Toscana tra passato e futuro, due degustazioni di A.I.S. Bibenda: do you remember Super Tuscan ?

Banchi d’assaggio nel segno di due opposti atteggiamenti e significati quelli proposti, nel giro di pochi giorni, da A.I.S. Roma Bibenda, nella scenografica sede dell’Hotel Parco dei Principi di via Frescobaldi.

Da un lato, venerdì 20 ottobre, dalle 16 alle 21.30 (con l’intermezzo, dalle 17 alle 18, di un seminario di presentazione), si guarda alla storia, alle tradizioni, ma perché no, anche al presente e al futuro del vino toscano, con un grande banco d’assaggio di 50 aziende per oltre 150 etichette in degustazione, degli “altri” Chianti Docg toscani (ovvero il mondo Chianti al di fuori dell’universo del Chianti Classico), ovvero Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli e Rufina, ovvero Chianti solo apparentemente minori, che in molti casi rappresentano in modo fedele e autentico l’antica tradizione vinicola toscana.

Dall’altro, invece, tre giorni dopo, lunedì 23 ottobre, sempre nell’identica sede romana, e sempre dalle 16.30 alle 21.30, si realizza un’operazione che solo apparentemente sembra riguardare il futuro del vino toscano, ma che riguarda invece, felici eccezioni a parte, il passato recente dell’enologia di questa grande regione vinicola, e diventa, involontariamente, quasi un de profundis o quantomeno un’operazione nostalgia – si poteva intitolarla Do you remember Super Tuscan ? – con un banco d’assaggio di quei vini che meglio di qualsiasi altro rappresentano il fenomeno di sradicamento e di allontanamento dall’identità vinicola toscana, ovvero i cosiddetti SuperTuscans.

Vini, questi presunti Toscani super, che solo una presentazione bonaria e amicale può definire “i vini di Toscana osannati in tutto il mondo per la loro qualità intrinseca e per il valore dei vignaioli che li producono. Le loro prestigiose etichette sono ormai strafamose in tutto il Pianeta” e che al di là della fama, oggettivamente raggiunta da alcuni di loro, il Sassicaia piuttosto che il Tignanello o il Flaccianello della Pieve o il Lupicaia, o il Solaia, costituiscono un modello di enologia moderna e di stampo internazionale entrato profondamente in crisi, quanto ad identità e consensi da parte dei consumatori, e oggi bisognoso di essere ripensato e ricondotto a dimensioni più normali.

Riassaggiare oggi i vari Super Tuscan targati Biondi Santi, Col d’Orcia, Fattoria Le Pupille, Antinori, Cà Marcanda, e tutti gli altri, noti e meno noti, con finali e desinenze in “aia” o meno, che il banco d’assaggio schiererà, equivale a compiere una verifica su ombre (molte) e poche luci, sugli eccessi e gli sbagli di percorso compiuti, su scelte che alla lunga non hanno pagato, che hanno finito con lo scoraggiare e sconcertare il consumatore più esigente ed evoluto, che da vini che si presentano come toscani e super esigerebbe una qualità effettivamente superiore a quella delle Doc e Docg tradizionali (dal Brunello di Montalcino al Vino Nobile di Montepulciano al Carmignano al Chianti classico) e comunque un accento, un carattere, una loquela, uno spirito tosco e non uno scimmiottamento, come accade in troppi casi, di stilemi, pose, filosofie di stampo internazionale. Stilemi che in molti casi, a degustazione bendata, fanno tranquillamente scambiare molti Super Tuscan per vini… del Nuovo Mondo…

Nascondersi queste evidenze, tacere l’esaurimento di una spinta propulsiva, di un modello, che ormai mostra la corda e non è più valido, e che trova ragion d’essere solo in pochi casi, in vini, tipo il Fontalloro, il Flaccianello della Pieve, il Percarlo, il Cepparello, che del grande contenitore Super Tuscan, ovvero della Igt Toscana, fanno parte, ma che potrebbero essere oggi dei Chianti Classico, visto che trovano la loro nobilitate nell’esaltazione del Sangiovese in purezza e non nella multiformità di bland a base di vitigni internazionali e di un uso esagerato del legno francese, vuol dire rinunciare a quella onestà intellettuale, a quell’esigenza di verità che ogni serio ragionamento e approfondimento critico sul vino, effettuato con una doverosa presa di distanza, richiede.

Andate ad assaggiarli dunque il 23 ottobre a Roma questi Super Tuscan, ma con la convinzione che non rappresentano più il futuro e le sorti magnifiche e progressive del vino toscano, ma il suo passato. Insomma: do you remember Super Tuscan ?

0 pensieri su “Toscana tra passato e futuro, due degustazioni di A.I.S. Bibenda: do you remember Super Tuscan ?

  1. Tra gli IGT citati (Fontalloro, il Flaccianello della Pieve, il Percarlo, il Cepparello) aggiungerei Montevertine e Pergole Torte.
    Il fenomeno SuperTuscan ha fatto montare la testa (e il prezzo!) forse a molti produttori, facendo perdere tipicità ad alcuni ottimi prodotti.
    Ma Solaia, Tignanello o anche Sassicaia a me proprio non dispiacciono! 😉

  2. Considerando quello che le mie povere tasche di studente sono riuscite a permettermi, ritengo che questa “moda” (perche’ di moda si tratta in fondo) di creare ad ogni costo vini dal taglio internazionale per rimanere competitivi abbia portato ad una forte perdita di indentita’ per molte cantine toscane. Il fenomeno e’ tendenzialmente diffuso anche in altre regioni italiane, ma il livello raggiunto qui in Toscana rasenta quasi il ridicolo. Vi sono ottimi vini IGT ovviamente, ma sembra che molti abbiano quasi abbandonato il Chianti e gli altri vini autoctoni o della tradizione. E’ forse la perdita di indentita’ il fatto piu’ clamoroso di questa rincorsa al gusto internazionale. Avendo vissuto per diversi anni all’estero, mi sono reso conto della fame e voglia di prodotti, da parte di molti stranieri, che abbiano un’anima, anche se non superlativa ma reale, e non semplicemente qualcosa che lo si potrebbe trovare anche da tante altre parti nel mondo. Ed a un costo decisamente inferiore!

  3. requiescat in pax! i super tuscans saranno stati (sono, saranno) grandi vini inaccessibili a più e decisamente omologati sin dalla loro comune desinenza -aia. Ma è il destino del Chianti, vera espressione dell’enologia toscana che m’intristisce. Non so quale fregola abbia preso gli enologi e i produttori chiantigiani per modificare la formula del barone Ricasoli. Forse, non lo dubito, le moderne tecnologie in grado di esprimere il meglio del Sangiovese, evitando il ricorso al colorino e al cannaiolo. L’eliminazione del trebbiano toscano (con meravigliosa operazione di marketing si inventò il Galestro). Tutto questo certamente. Ma dov’è finito quel meraviglioso profumo di giaggiolo, vera anima del Chianti? Sparito a scapito dell’estratto.

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