.
Ho così scoperto una persona di grande simpatia, schietta, diretta, senza tanti fronzoli, tanta sostanza, tante idee e niente fumo, un tipo con cui stare bene insieme che mi ha raccontato la sua storia, che ora vi riferisco. “Podere Erbolo – mi ha detto – conta su undici ettari e mezzo, di cui erano terrazzati a promiscuo con gli olivi circa sei ettari. Nel 1967 mio padre (che nella vita si occupava di tutt’altro, era magistrato) iscrisse le viti all’albo della DOC appena costituita, e vennero riconosciuti 3 ettari e mezzo, probabilmente tenendo conto della superficie effettivamente occupata dalle viti.
Ho ancora quel documento, e se ne ricava che l’anno d’impianto di quelle viti era tra il 1938 e il 1942. Nel 1972 mio padre poi fece fare due piccole vigne specializzate, di un quarto d’ettaro una, di mezzo l’altra, con mi pare circa 1800 viti. Fu fatto, lo ricordo bene, l’innesto in campo con marze procurate dalle viti del podere e da altri poderi vicini (prima si usava fare così da quelle parti: una sorta di "comunismo" di base per cui tutti trebbiavano il grano di tutti, tutti vendemmiavano l’uva di tutti ecc..), quindi sono le vecchie viti clonate, sostanzialmente.
Dico questo perché sul finire degli anni settanta mio padre che delle prospettive del vino, e di quella zona, aveva avuto modo di farsi un’idea fra il 1966 e allora, decise di lasciare a se stessa tutta la parte del podere sulle terrazze, a parte quelle poche attorno alla casa, perché i dislivelli fra un punto e l’altro sono piuttosto rilevanti, e di far coltivare solo le due vigne specializzate e gli olivi delle terrazze più accessibili (i duecentocinquanta che attualmente producono sul totale originario di quasi ottocentocinquanta)”.

Filippo Cintolesi continua: "Nel 1984 per non grattarsi troppo il capo con la burocrazia, mio padre rinunciò a passare alla costituitasi Docg e quando io, due anni fa, mi sono immerso in questa storia, oltre a scoprire che le cose non sono più come negli anni Settanta, quando uno poteva piantare le viti che voleva dove voleva (avevo in animo di piantarle dappertutto, ne avevo calcolate circa 15 mila possibili…) scoprii anche che se non facevo la denuncia che mio padre manco sapeva che dal 1988 era diventato obbligatorio fare, pure quella piccola superficie era abusiva. Mi sono sperticato alla Provincia per far riconoscere il più possibile di quel promiscuo, le cui viti esistono ancora anche se ormai striscianti da decenni sotto i rovi e le ginestre e quel che ho ottenuto é un diritto per complessivi 1,8 ettari. Mi hanno cioé riconosciuto il numero di viti che c’erano, contando che era un promiscuo, cioé applicando un tot metri a vite, e 1,8 sono di specializzato equivalente".

Cosa fa ora Cintolesi e cosa intende fare, per il momento dividendosi tra Oxford e Gaiole ? "Quel che sto facendo, anzi per fare, ora é l’espianto e il reimpianto, formalmente. Vorrei però evitare, se ciò fosse possibile, di spiantare realmente le vecchie viti, vorrei cercare di recuperarle. E quelle degli specializzati infittirle, non sostituirle. Anzi, come prima cosa di identificarle tutte e mapparle con precisione. E fare tanti mini vigneti specializzati sulle terrazze. Piuttosto che tirare giù un sasso di quei muri, mi ci faccio seppellire sotto. Anzi, ce ne sono parecchi da restaurare e mi aspetta un lavoro sovrumano, anche perché intendo investirci quello che in inglese si chiama "sweat equity". Tutta questa pappardella per dire che in futuro la produzione si allargherà: il primo é che entrerò direttamente come coltivatore, il secondo sono gli impianti di nuove viti che farò a partire dal 2007. Spero di essere in grado di arrivare ad un centinaio di ettolitri entro tre o quattro anni".

Con questo racconto, con questa storia familiare, penso di avervi reso la misura del personaggio, la tenacia delle sue ambizioni, le sue idee chiare, ma ancora di più penso possano darlo il testo (microscopico, ma leggibile nella mia riproduzione) del suo vino, l’IGT Toscana Salvino 2004, redatto con un linguaggio delizioso, piacevolmente Toscana d’antan.
Filippo spiega così il senso di quel testo: "a parte la bipartizione vigna-cantina del sottofondo, era quello di parlare un linguaggio "parlato" appunto. E locale. Ci ho tenuto per esempio a chiamare il sistema di potatura/allevamento, noto come Guyot, con nome usato da chi le pota".
Un vero "poeta", insomma, che confessa di star imparando e dover imparare ancora mille cose in questo che si annuncia come il suo mestiere di domani (anche se la ricerca gli piace e la vita in UK, a Oxford, dove vive da sette anni circa, é a misura d’uomo) e ha ancora mille dubbi su come vendere, come crearsi una rete di clienti, come farsi conoscere.

Non so come farà, anche se Filippo é sveglio, ma poiché il suo vino, che sarebbe un "Chianti Classico" all’antica, ancora con una quota di uve bianche, anche se non può chiamarsi tale ed é "solo" una IGT Toscana, é sorprendentemente buono e funziona benissimo collaudato su un piatto classico della cucina toscana, come l’arista al forno con patate (io ho usato la splendida materia prima fornita dalla Macelleria Aldo Orlandi e figli di Pratovecchio in Casentino, allevatori di maiali e trasformatori – tel. 0575 583452), eccomi ad offrire il mio piccolo contributo per farlo conoscere, per dire che OK, il vino é giusto e mi garba molto.

La cosa migliore, per parlarvene, sarebbe farvelo provare e farvi raccontare la sua gensi da Filippo, ma poiché il wine writer (anche se wine blogger in questo caso) sono io, eccomi a descrivere, con il linguaggio un pò trito di noi scrittori del vino, il suo rosso rubino brillante, multiriflesso, di un colore giusto e vivo e allegro che é diventato raro ormai nel panorama triste dei Chianti nero melanzanosi, lutulenti ed impenetrabili, il suo naso fresco, intensamente varietale e deo gratias totalmente sangiovesizzante, che richiama la viola mammola, il gladiolo, l’iris e poi apre su una classica ciliegia nera succosa, su note di macchia mediterranea, mazzetto odoroso, ginepro, accenni di castagna e di mora di gelso, in un quadro generale di fragranza, freschezza, grande pulizia.

In bocca continua la sensazione di freschezza, con una struttura tannica agile ma presente e ben sostenuta, un frutto polputo e croccante, una bella vena minerale che percorre e innerva il palato, una bella sapidità, un ottimo equilibrio e una contagiosa piacevolezza di beva, facilitata anche da un’acidità di quelle giuste e vive, da una totale assenza di elementi di disturbo dati da qualsivoglia traccia di legno francioso, da una linearità d’espressione, da un gusto di vino schietto, di vino fatto per essere bevuto (e io ieri a casa l’ho bevuto eccome), com’é diventato raro, ahimé, trovare in quella terra magnifica che é il Chianti Classico.
Un vino bbono davvero, che solo un fisico trapiantato ad Oxford, con la sua beata incoscienza e la sua "verginità" circa i meccanismi che regolano le cose vinicole in tanta Toscana (e Italia) oggi poteva ancora, come un parsifaliano "puro folle" produrre. Se questo é il "Chianti" che desideravate da tempo e non trovavate, accomodatevi…

Podere Erbolo di Filippo Cintolesi
Gaiole in Chianti
E-mail 1 e-mail 2
tel. +44 1865 751080 (casa)
tel. +44 7747811147 (portatile)
In Italia 339 5455452 (lo usa però solo quando é in Italia)

0 pensieri su “Salvino 2004: un “Chianti classico” proprio come quelli di una volta !

  1. Anch’io ho provato il Salvino (attirata dall’etichetta) e confermo quanto detto sopra. E’ buono! Per noi italiani all’estero e’ stato come portare in tavola un po’ d’Italia: una vera festa!

  2. Caro Franco, sono affascinato da quanto scrivi a proposito del podere Erbolo e del suo produttore Filippo Cintolesi. Dovremmo avere la stessa età e mi dispiace non averlo ancora conosciuto o quanto meno incontrato dato che stiamo nello stesso comune di Gaiole in Chianti!
    Chissà che un giorno tra una sua trasferta da Oxford e un arrivo ad Erbolo non ci si possa conoscere degustando, assieme anche a te, un Salvino ed un Castello di Cacchiano?
    Intanto, muoio dalla curiosità di capire dove in loco lo si possa acquistare, magari su Gaiole, così mi preparo al duro confronto. Come tu ben sai, anch’io mi ritengo un purista, e mi fa estremamente piacere non essere considerato una mosca bianca!!!
    Grazie per l’opportunità che mi dai, fammi sapere e a presto
    giovanni (ricasoli-firidolfi)
    0039 0577 747018 tel.
    0039 0577 747157 fax.

  3. Sono d’accordo con quasi tutto di questo bell’articolo.
    L’unico punto in cui mi permetto di fare un commento
    discordante e’ che il vino Salvino secondo me sa e
    odora di vino, di vino toscano rosso e buono. Io, per fortuna, la viola mammola, il gladiolo, l’iris e la ciliegia nera succosa, la macchia mediterranea, il mazzetto odoroso, il ginepro, gli accenni di castagna e di mora di gelso non li ho sentiti.

    Complimenti a Filippo e anche a Franco per il bel sito.

    Enrico Ferrari

  4. Ciao Fabrizio,
    io e Daniel abbiamo letto la recensione a al tuo vino e a te e mi pare fantastica!
    Allora, visto che come sai anche noi siamo a Oxford, ti chiediamo di farci assaggiare al piu’ presto questa meraviglia di vino!
    Claudia
    Daniel

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