Verifica su Montalcino e sui suoi vini: degustazioni, pensieri e conclusioni

Se ne sentono e se avvertono tante, sui vini di Montalcino, sull’effettivo valore, per il Brunello, di un’annata che avrebbe dovuto essere grande come il 2001, sull’estrema varietà di stili e sulle diverse filosofie che bloccano le ali al Rosso di Montalcino, su sospetti e perplessità suscitati da colori e densità impenetrabili, dall’azione dei nuovi cloni di Sangiovese e in qualche caso dai contributi, inconfessabili e proibiti, offerti da altre uve che non sono quel Sangiovese in purezza che il disciplinare di produzione vigente prevede, che ho sentito il bisogno, per ritrovare la barra e la bussola che mi pareva di aver perso, di effettuare alcune verifiche. Cosa fare di meglio, quando si è incerti, quando non si capisce bene dove dirigersi, che trovare il conforto in valori certi, solidi, e consolidati, in punti di riferimento che si considerano paradigmatici ?

Per ritrovare la mia fede, a rischio di crisi, nel Brunello e in Montalcino come patria, insieme all’area del Barolo, dei più grandi rossi di territorio italiani, non ho trovato soluzione migliore che misurarmi con il Brunello ed il Rosso, degustarne con attenzione e passione alcuni campioni, e lasciarmi raccontare quello che avevano da dire.

La prima verifica non è stata voluta, ma è nata in un’occasione speciale, ovvero una cena, venerdì 6 ottobre, alla Tana degli Orsi a Pratovecchio nel Casentino. Compagnia piacevolissima, quella del mio compagno di blog avventure Marco di Imbottigliato all’origine, del buon Gianluca Bucchi, uno degli angeli custodi e deus ex machina di I Sapori del Casentino, dei padroni di casa Caterina & Simone, e anche di una bella persona conosciuta proprio in questa occasione, Sandro Trinci, rappresentante e davvero esperto e ottimo conoscitore di vini.

Dovendoci trovare un valido abbinamento alle suggestioni golose, alle innumerevoli tentazioni offerte dalla cucina di Simone e volendo, e di questo lo ringrazio pubblicamente, compiacere i miei gusti, ben noti in materia sia di vini toscani che piemontesi, Trinci ha pensato bene di pescare dalla ricca e articolata carta della Tana un grande vino. Non un vino qualsiasi, bensì un vino grande per la sfida ai consueti stilemi e ai luoghi comuni che rappresenta, e per il suo volersi proporre senza difese, senza trucchi e senza inganni, per quello che può dare.

Parlando di Rosso di Montalcino non siamo soliti scrivere e pensare in tanti che il proprio meglio, l’altro vino di Montalcino, l’abbia da offrire in giovine età, esaltando la succosità del frutto, la freschezza e la pimpantezza aromatica, la succosa "ciliegiosità" del Sangiovese ? Bene, ecco allora il buon Trinci pescare, da una carta che ha ancora la “spudoratezza” di ospitarlo e di proporlo a chi sappia coglierne gli splendori, nientemeno che un Rosso di Montalcino di anni sette, annata 1999, ma un Rosso che molti potrebbero tranquillamente prendere per un signor Brunello e gustare come tale, ovverosia il Rosso di Montalcino Poggio di Sotto di Piero Palmucci.

Un vino perfetto da giocare sui ravioli di pecorino con ragù di capriolo e funghi porcini, con la guancia di chianina brasata al Sangiovese, ma che sarebbe andato a meraviglia anche sul controfiletto di chianina al forno con funghi porcini, sull’arista di maiale grigio casentinese cotta a bassa temperatura in crosta aromatica, ma comunque un vino “scommessa” (io vediamo come me la cavo) visti i suoi annetti.

Invece, ecco la grandezza, quando c’è, di Montalcino !, ecco un vino supremo, magnifica intensità e vivacità di colore, rosso rubino profondo, ma vivo, naso compatto, fitto, di grande tessitura e compostezza, con sfumature cuoiose, ricordi di carne, selvatico, animale, aromi di macchia mediterranea, liquirizia, viola mammola, gladiolo, terra bagnata e marron glacé, una magnifica, succosa, ben polputa, quasi formosa dolcezza di frutto, temperata e innervata da una struttura tannica scattante a reggere botta, a rendere il gusto lungo, pieno, tremendamente saporito, potente, austero, eppure freschissimo, sapido, nervoso, nel segno di una maturità conquistata e di un’integrità mirabilmente conservata.

Miracoli del Palmucci, obietterà qualcuno, prove d’artista di un uomo che il Rosso non considera di certo un fratellino minore del Brunello, ma solo un’altra modulazione del Brunello, e che è riuscito a rendere splendido – ma come diavolo avrà mai fatto ? provare, per credere, anche il Brunello 2002 di un altro fenomeno, Gianfranco Soldera, che sta maturando pazientemente in botte grande – persino il suo Rosso 2002.

Per avere quindi un diverso conforto, con il pretesto di trovare il giusto abbinamento ad una sugosa arista al forno ottenuta da maiali allevati in libertà nel Casentino da Gianluigi Orlandi  e trasformati in pezzi di carne stupenda in vendita presso la premiata Macelleria Aldo Orlandi di Pratovecchio (via Circonvallazione 1 tel. 0575 583452), cosa ho dunque fatto ?

Ho scelto di stappare due vini di un’azienda che ritengo quanto mai significativa e perfettamente esemplificativa di quel range di aziende agricole di piccole e medie dimensioni che costituiscono il tessuto connettivo e la solida struttura del panorama produttivo ilcinese, ovvero le Chiuse di Sotto (collocazione poco distante dalla Fattoria dei Barbi e da Salicutti) di quel Gianni Brunelli (nomen omen) che molti conoscono più come bravo oste e gestore dell’Osteria delle Logge a Siena, che come bravo produttore.

Mi sono quindi concesso, domenica scorsa, il lusso di un Rosso di Montalcino 2004 e, riprova che maggiormente m’interessava, di un Brunello 2001, così per capire se le mie riserve e quelle espresse da altri bravi wine writer (Steven Tanzer, Jancis Robinson, Neal Martin del Wine Journal, i componenti del panel tasting di Decanter) sul reale valore di quest’annata avessero costrutto. O se non si trattasse invece, per il 2001, di un’annata a diverse dimensioni, con esiti che variano da produttore a produttore.

Per cominciare, con il Rosso 2004 (prezzo di vendita in cantina 14,50 euro), che mi sarebbe piaciuto abbinare anche (pensando alla profusione di piatti da tentazione della Tana degli Orsi) agli gnocchi di patate rosse di Cetica con rigatino di grigio casentinese, alla tartara di chianina con fagioli zolfini e funghi porcini, ai cappellacci di porcini e formaggio di fossa al sapore di montagna, mi sono rincuorato/svagato con il naso fragrante floreale vivo, fresco, sapido, invogliantissimo, profumato di mazzetto odoroso, viola, ciliegia nera, macchia mediterranea.
E poi, proseguendo, ho goduto, organoletticamente parlando, beninteso, con quello stile snello, scattante, tutto piacevolezza ed equilibrio tra tannini, frutto e acidità, con la ciliegia succosa e vibrante, con l’estrema pulizia, la dolcezza di quello stile montalcinese che ti fa cogliere il frutto e la sua croccantezza, ma che non manca mai di farti sentire che sei sempre in una zona dove con il Sangiovese, volendo, si può andare ancora più in profondità.

Cosa che ha fatto, puntualmente, con esiti splendidi e splendenti, a prova di euro e insular scetticismi, il Brunello 2001 (prezzo di vendita in cantina ai privati 30 euro), un vino che definirei di classica misura e compostezza e aristocrazia contadina ilcinese, rubino maestoso, profondo, splendente e sinuoso nel bicchiere, naso avvolgente, denso, caldo, cremoso, di morbida eleganza, con il suo corredo, quasi da manuale (o da terroir piuttosto?) di ciliegia nera appena spiccata dall’albero e ancora vibrante di polposa energia, di viola mammola e lilium, di macchia mediterranea, con accenni quasi animali e selvatici ricordi di spezie, sottobosco, una fragranza di frutto e una freschezza, mai spettacolare, ma naturale, bella come sono certe donne, anche se non giovanissime, che non hanno bisogno di trucchi e belletti per apparire belle, da lasciare incantati.

Splendido l’aspetto aromatico, ma cosa dire, perbacco, della grande stoffa maestosa evidente sin dal primo sorso, dei tannini saldi, ma morbidi, vellutati, avvolgenti nel loro proporsi, della ricchezza di sapore, che è terra, frutto, mineralità, humus, speziatura sapiente, di questa espressività, schietta, diretta, essenziale, che fa sì che questo vino offra già baluginanti dimostrazioni di grandezza, nonostante la sua gioventù, e prove dello stupendo potenziale d’evoluzione nel tempo, grazie alla sua spina dorsale, pardon, alla sua acidità ben bilanciata e viva, alla sua godibile beva, che lo rende inconfondibilmente toscano e figlio di Montalcino e della sua terra ?

Di fronte a tre prove tanto convincenti della capacità di questo celeberrimo villaggio senese di tradurre la vocazione in certezza, di dare vita a vini che si pongono davvero come autentici pugni di ferro in guanti di velluto, che danno voce, chiarissima e altisonante e percepibile ovunque, ad un terroir così speciale, devo allora concludere di essere stato fortunato io nel “pescare” bene i Brunello ed i Rosso di Montalcino giusti, quelli che fanno veramente la differenza ?

Oppure, ipotesi più convincente, devo piuttosto pensare che a Montalcino c’è urgenza (nonostante il successo che rischia di ottenebrare le menti e induce a pensare che tutto va bene, madama la marchesa) di fare chiarezza, di tornare all’aureo buon senso e alla giusta misura delle cose, impedendo scorciatoie e divagazioni spericolate e prive di senso, così che in chi assaggia e beve in giro per il mondo i vini di questa terra non possa mai sorgere l’insano e periglioso dubbio che in fondo Montalcino è una terra come le altre e che i suoi vini, in fondo, non hanno poi tanto di speciale ? Meditate gente, meditate…

0 pensieri su “Verifica su Montalcino e sui suoi vini: degustazioni, pensieri e conclusioni

  1. Gentile Franco;
    Abitando al estero, dico grazie per trasmetterci ogni tua impressione e opinione dei fatti a cui ti vieni/vai a trovarti, il tutto ci rende molto vicini e aggiornati.
    Facendo un riepilogo sul articolo, personalmente e parzialmente sono d’accordo sulla tua opinione.
    E vero che anche da noi (Canada)e difficile vendere i Rossi di Montalcino, ma molto piu facile vendere i Brunelli.
    Il fattore principale e qualita/prezzo, cioe il Rosso del 2004 si vende sui $25-$28 e il Brunello 2001 sui $50-$55, diciamo quasi il doppio.
    Tanti Rossi assaggiati in primis non sanno di nulla, semplici,infagottiti, robusti ma senza personalita’.
    Diciamo anche che i Produttori scremano al massimo, perche vogliono farsi strada con il Brunello !
    Ma non e semplice vendere un prodotto cosi giovane, alla meta’ del prezzo del Brunello, e senza la popolarita’del maggiore.
    Comunque Franco e lo stesso problema di altre Denominazioni, si vende bene il Barolo, ma non il Dolcetto, si vende il Chiani C. Riserva, ma e dura per il Normale, si vende Amarone a fiumi, ma Ripasso bisogna sudare ecc. ecc.
    Se i Produttori non si uniscono, ma pensano solo a stare in Cantina a dannarsi come riuscire a incrementare i vini piu pregiati, arriveranno al punto che per i vini base, o strappano le viti, perche le cantine saranno piene, o dovranno venderli sulla strada con la frasca, come si faceva una volta !
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    In riguardo ai inriconoscibili Brunelli, cioe scuri, pesanti, marmellatosi, che ricordano i Nero D’Avola, Montepulciano D’Abruzzo o i Cabernet/Sirah Maremmani, posso dire che la colpa non e principalmente e tutta dei Produttori.
    Io penso che tanti Produttori che stavano nel anonimato, vedendo colleghi che producevano Brunelli che spopolavano sul mercato NordAmericano, perche prendevano punteggi da primedonne bordolesi, si sono lasciati indurre a cambiare strada e stile a tutta fretta, e adesso noi con la nostra aggiornata educazione non accettiamo piu, perche non sono piu Brunelli fatti per noi vecchi europei.
    Siamo arrivati al punto che certi assaggiatori e clienti, i vini li vogliono mangiare non bere.
    Poi va a finire come per il Shiraz Australiano, che assaggia, assaggia sono tutti uguali, e lo apri dopo 5 anni di cantina e ti accorgi che non e cambiato nulla, perforza sono costruiti senza acidita e tannino, ai voglia a invecchiare !!
    Scusa tanto se sono stato tanto lungo, ma e stato un piacere.
    Grazie
    Angelo

  2. Chapeau Angelo, lei vive all’estero, in Canada, ma riesce ad avere una lucidità, una competenza, un’acutezza nel giudicare le cose del vino italiano che molti, pur vivendo in Italia, non possiedono: complimenti vivi e torni a commentare e a scrivere ! f.z.

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