Trucioli nel vino: l’Unione Italiana Vini chiede un approccio non ideologico alla questione

La più importante associazione italiana del mondo del Vino, l’Unione Italiana Vini, chiede per bocca del suo presidente, Andrea Sartori, “più equilibrio nel valutare una pratica enologica diffusa in gran parte del mondo”. In una lettera indirizzata al Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro l’U.I.V. sottolinea che l’opportunità di utilizzare i chips anche nell’elaborazione dei vini della Comunità europea (come da decisione del 19 ottobre) nasce dalla necessità reale, e sempre più urgente, da parte dei produttori europei di potersi confrontare ad armi pari con quelli di altri Paesi – come Usa, Cile, Australia, ecc. – che da tempo mettono nel circuito commerciale internazionale vini sottoposti a tale trattamento, senza che ciò venga evidenziato in etichetta. “Con il nuovo regolamento n. 1507/06 – afferma Andrea Sartori – la nostra imprenditoria era convinta che si ponesse finalmente la parola fine a questa disparità in termini competitivi: in realtà oggi nel nostro Paese, e solo nel nostro, si è accesa una violenta polemica che scivola spesso nella demagogia, senza tener conto delle logiche economiche e di mercato”.

Il settore, aggiunge Sartori, dava per scontato che l’utilizzo dei pezzi di legno di quercia fosse consentito per tutte le tipologie di vino senza eccessive obiezioni, lasciando libertà di scelta al singolo operatore. Ma così non è. In quest’ambito l’amministrazione dell’Agricoltura italiana sembra infatti orientata a vietare l’uso dei trucioli nella produzione dei Vqprd (Vini di qualità prodotti in regione determinate, ovvero Doc, Docg, Igt).

Se è vero che questa facoltà è prevista dal Reg. Ce 1493/99 (art. 42, che prevede, in materia di pratiche enologiche, che gli Stati membri, nell’ambito della sussidiarietà, possano imporre condizioni più severe per garantire la conservazione delle caratteristiche essenziali dei Vqprd e dei vini a Igt prodotti nel loro territorio, nonché dei vini spumanti e dei vini liquorosi; e art. 57, che consente agli Stati membri di definire tutte le caratteristiche o le condizioni di produzione o di elaborazione e di commercializzazione complementari o più severe per i Vqprd prodotti nei loro territori), tuttavia il disporre un tale provvedimento appare, sempre secondo l’Unione Italiana Vini, prevaricante il volere e le reali intenzioni degli utenti (produttori, commercio e industria) delle circa 350 Doc italiane. “Più obiettiva e più democratica – aggiunge Sartori – sarebbe la libertà di scelta attraverso eventuali modifiche dei singoli disciplinari di produzione interessati.

Ci auguriamo che questo regolamento non si trasformi in un boomerang per il nostro vino, già in seria difficoltà, bensì venga semplicemente considerato, con maggiore equilibrio, nella sua reale essenza di “pratica enologica” assolutamente sicura per i consumatori, come dimostrato da autorevoli studi scientifici effettuati dall’Oiv, l’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, l’organismo più rappresentativo del settore a livello mondiale, a cui aderisce la stragrande maggioranza dei Paesi produttori di vino”.

Personalmente non condivido la posizione dell’Unione Italiana Vini e ritengo saggia la decisione del Ministro De Castro, orientata, per lo meno in questa prima fase, a vietare l’uso dei trucioli nella produzione dei Vqprd.

Non credo difatti che poter eventualmente utilizzare i chips, come temo diversi produttori già attualmente stiano facendo, anche sui vini Doc, Docg e Igt possa rappresentare un’arma vincente e utile per consentire ai produttori italiani ed europei “di potersi confrontare ad armi pari con quelli di altri Paesi – come Usa, Cile, Australia, ecc. – che da tempo mettono nel circuito commerciale internazionale vini sottoposti a tale trattamento”.

Non mi piacciono però né le violente polemiche che sono spesso scivolate nella demagogia e nella speculazione politica, bassa politica, che sul tema chips – trucioli nel vino si sono scatenate in Italia, né l’oggettiva demonizzazione cui vengono sottoposti quei produttori (e sono pochissimi) che sono usciti allo scoperto e hanno dichiarato, apertis verbis, di essere favorevoli ai chips e di aver intenzione di utilizzarli.

In tutta Italia stanno emergendo come funghi consiglieri regionali, politici vari, assessori, amministratori in cerca di visibilità e di notorietà a basso prezzo che sfidando il senso del ridicolo chiedono di dichiarare regioni, province, singoli comuni come territori “chips free”, o di adottare “adeguate misure a sostegno dei produttori vitivinicoli che si dichiarino in etichetta “chips free”. A quando i pronunciamenti e la messa all’indice, invece, di quei produttori che i trucioli decidano invece di utilizzarli ?

Non amo i chips, detesto i chips wines, aborro un’idea di enologia e di vitivinicoltura che esalti un mero strumento di cantina (ieri le barrique, poi i concentratori, oggi i chips, domani chissà cosa…) e ne faccia diventare qualcosa di fondamentale per rendere i vini appealing e più facili da vendere sui vari mercati.

In un regime di libero mercato, nel quale spero si voglia continuare a restare, penso ci debba essere spazio e pari dignità, come ci sono mercato e consumatori, sia per i produttori che i chips non li vogliono vedere nemmeno con il binocolo e che non intendano in alcun modo utilizzarli, sia per le grandi aziende, che in base alle loro logiche commerciali, di marketing, ritengano valga la pena utilizzare anche questi pezzetti di legno per “confezionare” nel modo che preferiscono i loro vini.

Saranno i mercati, i consumatori, a dare ragione agli uni e agli altri, a premiare vini pensati e vissuti in un modo o costruiti in un altro e non penso si possa attribuire, in maniera manichea e a priori, la nomea di cattivo produttore o di “nemico dell’enoica comunità” a chi desidera rivendicare una possibilità concessa dal Regolamento comunitario nelle procedure di nell’elaborazione dei vini. Di approcci ideologici, di cacce alle streghe, di beatificazioni e dannazioni a priori il mondo del vino italiano non ha assolutamente bisogno…  

0 pensieri su “Trucioli nel vino: l’Unione Italiana Vini chiede un approccio non ideologico alla questione

  1. Caro Franco

    Come fare a non demonizzare una pratica che altro non è che una delle tante forme di sofisticazione del vino? Certo, allora perchè demonizzare l’uso dei chips e non quello dello zucchero, del MCR, dell’acido tartarico (tartarico nel migliore dei casi), usati da tantissimi produttori anche rinomati?

    Come ogni pratica che permette di correggere vini di scarsa qualità o di impartire artificialmente caratteristiche normalmente riservate a certe tecniche enologiche (legali e tradizionali), i chips vanno vietati in qualsiasi prodotto che porta la dicitura “vino”, secondo me. Altrimenti la porta è aperta per la prossima legge che autorizzerà altre forme di aromatizzazione.

    Dal punto di vista del marketing, legge o non legge i produttori europei hanno piuttosto interesse a non usare queste tecniche e a comunicare sul fatto che i loro vini sono fatti senza artifici pesanti come i chips. E’ un fattore di differenziazione essenziale.

  2. Non ho conoscenze tecnico-enologiche sufficienti per entrare nel merito
    appunto tecnico della discussione. Voglio solo reagire ad una affermazione che secondo me é – e mi si passi per una volta il termine volgare – “una gran cagata”:
    “….nasce dalla necessità reale, e sempre più urgente, da parte dei produttori europei di potersi confrontare ad armi pari con quelli di altri Paesi – come Usa, Cile, Australia, ecc. -”

    Se “armi pari” significa fare un passo indietro e presi dal panico, scopiazzare pratiche enologiche che alterano non solo la tradizione ( passi pure) ma stravolgono la natura del prodotto agricolo uva-vino, allora iniziamo a farci le idee chiare.

    A chi servono i trucioli ?
    Si istituisca un albo (ancora burocrazia!) delle ditte che fanno richiesta
    di poter usare i trucioli nella fabbricazione dei loro vini.

    Si imponga l’ obbligo della dichiarazione in etichetta dell’ uso dei trucioli ( e veramente : di tutto l’ altro che si “mette” nel vino. Che vergogna c’é ??).

    E poi consideriamo una incongruitá di base nella richiesta di usare i trucioli per tutti i vini Vqprd : se la concorrenza dei vini di oltreoceano si concentra su i vini di prezzo, che bisogno hanno tutti i produttori di usare i trucioli per tutti i vini ? non sarebbe sufficiente usarli per i vini di primo prezzo, appunto i vini da tavola ?

    Forse bisognerebbe ricercare le ragioni del successo commerciale e mediatico dei paesi di cui si dice soffrire la concorrenza in altri elementi che non ne i trucioli.

    Il Cile produce tanto vino quanto la Puglia. L’ Australia produce tanto vino
    quanto la Sicilia. In Italia , mi sembra ricordare, c’é un eccesso di produzione
    di un paio di milioni di ettolitri l’ anno o giu´di li.

    Forse sarebbe il caso di spingere l’acceleratore sulla diversitá dell’ offerta e delle tipologie, che nessun altro paese al mondo puo´battere, sull’abbinamento con il cibo italiano, sulla disponibilitá dei consumatori a provare gusti ed emozioni nuove. E su qualche altro punto di qualitá che
    con i trucioli salvavinoitaliano hanno nulla a che fare.

  3. Concordo Carlo, ma Franco quando dice che non si deve demonizzare allude forse ad un altro fatto.

    Che differenza c’è fra un vino fatto con i trucioli e uno fatto con delle barrique ipertostate che vengono usate per esattamente lo stesso scopo, cioè di denaturare il vino e dargli una carica di legno? Nessuna ! Cambia solo il costo, la barrique costa di più, il risultato è uguale.

    Attenzione, parlo di aromatizzazione con la barrique, non dell’uso intelligente della barrique per VINIFICARE come si fa tradizionalmente in Borgogna e in genere per tutti i grandi vini.

    Chips o Barrique? In 9 casi su 10 servono a fare la stessa cosa.

  4. Caro Franco,
    condivido al 100% la tua impostazione sulla questione trucioli. Come chiunque potrà verificare sul mio blog Aristide, ho lanciato l’iniziativa “Chips Free”, una piccola campagna per tentare di riequilibrare le condizioni di concorrenza e trasparenza verso i consumatori attraverso Internet. Ed è impostata sui medesimi principi ai quali ti ispiri nel tuo post.
    Nessuna criminalizzazione, nessuna demonizzazione o, come dici bene tu, caccia alle streghe. Stiamo parlando di pratiche enologiche consentite e legali, anche se non condivisibili. E’ assolutamente lecito usare i chips. E’ una libera scelta del produttore, che va senz’altro difesa. Come va difeso il diritto del consumatore ad esserne informato.
    Ciò che “Chips Free” vuole fare è aiutare i produttori che non utilizzano i chips nella vinificazione a renderlo pubblico, dal momento che non possono scriverlo sull’etichetta (e in attesa che venga promulgata una normativa seria al riguardo perchè, come ho scritto su Aristide, l’ultimo Regolamento (CE) n. 1507/2006 non riguarda le etichette!!!). Ricorrere all’auto-certificazione è la strada più breve e “leggera” per conseguire questo risultato: la reputazione del produttore che si auto-certifica a confronto con l’ampia pubblicità resa possibile da Internet e dai siti e blog che vogliono diffonderla.
    Per questo ti chiedo se vuoi essere al mio fianco, insieme ad altre amiche e amici, nell’aiutarmi a diffondere l’iniziativa “Chips Free”.

  5. Giampiero,
    ti rendi conto che sarebbe un autogol per un produttore dichiarare di usare i chips? Perché usare i chips? Pere rispariare sui costi. Il vino non ne guadagna nulla rispetto alla barrique, anzi perde i vantaggi dell’invecchiamento in botte.
    Un consumatore medio, che segue il vino non solo come bevanda ma come fenomeno storico-culturale, pernsi che sapendo che in quel vino ci sono i chips lo acquisterebbe?
    Non ha alcun senso. Ecco perché non è stato introdotto l’obbligo di dichiararlo in etichetta.
    Inoltre l’uso dei chips comporta un risparmio, pertanto il produttore dovrebbe vendere quel vino ad un costo inferiore, cosa che molto probabilmente non intende fare, altrimenti è inutile che usi i chips.
    A meno che non vogliamo ancora credere alle favole.

  6. Ciao Giampiero

    spiacente della mia eassenza sabato sera in Liguria, volevo esserci…

    OK per “chips free”, ma fra tante iniziative per difendere una certa visione del vino, come dire, minimamente trafficato, possibile che non si possa adottare una visione massimalista e fare non solo chips free, ma anche “stupid barrique free”, “sugar free”, “acid free”, “osmosis free”, “dangerous substance free”? Ovvero, senza andare poi nei dettagli dei vari movimenti bio / bioD/ cosmocultura / viniveri / vinifalsi, stabilire un minimo di definizione che posa apparire in qualche modo in etichetta, forse in modo codificato anche, ma qualcosa che garantisca che il vino è onesto? Che poi uno ci aggiunga le sue (niente lieviti selezionati, ecc.), ma almeno questo minimo?

    Mike

  7. @RoVino: allora confermi indirettamente che la legislazione EU conforma le etichette secondo i desiderata dell’ industria del vino ? e non secondo un’equa
    informazione ai consumatori ?

    E se il produttore industriale invoca i trucioli per risparmiare e poter fronteggiare la concorrenza, ma poi non abbassa i prezzi (quella si sarebbe una favola) allora ecco che il consumatore (basso o medio che sia) ci rimane fregato due volte.

    Un capocantiniere di fiducia con venti anni di esperienza guadagna, in Cile,
    meno di cinquecentomilalire al mese. Tutto rapportato ai costi locali, naturalmente. Per non parlare di quanto guadagna un vendemmiatore sudafricano o il suo collega cinese. Tutto questo per dire che anche il truciolo
    anche la lignitina liquida, anche il versatore-che-da sapore-di-barriques sono
    tutti placebo. Il fatto vero é che noi del vecchio mondo abbiamo oramai costi
    di produzione troppo superiori a quelli di gran parte del nuovo mondo. Il truciolo, che tanto ci fa scrivere, corrisponde oggi a pisciarsi addosso quando fa freddo: li´per li´ci si riscalda ma dopo un po´ la pipí si raffredda e puzza.

    Il mantenimento dei mercati ed il fronteggiare la concorrenza puo´solo riuscire
    mettendo in risalto le proprie doti, le proprie peculiaritá, non copiando ora questa tecnica, domani l’ altra. Non é la tecnica ma la differenza dei costi di produzione che é la causa dell’ avanzata dei vini oltreoceanici. Ma non c’é nessuno che metta in rilievo che questa avanzata, quest’orda che tanto mette paura é limitata a vini nella prima fascia di prezzo ? e che la concorrenza é piu´ tra Argentina ed Australia contro Cile e Sudafrica , cioé una guerra di poveri, che riguarda solo in modo periferico il vino di qualitá europeo ??

    E per la qualitá, servono i trucioli ? No ? ed allora che se ne limiti l’ uso per i vini da tavola.

  8. Tempo fa ho assistito ad un seminario tenuto da Chatonnet, il grande prof francese di enologia ed attualmente impiegato nella Seguin Moreau, una delle piu’ grande aziende di produzioni di botti. Gli fu chiesto cosa pensasse sull’uso dei chips. Rispose che l’uso delle botti (cioe’ legno fuori e vino dentro) o dei chips (vino fuori e legno dentro) non erano assolutamente la stessa cosa. Siccome le implicazione sono molte di piu’ di quelle che normalmente si pensa, lui dette il salomonico consiglio che sono due pratiche enologiche den distinte e, quindi, legittime entrambe. Sta al vinificatore (o forse al ricercatore?) stabilire quale tecnica sia piu’ idonea al proprio vino e stile che si vuole dare. Mi sembra quindi molto semplificativo equiparare le due tecniche con solo il fattore costo a differenziarle. Personalmente penso dei chips la stessa cosa delle barrique: quando si usano male, in eccesso o con convinzioni sbagliate il risultato non puo’ che essere negativo.

  9. @Carlo
    non credere che io dia più importanza ai chips che ad altre pratiche, è il sistema che a me non sta bene. Se le regole le detta il mercato, non si può sperare di mantenere alto il livello qualitativo, non solo per il vino ma per qualsiasi alimento.
    Io credo semplicemente che le pratiche enologiche andrebbero controllate in modo assai diverso, compreso l’uso dei chips. Ciò non viene fatto se non nella misura che più conviene al mercato, non certo ai consumatori.
    Fare qualità costa di pià, non solo economicamente, ma soprattutto nei sacrifici e nel lavoro di chi la vuole ottenere. La qualità ha sempre premiato, il punto è che ci sono luoghi nel mondo dove non c’è questa cultura e forse non ci sarà mai. Andare incontro ai loro metodi per illudersi di restare competitivi (fregandosene altamente di qualunque regola etica nei confronti del consumatore) è un atto di puro egoismo.
    L’accostamento ai vini “naturali”, e lo metto fra virgolette, da un sempre maggior numero di appassionati è la dimostrazione lampante che il mercato, soprattuto italiano, è pronto a recepire la qualità e se ne sbatte altamente dei chips.
    Se si introduce una simile pratica, conoscendo bene come funzionano le cose in Italia, non si fa altro che dare il la per le vie brevi a tutte quelle realtà vinicole che non hanno scrupoli né capacità per fare vini di qualità.
    E’ un primo passo, apparentemente innocuo, concederlo ai vini da tavola (non dimentichiamoci che in Toscana ce ne sono moltissimi). Il mercato, se se ne si accetta la logica, si trascinerà poco a poco anche gli altri.

  10. In un certo senso mi pare che ci pensino i chips stessi a “scongiurarsi” da soli. Mi ricollego a considerazioni che gia’ altri commenti hanno fatto. Perche’ si usano i chips? Per simulare cosa? L’odore di legno. Deve odorare di legno un vino? A me personalmente non piace sentire odore di legno nel vino. Quale uso “sofistica” (cioe’ tarocca) il chippato? Quello delle barriques? Non esattamente: tarocca l’uso delle barriques nuove (ed eventualmente stratostate), per la precisione . Per meglio dire: simula un solo aspetto dell’uso delle barriques nuove, e proprio quello che –imho– ne sconsiglierebbe l’uso. Io personalmente non credo che vorrei usare una botte prima che si fosse “fatta” (il che non significa marcia o decrepita). La botte, e il tipo di legno, lo si “sente” (e lo si vede!), certo, ma per i suoi effetti combinati sull’ossigenazione e sull’ammorbidimento dei tannini, non per l’odore. Invece i consumatori hanno cominciato ad amare proprio il sentore di legno nuovo. E i produttori a usare il legno nuovo, o e’ stato viceversa? Sia come sia mi pare una cosa un po’ bislacca, che in qualche modo si e’ chiamata la sua nemesi: se tanto la botte la si vuole solo quando e’ piccolissima e nuova, perche’ altrimenti l’odore non si sente, se dunque il suo rationale deve essere solo quello, finisce che diventa solo quello, e tanto vale estremizzare il rapporto superficie volume e usare la segatura, c’e’ meno spreco, oltre che meno costo.

  11. Gentile Franco vorrei dare il mio modesto contributo all’intessante questione disquisita nel suo stimolante blog;
    non è comprensibile nè plausibile celarsi dietro l’allargamento di artificiose maniche per la manifattura del vino con la scusa di rimanere “concorrenziali” difendendosi dal nuovo che avanza, ma di fatto al quasi esclusivo fine di ricavarne maggiori margini; nessuna associazione accetterà mai la dicitura esplicita contiene “chips” perchè il consumatore mai la digerirà se non previo una costosissima azione di “raffreddamento” mediatico;
    venga prima la passione del mero risultato finanziario, l’unico modo per battere la nuova concorrenza è quello di estranearsi da essa, rendersi unici, poichè sullo stesso piano non c’è già più partita…
    vi racconto perchè la mia passione è diventata secondo lavoro e si accinge a diventare il primo in nome del sogno di un’interscambio di culture enologiche perchè non esistono più paesi di serie A e di serie B(almenochè non ne retroceda qualcuno…):
    nella Colchagua Valley in Cile ci sono capitali ed aziende da far impallidire molti dei nostri vetusti, ipereclamizzati mausolei del buon produrre nostrano…
    la maggior parte di queste conta su partecipazioni miste, ma guide generazionali da parte di famiglie che del vino fanno la loro fonte esclusiva di reddito, agiatezza ed orgolio e non certo un gingillo di contorno ad altre attività “core”…attenzione non stiamo parlando del piccolo produttore in cerca disperata di un canale distributivo ed una comunicazione efficace, ma di aziende che almeno producono dalle 600000 bottiglie a salire, strutturate con quanto di meglio il mondo produttivo possa proporre(per finire con le imbottigliatrici rigorosamente italiane…)aperte al turismo del vino stile Napa Valley e capaci di primeggiare in tutti i concorsi mondiali, le riviste che possono anche avere il loro “relativo valore intrinseco”, ma implicano cmq un’eccellente “skill” comunicativo ed organizzativo.
    Queste aziende annoverano sia il giovane enologo emergente che il super esperto, spendono in ricerca e studio approfondito delle sinergie tra microterroir e singolo vitigno attraverso collaborazioni con il governo cileno e l’università di Talca e possono giovarsi di caratteristiche pedoclimatiche del tutto invidiabili(piede franco tanto per gradire…);queste aziende al termine di meticolose selezioni e processi, fabbricano vini con etichette con la dicitura “oak aged” per rimarcare l’attenzione posta al metodo produttivo guardandosi bene di buttare tutto alle ortiche.I vini con le patatine, ammesso che ne facciano uso, li lasciano al mercato interno o per paesi poco “acculturati” dal punto di vista enologico mentre il poco risparmio che si concedono è sulla manodopera stagionale che risulta una virgola nel computo dei costi sostenuti per ambienti e strutture all’avanguardia…
    Non bisogna mai dimenticare che il loro vino è il punto focale intorno al quale girano tutte le attività turistico culturali di un’intera valle, queste ultime apportano un grandissimo valore aggiunto attraverso ristoranti interni, tour personalizzati, wineshops atti a promuovere il brand durante tutto l’anno(compreso “ferragosto”… hanno pure l’accortezza di rendere la vendemmia un momento di grande attrazione enoturistica!)
    Non dimentichiamo infine che blasonate aziende italiane, distribuendo nel nostro paese sulla prima fascia questi prodotti, ne riconoscono di fatto la competitività, si guardano bene di darsi la “zappa sui piedi” attraverso la capillarizzazione delle riserve o single vineyard che avrebbero un range 8 – 15 euro di forte impatto sui propri prodotti di nicchia, ma quanta gola fa la capacità di penetrazione di queste aziende nei mercati emergenti…
    Ho notato su altri blog il sospetto che alcuni vini contenessero chips perchè denominati riserva con 6 mesi di passaggio in legno…in realtà ciò nulla dimostra se non l’accortezza di evitare lunghi periodi di contatto con i tannini ellagici lasciando dare al legno un tocco secondario quando le uve raggiungono una maturazione fenolica molto avanzata già in vigna grazie alle propizie condizioni climatiche(si può poi discutere una vita sul termine riserva…),
    ma poi , se non sbaglio, non è consentito aggiungere tannini gallici nelle pratiche enologiche nostrane?
    passione, persone, più natura possibile, fortuna = qualità…

    perdonate il mio stile logorroico.

  12. @ Il Panzelier: tutto vero, perfino nelle zone deseriche della Patagonia argentina ci sono esempi mirabili di produttivitá ed imprendorialitá. Bodegas NQN, Bodegas del fin del mundo, solo due brillanti esempi. Ma non cambia il discorso: tutto é reso possibile alla fine della giornata da costi di manodopera neanche lontanamente paragonabili con quelli del vecchio mondo. Gli ambienti e le strutture di avanguardia vengono presto ammortizzati nell’ economia di scala e grazie a costi di manodopera irrisori. Buon per loro. Cioe´per i produttori.

    L’argomento peró qui é la richiesta da parte della UVI di un approccio non ideologico. Ecco:,secondo me l’approccio economico, sobrio e con qualche
    speranza di fututro successo é: teniamo lontano i trucioli dalle DOCG, dalle DOC e possibilmente dalle IgT. Permettiamoli in via sperimentale ( cinque anni ?) solo per i vini da tavola. Oppure permettiamoli per tutti i vini peró con obbligo di dichiarazione – positiva o negativa a scelta del produttore – in etichetta. Poi ritroviamoci tra cinque anni e riparliamone.

  13. Ciao Carlo, grazie per la replica che riposta la discussione sul punto nodale dell’atteggiamento che le nostre associazioni dovrebbero tenere;
    sicuramente ci sono profonde differenze fra i costi gestionali delle aziende cilene e delle argentine, il Cile è un paese in forte espansione in cui i costi per una vita di qualità “europea” sono quasi sui livelli spagnoli ed in cui solo case e terreni sono ancora relativamente a buon mercato rispetto al loro Fair value; in definitiva ciò che viene fatto lo è con cura e cultura(impressionante quest’ultimo punto), ma la nuova qualità si paga e si fa pagare.
    tornando a bomba potrei anche concordare con te riguardo ad una sorta di tolleranza con dichiarazione estesa anche a tutti i vini, oppure vediamo l’impatto sul pubblico dell’avvento di vini da tavola “aromatizzati”, riusciranno i nostri beverini a digerirla?La pratica, come molte altre, non comportando effetti collaterali, può tranquillamente essere autorizzata a tappeto, il consumatore deve poter scegliere, verificando il nuovo rapporto soddisfazione sensoriale/prezzo, chissà che non si crei una nuova moda tanto trascinante da far nascere una nuova bevanda agli occhi del consumatore…
    ma la battaglia riguraderà solo i vini di prima fascia che paradossalmente meno abbisognano di tramutarsi in pastosi effluvi legnosi(penso al mio povero padre);
    la tendenza dei giovani a ricercare vini di fascia medio alta esclude a priori una possibilità di successo dell’esplicita dicitura “contains chips” su di essi(sai che bella figura portar una bottiglia ad una cena tra amici…)chi mai li comprerebbe se non giusto per provare…tutto ciò che si avvicina al concetto di aromatizzazione e sinonimo nell’immaginario collettivo di sofisticazione,occultazione di difetti…
    la strada ancora più estrema e provocatoria sarebbe quella di liberalizzare senza obblighi e doveri il loro uso stando poi a guardare come l’unicità della nostra terra, degli innumerevoli vitigni e dei prestigiosi suoi vini verrà ancor una volta spazzata via dall’uniformatizzazione del sapore;
    quel brunello un bel giorno sul mercato allo stesso prezzo di un merlot single vineyard cileno ed incredibilmente a lui così intimo…un bellissimo clamoroso autogoal del frammentato vecchio mondo!ma alla fine questa partita l’avremo persa tutti poichè la scelta consapevole od il caso di scegliere non avranno più suspense nè valore…

  14. Mi sbagliero’, ma a mio avviso una volta fatto il passo di desiderare un vino perche’ (o anche perche’) sa fortemente di legno, il resto presto segue, incluso il nuovo status estetico-sociale di chi fra non troppo potra’ non solo non vergognarsi di portare una bottiglia chippata, ma forse arrivare a farne un punto. Anzi, non vedo impossibili i matrimoni con odori e aromi che a noi non sarebbe forse mai venuto in mente di andare a cercare. Non li vedo impossibili soprattutto in mercati avvezzi a tutt’altri sapori rispetto a quelli a noi familiari. Non vedo lontano il giorno in cui ci sara’ il vino torbato, o resinato, e del resto non si inventa nulla: pensiamo al Retsina. E allora perche’ non darci dentro di delestages con tostatura delle vinacce su fuochi di legni aromatici? E magari “governi” a base di fiori, o di alghe marine (why not?), o di sassi (farebbe cosi’ terroir). Che non ci troveremmo tanto facilmente a berli “noi” questi vini, se ne potrebbe discutere; ma non mi farei troppe illusioni sul “mercato”, soprattutto quello globale. Quando si ha il potere dei grandi numeri e’ solo questione di decidere cosa si vuole che venga bevuto, e trovare il testimonial giusto.

  15. @ Filippo
    è esatamente quello che intendo anche io. Possiamo oggi credere che si tratti di ironia o stupide supposizioni, ma sappiamo bene come va il mercato globale. Adottare certe pratiche da noi significa ancora una volta dimostrare di non credere nelle nostre capacità e adattarsi a metodi di cui dovremmo invece vergognarci.
    E poi questa storia che alla gente piace il sentore di legno, ma per favore! Se ne hanno le palle piene persino in Australia! Noi arriviamo in ritardo, persino dal punto di vista commerciale. Ora anche la barrique si cerca di non farla più sovrastante, e per fortuna.
    Dai, siamo seri. La verità è che non sappiamo vendere i nostri prodotti perché non ci crediamo neanche noi.

  16. Bingo!, caro RoVino, bingo. L’idea che per vendere occorra spendere e’ in parte vera. Purtroppo la si e’ estremizzata, forse per “necessita’”: quando ci si ritrova a scegliere se tostare o no le botti che si sono fatte riasciare, basandosi esclusivamente sulla considerazione della “diversificazione” del prodotto, ci si accorge gia’ che qualcosa sta andando storto: le denominazioni acquistano sempre piu’ un valore convenzionale, di pura tattica di mercato (“con questo ci faccio tot bottiglie di classico..e con quest’altro ci faccio l’iggitti'” dove questo e quest’altro sono sempre lo stesso mosto, da scegliere di vinificare o maturare con qualche differenza tale che agli occhi del consumatore la divisione delle etichette abbia un minimo di senso).
    Ma le abbiamo lette le cifre di resa per ettaro dei disciplinari? Il bello e’ che ci sembrano pure restrittive! Andiamo a farci un giretto per i filari di quelle vigne e ci facciamo un po’ di risate.. (senza dire alcunche’ dei vitigni: diventa cosi’ imbarazzante in autunno, quando appaiono strisciate di colori assolutamente implausibili per quel che dovrebbe ufficialmente essere ;-)) ).
    Si stanno prendendo in giro i consumatori, e quanto piu’ questo avviene, tanto piu’ si devono fare i salti mortali per convincerli che non e’ vero.

  17. Una volta che si è stabilito che la pratica dei chips non comporta danni alla salute del consumatore ognuno potrà pensare di orientare il mercato del vino come vuole,
    distinguendo o no in eticatta la SUA CONVINZIONE.
    Il vino strutturato con l’ aiuto del legno naturale,in maniera più o meno veloce, non è un vino puro comunque e
    anche nei tempi classici, quando lo si custodiva in anfore di coccio invetriato, andava di moda “aromatizzarlo”con essenze, sempre naturali.Se ora per logiche di mercato si
    vuol fare distinzioni, pensando di contribuire alla valorizzazione del prodotto, non è un’ eresia ma neanche
    vangelo che ci sia una pratica migliore rispetto ad altre.
    E’ vero che occorre difendere la qualità dei nostri prodotti ma ritengo che questo lo si possa fare anche diffondendo la cultura dell’ accostamento dei vini con i vari cibi e quì siamo sicuri che il nostro bacino mediterraneo, in particolar modo l’ Italia, ha molto da guadagnare.Non è demagogica neanche l’ idea, se parliamo di sola Qualità, che i nostri prodotti siano coltivati con dovute accortezze :la salute ci guadagna.

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