Vendita di alcolici e vino negli autogrill: lo stravagante pensiero di Confagricoltura

Continuo a pensarlo, a differenza di qualche collega che con queste realtà associative ci flirta e ci collabora attivamente: dalle associazioni sindacali e di categoria del mondo agricolo e produttivo, meglio stare alla larga, senza commistioni né confusioni.

Una conferma a questo mio atteggiamento mi viene dalla recente, stravagante uscita della Confagricoltura, che a proposito del recente decreto legge proposto dal Ministro della Salute, che vieta il consumo di alcolici agli under 18 nei pubblici esercizi e decreta il divieto di vendita e somministrazione di alcolici negli autogrill, definisce “la vendita di vini in autostrada inutile e dannosa”. Inutile “perché di assai discutibile efficacia come strumento di prevenzione degli incidenti stradali, dannosa perché compromette l’utilizzo di uno strumento di promozione della migliore produzione vitivinicola delle diverse regioni italiane”.

Basterebbe questa uscita per far capire quale “singolare” concetto di promozione del vino italiano alberghi nella mente di queste persone che dovrebbero rappresentare, difendere e tutelare gli interessi della filiera agricola, ma le motivazioni delle critiche al decreto Turco (una decisione di assoluto buon senso), rendono l’uscita di Confagricoltura ancora più incomprensibile. Difatti, oltre ad attribuire alla commercializzazione del vino in bottiglia nelle autostrade il valore di una “non trascurabile quota del fatturato delle migliori aziende vitivinicole nazionali”, e una valida maniera per mettere in vetrina uno dei più rappresentativi prodotti dell’agroalimentare italiano, si definisce il divieto imposto dal disegno di legge come “dettato da un pregiudizio ideologico e da un’erronea conoscenza delle abitudini di acquisto e di consumo di vino in Italia”.

Innanzitutto Confagricoltura dovrebbe spiegarci in base a quali criteri possa qualificare come “migliore produzione vitivinicola” e “ migliori aziende vitivinicole nazionali” le aziende, in larga parte grandi gruppi, mega cantine sociali, imbottigliatori, commercianti, aziende che fanno il loro lavoro, beninteso, ma non possono di certo rappresentare il meglio, la crème de la crème, il fiore all’occhiello (e lo dico senza alcuno snobismo simil guidaiolo) che sono state sinora presenti, con i loro vini, accanto a coppe, salami, pecorini, stecche di cioccolato, pupazzi, paste multicolori, caramelle e merchandising varia, sugli scaffali degli autogrill.

In secondo luogo dovrebbe dimostrare, dati e statistiche alla mano, che il business rappresentato dalla vendita di vino in autogrill sia rilevante (a me risulta invece il contrario) e che il non poterlo più effettuare possa davvero mettere in difficoltà le aziende.

 

Ma anche se questo, per assurda ipotesi, fosse vero (e secondo me non lo è), è tutto da dimostrare, oltre al fatto che i vini in vendita in autogrill promuovano la migliore produzione vitivinicola italiana, che razza di promozione, e quale virtuosa immagine derivi, per le aziende e per l’intero settore, dalla presenza di vini negli autogrill autostradali, e che tipo di vetrina “qualificata” possano costituire.

Non mi risulta che negli autogrill, in larga parte proprietà di un monopolista che stranamente detiene ancora questo tipo di posizione, a spiegare i pregi e le caratteristiche dei “grandi” vini in vendita al colto e all’inclita, al turista italiano ed estero, siano presenti sommelier, giornalisti, comunicatori del vino. E non mi risulta che per fare conoscere e apprezzare questi vini delle “migliori aziende vitivinicole nazionali” siano state organizzate iniziative informative e promozionali. I vini sono semplicemente esposti sullo scaffale, gli uni accanto agli altri, con le loro etichette, la targhetta del prezzo, con le promozioni legate al prezzo finale di vendita (che qualche volta sono state fatte) e la loro presenza rappresenta, unicamente ed esclusivamente, un fattore commerciale, perché non fanno vetrina, non illustrano i pregi dell’Enotria tellus, ma sono, molto semplicemente, in vendita. Il che significa prendi, paghi, porti in macchina e se disponi di un cavatappi puoi magari fare, mentre guidi, in viaggio, quella “degustazione”, quella prova prodotto che la decenza ha sinora impedito fosse fatta durante la sosta agli autogrill.

Non v’era e non esiste tuttora alcun motivo valido, se non un mero interesse di bottega, per cui il vino e gli alcolici in genere (bottiglioni di grappa, distillati vari, gin, amari, ecc.) fossero commercializzati in quei particolari esercizi pubblici che sono gli autogrill.

E cosa fa Confagricoltura, di fronte ad un disegno di legge, che anche se tardivo è finalmente arrivato, che si preoccupa di “contrastare gli effetti sulla salute provocati dal consumo di alcol in età adolescenziale e giovanile”, che eleva dagli attuali 16 anni a 18 anni l’età minima per il consumo di alcolici nei pubblici esercizi e che fissa un chiaro divieto di vendita e somministrazione di vino e alcolici negli autogrill ?

Grida allo scandalo, parla di pregiudizi economici e di erronea conoscenza delle abitudini di acquisto e consumo di vino in Italia, addirittura si spinge ad invitare “le istituzioni a valutare i danni economici che potrebbero derivare da uno dei settori di punta del nostro sistema agroalimentare dall’applicazione delle misure previste dal decreto legge” e dice solo una cosa sensata, ovvero chiede di “differenziare l’abuso di superalcolici dal consumo di un prodotto, il vino, che è parte integrante della nostra cultura ed è da sempre legato alle nostre tradizioni”.

Tutto vero, ma di fronte alla possibilità che giovani e meno giovani non potendo più trovare e acquistare grappa e distillati in autostrada possano ripiegare, con un consumo non certo consapevole, sul vino, meglio mettere insieme, anche se sono cose diverse, vino e superalcolici, e vietare, tout court, e non si parli di misure stataliste e anti-liberiste, di uno Stato padre e padrone che decide cosa puoi fare e cosa invece no, la loro vendita e somministrazione in autostrada.

Altro che evocare, come fa Gianni Zonin, (che non mi ricordo se fosse presente o meno con i propri prodotti in autogrill, ricordo altre aziende veronesi e venete in genere produttrici di Soave, Valpolicella e Prosecco, lambruschisti, barberisti e spumantisti piemontesi, grandi case del Verdicchio e del Chianti mega cantine siciliane) lo spettro del “proibizionismo americano” e auspicare che il Parlamento modifichi questa misura “anche per la complessità di una sua vera applicazione” !

La Confagricoltura e vari imprenditori del vino di casa nostra invece di pensare che grazie a questa misura le autostrade potranno essere più sicure (certo, volendo si può sempre uscire dall’autostrada, entrare in un negozio, acquistare vino e grappa e poi rientrare e proseguire il proprio percorso…), che potranno esserci meno stragi del sabato sera e della domenica mattina, camionisti più lucidi alla guida dei loro bestioni, ragazzi meno obnubilati dal mix di pasticche e alcol cosa fanno ?
Pensano solo al personale tornaconto economico, agli “schei” persi, ai fatturati in calo, alle minori entrate dovute al vino che non si potrà più acquistare quando ci si fermerà a fare pipì o bere un caffè in autogrill… E lo fanno prendendo come risibile “pretesto” il danno provocato alla “promozione della migliore produzione vitivinicola delle diverse regioni italiane”. Che vergogna !

6 pensieri su “Vendita di alcolici e vino negli autogrill: lo stravagante pensiero di Confagricoltura

  1. Ma lo sa Confagricoltura che la maggior parte delle aziende agroalimentari (conserve, olio, vino) pagano loro per entrare sugli scaffali dell’Autogrill?
    Di quali fatturati persi va cinciando , di quelli del sig. Benetton forse?

  2. A parte il fatto che questo decreto, più che verso i giovani, potrebbe dare risultati interessanti nei confronti di persone adulte che, magari colte da un maggior senso di responsabilità, potrebbero rinunciare ad una rischiosa tentazione. La legge deve prendere una posizione precisa su un tema così complesso e di non facile soluzione, ma dall’altra parte ci vorrebbe una maggiore educazione al vivere civile e responsabile, che va ben oltre un semplice divieto. Sulla Confagricoltura è meglio sorvolare, hai già espresso benissimo la tua condivisibile opinione.

  3. Io sono d’accordo con quanto detto da RoVino. D’altra parte m’immagino il classico turista tedesco con le calze bianche e i sandali che si ferma all’autogrill di Modena è si prende la sua bella bottiglia di lambrusco dopo esser stato le sue due belle settimane sul Gargano… Può’ cmq esser visto come un modo per far conoscere i prodotti del nostro paese.
    Il discorso, quindi, si devrebbe più spostare sull'”educazione al vivere civile e responsabile”. Certo, poi se in questa situazione si cercasse di limitare le tentazioni… 🙂

  4. Credo che l’agricoltura di qualità e coloro che operano per produrre l’eccellenza non si debbano sentire rappresentati da strutture (fine a se stesse) come quella menzionata sopra (CONFAGRICOLTURA).
    Sono convinto che i vini di qualità debbano essere apprezzati da consumatori di qualità e i consumatori di qualità sanno dove acquistare e cosa acquistare.
    La mia semplice e brevissima analisi riguarda solo l’aspetto promozionale dell’agro-alimentare italiano, con particolare riferimento al vino, non voglio entrare in merito all’aspetto sicurezza sulle strade perchè mi sembra evidente e inutile sottolineare la DEFICIENZA professionale di coloro che, arroganti, pensano di rappresentare un comparto solo in base PLV e che machiavellicamente devono fare tornare i conti costi quel che costi.

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