Bonarda Style: l’ennesimo capitolo di una comunicazione cervellotica

Ma cosa succede in Oltrepò Pavese, ai responsabili a vario titolo del Consorzio tutela vini sta andando completamente di volta il cervello ?
Verrebbe da pensare di sì, a giudicare da questo cervellotico comunicato, ennesimo episodio di quella campagna relativo al Bonarda Style con la quale a Broni e dintorni non si sono risparmiati niente, in quanto a stranezze, stravaganze, invenzioni tese a fare della popolarissima, schietta Bonarda oltrepadana, un qualcosa, che dopo aver “cambiato sesso” è diventato IL Bonarda, di cui francamente non si riescono a cogliere né l’identità né tantomeno lo stile.
Leggetevi questo testo, osservate la grafica, perfetta per un bibita gassata, per un long drink, giudicate il linguaggio, l’accostamento tra Bonarda e moda, e fatevi voi un’idea di cosa diavolo stia accadendo. Roba de matt !
f.z.

Provalo con la…suspense

“Sta per accadere qualcosa Bonarda Style. Nei giorni scorsi, una prima selezione di 300 giornalisti ha ricevuto una comunicazione un po’ sibillina (che alleghiamo) riguardo a un’iniziativa Bonarda Style Fashion.
La comunicazione potrebbe sembrare un invito e lo è, ma, volutamente, l’invito riporta soltanto il nome della città in cui si svolgerà l’evento e una data: Milano, 4 dicembre.


Questa volta Bonarda Style gioca con la suspense. L’invito è infatti diviso in 4 step. Il primo annuncia l’essenziale generico. A giorni, seguirà qualche dettaglio in più. Infine, l’iniziativa sarà spiegata nelle sue grandi linee.
Ma per partecipare sarà anche necessario munirsi di un particolare pass, un oggetto – gadget che sarà recapitato direttamente agli invitati. Senza il Bonarda Style Pass, non si entra… dove? Lo si saprà. Per cosa? Leggendo attentamente il primo messaggio, si scopre una novità Bonarda Style, rappresentata dalla scritta “B*On”. Un logo? Un marchio? Un nome? Lo si scoprirà soltanto il 4 dicembre.

Ma qualche altro indizio aiuta chi volesse ipotizzare la tipologia dell’evento: si parla di Fashion e si parla di passerella. Per gli affezionati di Bonarda Style, la soluzione del mistero è vicina, basta scorrere la storia più recente delle iniziative realizzate e trarre le conseguenze.
Una certezza: il 4 dicembre ci sarà, naturalmente, il vero Bonarda originale che nasce solo dai tanti produttori in Oltrepò Pavese.

Data la tipologia dell’evento e le sue caratteristiche organizzative, Bonarda Style non può fare a meno, questa volta, di circoscrivere il numero dei presenti, trasmettendo inviti riservati ed esclusivi. Ma B*On, che nascerà il 4 dicembre a Milano, inizierà subito a presentarsi in tante città italiane, in un calendario – tournée tutto da vedere”.

0 pensieri su “Bonarda Style: l’ennesimo capitolo di una comunicazione cervellotica

  1. …sulle colline Pavesi non perdono mai un’occasione per peggiorare quanto di male è stato fatto in passato.
    Errare è umano, perseverare è oltrepadano, a quanto pare….

  2. E’ stata ripresa la campagna promozionale per IL BONARDA. Sembra invece che il Mondo di Pinot Nero segni il passo.
    La mia impressione e che anche per IL BONARDA non si abbiano le idee chiare. Mi sbaglierò, ma invece di insistere sulle caratteristiche di questo vino, con il cambio di sesso si tende a passare dal gradevole vino da tutto pasto brioso e leggero ad un vino sempre più maschio (appunto), con molto legno e lunghi affinamenti. Si perde in questo modo la vera impronta del vino stesso nel tentativo di far concorrenza (anche nel prezzo) a vini che hanno storia e caratteristiche diverse, forse più adatte per un prodotto “importante”.
    E’ probabilmente una tendenza che vale per molti vini con il risultato che vini leggeri e non impegnativi ce ne sono sempre meno. La cucina va sempre più verso la leggerezza, mentre i produttori di vino vanno in senso contrario.
    Luciano

  3. Non voglio processare l’intenzione, però lo “style” della comunicazione …
    mi occupo di comunicazione da un po’ e quindi un po’ ne mastico. In ciò che scriverò non tradirò il mio spirito di copywriter per cui il fine ultimo è sempre quello di farsi capire, ma nemmeno mi va di farla troppo semplice ai fanatici della genuinità lessicale comunque …
    entriamo nel merito. Chi è sempre pronto a criticare il lavoro altrui il più delle volte sarebbe meglio che pensasse a fare bene il proprio. Se sapete cos’è una copy strategy sapete anche quanto lavoro comporta crearla, realizzarla e dare ad ogni soggetto pubblicitario un forte appeal senza però perdere di vista gli obiettivi e il target group. La campagna in questione se non erro è di Bellentani (agenzia di Voghera), uno nel giro da un bel po’, cade sempre in piedi e in un ambiente come quello della comunicazione (specie a livello provinciale, Dio ce ne scampi) tanto di cappello. Potrei, vorrei, ma mi sembra fuori luogo esprimermi sulla qualità e la professionalità di quest’agenzia. Per chi ama sparare a zero, posso assicurarvi che in circolazione, nel pavese, è sicuramente una delle più qualificate, se poi questa per la zona sia una cosa positiva oppure no, fate voi, io non conosco nessuno di quell’agenzia e non conosco il loro standard, mi limiterò a dire la mia su questa campagna.
    dicevamo Copy strategy, appeal, target group, tutte belle parole nel bagaglio del pubblicitario che però quasi mai arrivano al cliente, nemmeno tradotte in un linguaggio di marketing più “old style”; perché, anche quì, sempre di style si tratta. Il problema è che troppo spesso nemmeno il pubblicitario (o tale sé dicente) sa cosa significhino. Beh, significano, ahinoi, la differenza tra un lavoro ben riuscito e uno mal riuscito. In pubblicità non ci sono lavori fatti benino, o si raggiunge il risultato o non lo si raggiunge, il lusso di dire che la campagna è “bella”, “bellina”, “niente di speciale” o “bruttina”, non è altro che un di più ininfluente per l’azienda o il marchio pubblicizzato, al massimo rimane un orpello feticista per creativi ingordi di riconoscimenti. La campagna Bonarda Style mi pare “bruttina”, è il mio giudizio e ho appena detto quanto può valere ai fini del raggingimento dell’obiettivo stesso di chi promuove il marchio. Apprezzabile forse il tentativo di ringiovanire un’immagine un po’ ammuffita, per alcuni sarà stata una mossa audace, per altri incosciente, definitela come vi pare, il fatto è che in questo momento non abbiamo in mano nulla di concreto per dire se questa nuova immagine farà bene o male alla bonarda. Se proprio vogliamo bacchettarli un pochino, forse non era il caso di spiegare l’operazione in un comunicato stampa (forse i comunicati stampa si scrivono in un altro modo, ma questo è tutta un’altra questione). Che diavolo di suspance c’è se mi dici già che centra con le moda, le sfilate, la passarella, che è a Milano e tutto il resto; se poi non è così? che fai mi prendi in giro? … e no, non è così che i teorici della pubblicità te la insegnano. Forse avrebbero dovuto fare un invito dai contenuti un po’ meglio elaborati, in modo da non lasciar trapelare troppo, ma certo da non dover spiegare con un comunicato stampa successivo. Sarebbe come fare un bel pacco regalo per poi allegargli un biglietto di spiegazioni su quello che troverete dentro.
    Lo strumento che si è cercato di usare si chiama ‘teaser’, anche se un po’ inusuale in casi del genere, soprattutto con un budget pubblicitario che non penso sia milionario. Il teaser deve creare l’attesa di qualcosa dandoci un frammento di informazione ogni tanto, così da tenere alto il livello d’attenzione e via via che ci si avvicina all’evento avvicinarsi anche alla sua comprensione. Ormai lo usano un po’ ovunque e perché funzioni è necessario che il pubblicitario mostri delle belle performance creative. Spero di sbagliarmi, ma secondo me questa campagna non funzionerà. Insomma, in pubblicità non lo sò, ma a tavola la bonarda sembra funzionare ancora. Magari se avessero usato questo messaggio …

  4. Il mio precedente commento sulla comunicazione di Bonarda Style ha subito la stessa sorte della campagna pubblicitaria in oggetto: è stato definito “cervellotico” e pieno di espressioni tecniche poco comprensibili. Me ne scuso.
    Cercherò quindi di sintetizzare e semplificare all’estremo il mio pensiero, evitando di un linguaggio troppo specifico.
    La campagna Bonarda Style non è da condannare indiscriminatamente, anzi bisognerebbe apprezzare maggiormente il tentativo di dare una nuova connotazione ad un’immagine fin troppo stagnante.
    Dire che questa soggetti pubblicitari fanno schifo è lecito, ma è puramente una questione di gusti. Allo stesso modo potrei dire che “a me il vino fa schifo, la birra invece mi piace”. In questo caso ipotizzando che esca una campagna pubblicitaria ben fatta sul Brunello di Montalcino questa parlerebbe un linguaggio che non è il mio, non abbraccerebbe i miei gusti e le mie esigenze, non gli fregherebbe nulla di attrarre la mia attenzione perché a me comunque del vino non frega nulla, io bevo la birra.
    Da quello che ho visto della campagna Bonarda Style secondo me tutto si può dire tranne che non sia chiara. Dice chiaramente che il vino bonarda è un vino allegro, giovane, senza troppe pretese, insomma un’ottima alternativa per un happy hours. È vero? Non è vero? Non è questo il punto. Il punto è cosa si vuole ottenere da questa misura di comunicazione.Mi sembra palese che questa non sia una campagna di fidelizzazione, ma di riposizionamento. Cosa c’è di cervellotico in tutto questo?! Insomma qui il pubblicitario ha fatto il suo sporco lavoro, magari senza eccellere in creatività, ma nemmeno “toppando alla stragrande”. Non è il pubblicitario che decide chi può essere interessato o meno al prodotto, lo decide chi fa la politica di marketing. Quelle che dirò è un’ovvietà, me ne rendo conto, ma, concedetemi la pignoleria, marketing e comunicazione non sono la stessa cosa ed è bene che non si faccia sempre confusione, sennò va a finire che nel non distinguere nulla, come al solito o “è tutto un casino” o “fa tutto schifo”. Chi ha voluto questa campagna non credo abbia cercato di comunicare con chi di vini se ne intende o con chi già apprezza il vino in questione, così come non credo che abbiano voluto prendersi la croce di promuovere un intero territorio, sarebbero dei folli. Hanno semplicemente cercato di ritagliarsi una nuova fetta di mercato. Non è tanto cervellotico. Io l’avrei pensata diversamente, un po’ meno scontata, avrei sfruttato canali di comunicazioni più vicini al destinatario del messaggio, l’avrei pure fatta un po’ più bonarda e un po’ meno oltrepò.
    E’ tutto. Non vi apparirà una grande sintesi, ma dicendo meno avrei rischiato di banalizzare troppo.
    Salute.

  5. …mi occupo di comunicazione da un po’ e quindi un po’ ne mastico. In ciò che scriverò non tradirò il mio spirito di copywriter per cui il fine ultimo è sempre quello di farsi capire, ma nemmeno mi va di farla troppo semplice ai fanatici della genuinità lessicale comunque …
    entriamo nel merito. Chi è sempre pronto a criticare il lavoro altrui il più delle volte sarebbe meglio che pensasse a fare bene il proprio…”
    Uno che inizia un discorso così è già tutto un programma.Scommetto che sul biglietto da visita avrà srcitto “prof.dott.copywriter”.Che problema è se il Consorzio Bonarda ha sbagliato campagna è o non è un Consorzio.Quindi qualcuno pagherà e sappiamo già chi è. Il responsabile ( a differenza di una azienda privata)non si troverà mai!E l’omo campa !!!

  6. Caro Marino
    chiunque tu sia, se intendi esprimere un parere su altri tuoi colleghi abbi almeno la buona creanza di postare anche i tuoi recapiti, anche perchè parlare o sparlare di un progetto e non sapere nemmeno chi l’ha realizzato non mi sembra del tutto corretto. Comunque detto questo resto dell’idea che promuovere il vino è una cosa seria, perchè il vino è una cosa seria! Se invece la tua intenzione è iniziare a lavorare per il consorzio… be’ questa non mi sembra la strada migliore. Prendo l’occasione per segnalarvi un mio articolo pubblicato su http://www.inoltrepo.it relativo all’argomento in questione.

    Saluti a tutti, soprattutto all’amico Franco.

    Patrizio Chiesa
    patrizio.chiesa@iagency.it
    Portale Turistico Oltrepopavese.it – http://www.oltrepopavese.it

  7. Marino si qualifica copy e non abbiamo ragione di dubitarne, anche se un trittico di svarioni di scrittura (quì e sò con l’accento e suspance in luogo di suspence) ce lo rivelano – ahinoi – scarsamente brillante a districarsi nelle pastoie della grammatica nazionale ed estera, dote che per contratto, di norma, viene richiesta a un copy di almeno discreto livello. Ma forse si tratta soltanto di fretta e distrazione, le stesse concause che gli hanno impedito di scrivere correttamente il nome della nostra agenzia (Bell&Tany) e gli hanno fatto attribuire a noi l’ideazione e la gestione della campagna Bonarda Style, che non ci appartiene né per budget o creatività né soprattutto per… style.
    Ci preme soltanto precisare che se è vero che grazie a Dio e alle nostre capacità siamo in giro da un bel po’, non si può dire che noi si abbia l’abitudine di cadere sempre in piedi, espressione criptica che però presumiamo voglia dire che siamo avvezzi a prestar opera ad ogni condizione ed a qualunque costo, insomma un modo gentile per equipararci ad autentiche iene della comunicazione.
    Che lo creda o no, caro Marino, nei nostri uffici si respira un’aria professionale ma non ce la tiriamo troppo, si inventano inviti che funzionano da inviti, manifesti destinati a essere manifesti, brochures impaginate come brochures, siti internet che non sono videogames, pagine pubblicitarie che non promettono miracoli; non abbiamo mai cambiato il genere a un vino (abbiamo saputo resistere alla tentazione di inventare “la” chardonnay…); si lavora anche duramente ma senza mai perdere di vista la serenità e il confronto, secondo una scala di valori che si ostina a non mettere al primo posto soltanto il profitto. Non legga nelle nostre parole alcun intento polemico, anzi: ci venga a trovare, per conoscerci meglio e trascorrere un paio d’ore in piacevole conversazione. Il vino, unica condizione, lo mettiamo noi. Naturalmente Bonarda.

    Bell&Co.

  8. Mamma mia, ho un po’ di paura, se vi posto i miei recapiti che fate, mi mandate un killer?! Questo è un blog, mi pare, e siamo qui (mi ci metto dentro anch’io anche se mi pare proprio non mi vogliate) semplicemente per parlare, non per denunciare, condannare o impallinare chicchessia. Non mi conoscete, quindi per favore non andate sul personale, io non l’ho fatto e nemmeno lo farei con la cattiveria che mi state dimostrando o che sembrate imputarmi, per alcuni aspetti posso aver ecceduto, ok, ma vi assicuro che se avessi immaginato questa reazione avrei pesato anche le virgole. Mio Dio, perdonatemi non sapevo quello che stavo facendo.
    In ogni caso, caro Rocco, sul biglietto da visita non ho scritto “prof.dott.saputello” anzi se ho un difetto è proprio quello di essere fin troppo umile, chi mi conosce lo sa bene. Sig. Chiesa, non mi pare nemmeno di essermi proposto per lavorare con il consorzio tutela vini, non lo farei certo in questa sede. Non li conosco, non avrei alcun diritto di esprimermi negativamente nei loro confronti, non credo di averlo fatto, così come non credo di aver parlato male di alcuni miei colleghi, tutto il contrario, sto cercando di difendere una campagna che tutti sembrate condannare. E’ il mio parere, prendetelo così senza offendervi, vi ho solo detto perché secondo me questa campagna non è del tutto insensata, ma nulla toglie che io possa sbagliare, magari perché non conosco tutti i retroscena e tutti i fatti, potrei anche cambiare idea, potrei sbagliare ancora, me ne scuso in anticipo. Mi scuso anche per qualsiasi inesattezza posso aver scritto, in effetti ho solo detto che quella campagna “mi sembrava fosse” di un’agenzia. Ebbene, ho sbagliato? capiterà anche a voi suppongo, ma il contenuto della campagna è lì, la vedono tutti, ne avete parlato e su ciò che ho visto in giro e su ciò che avete scritto ho espresso qui un’opinione, l’argomento mi interessava, è un blog, non mi pare d’averla fatta così grossa. Con ciò sono anch’io dell’idea che il vino sia una cosa seria e che la comunicazione che serve a promuoverlo la sia anch’essa e penso anche che la comunicazione in generale sia una cosa seria, non può certo essere “Pop art”, Sig. Chiesa chiunque le abbia fatto questa osservazione credo le abbia detto una cavolata, ma anche questa è solo una mia innociente ed innoqua opinione. I pubblicitari di solito sono persone serie e presumo lo siano anche quelli della campagna in questione, non penso abbiano voluto fare arte, l’arte è fine a sé stessa, la pubblicità invece è funzionale ad un obiettivo, ma lo ribadisco, il mio è un mero pensiero, non mandatemi sul Golgota. Credetemi, nonostante tutto quello che mi avete scritto sono convinto che anche tutti voi siate persone serie, consentitemelo, magari pure troppo.
    Sig. Chiesa, avevo letto il suo articolo, mi era piaciuto anche se non condividevo tutto; è lecito non essere sempre d’accordo, o anche qui rischio la croce? … speriamo di no, non sono votato al martirio.
    Detto ciò tolgo il disturbo, sperando di aver risolto ogni incomprensione. Se capiterà vi leggerò ancora volentieri perché sono dell’idea che le opinioni altrui, condivisibile o meno, sono comunque un’arricchimento.
    Spero di avere il piacere di conoscere meglio ciascuno di voi, ma sia chiaro, se volete ancora azzannarmi preferisco rimaniate a cuccia nel vostro blog. Scherzi a parte …
    Un saluto sincero.

  9. Vi rubo ancora due righe, poi non mi sentirete più.
    Sig. Bellentani, so come si chiama la sua agenzia e le assicuro che con l’espressione “cade sempre in piedi” volevo solo farle un complimento, dal mio punto di vista, resistere in un mercato difficile per così tanti anni è assolutamente lodevole, non ho la sua esperienza e non mi permetterei di definire lei e il suo team “non professionale”. Credo di saper fare bene il mio lavoro ma sono un essere umano e mi capita anche di scrivere “innociente” al posto di “innocente” (vedi post precedente), sono della generazione dei word con correttore automatico, ma sa meglio di me che scrivere un pubbliredazionale o una body non è come postare un commento o scrivere una mail, spero non voglia accanirsi contro di me fino a questo punto; le pastoie della grammatica infliggono colpi fatali quando meno te lo aspetti e, ahimè, mi è capitato di prendere anche qualche “appena sufficiente” nei temi a scuola; mi hanno fatto crescere anche loro. Non negherà che sulla piazza se ne vede davvero di ogni, per carità, ci sta pure che lei mi metta in questo pentolone di ciarlatani, tra fotografi che fanno gli art director, account che che si spaccian per creativi, ex venditori di cravatte che si mettono ad organizzare eventi, ecc. Ribadisco non volevo mancare di rispetto al suo lavoro, né al lavoro di nessun altro in questa sede. Comunque se lei ci mette il vino lasci a me il piacere di metterci almeno il caffè.
    Di nuovo un saluto.

  10. Ancora nulla?! Vi aspetto al varco … vi do un aiutino: tutti i copy del mondo si rivolteranno nella tomba.
    Vabbè, è stato un piacere.

  11. Caro Marino
    ti invito, qui pubblicamente, all’agriturismo Paideia, dove potrai così assaggiare la cucina di mia moglie Claudia, sperando che non sia l’unica cosa che potrai apprezzare…

    Aspetto tue via e-mail. Magari allarghiamo l’invito anche al Sig. Bellentani. Cordiali saluti, Patrizio

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