L’estate è finita, ma la mia passione per i rosati non va in letargo

Anche se il vero freddo invernale non è ancora arrivato non v’è alcun dubbio che l’estate, (le lunghe estati che proseguono sino ad autunno inoltrato di questi ultimi anni) sia finita. Cionostante, a smentire un luogo comune che li vorrebbe confinati al ruolo di “vini per l’estate”, da consumare in abbinamento ai piatti della cucina della bella stagione, anche se siamo a novembre, in pieno Novello e Beaujolais nouveau moment, io continuo a bere, anzi a godermi, vini rosati.

Nostalgico dei trenta gradi e delle insalate di riso, delle paste fredde, delle verdure grigliate, delle parmigiane di melanzane che solo tre mesi fa costituivano il classico mariage per questo tipo di vino ? Niente affatto. Molto più semplicemente continuo ad essere persuaso che i rosati possano essere piacevolmente bevuti in ogni stagione e che possano sposarsi benissimo ad una ricca gamma di piatti che possiamo gustare nell’intero arco dell’anno.

Volete un esempio ? Su una zuppa del saporito cavolo nero proveniente dall’orto del caro amico Gianni Bortolotti (il mio selezionatore di fiducia di Fontina) a Gignod in Valle d’Aosta, ho arrischiato, vincendo tranquillamente la scommessa, un rosato toscano, anzi chiantigiano, a base di Sangiovese e Canaiolo e di grande carattere come il Cetamura Igt Toscana 2005 di Badia a Coltibuono, mentre su una gustosa pizza alla peschiciana (da Peschici, capitale del Gargano) opera di Giuseppina Siani, grande virtuosa del gelato, insieme alla mamma Lucrezia, presso la gelateria La Pina gel di Bergamo (se amate il gelato vero non potete mancare di farci tappa e dopo averlo provato almeno una volta non potrete mangiare altro gelato), mi sono deliziato con il Salento rosato Igt Taranta 2005 dell’azienda agricola Vetrere di Taranto. Una vera scoperta, per cui devo ringraziare un lettore, Antonio Tomacelli che me l’ha segnalato e me la fatto conoscere, inducendomi ad inserire questo Taranta (che prende nome da una celebre danza rituale etnica del Sud e del Salento in particolare) nel Gotha dei miei rosato salentini preferiti.


Cosa mi hanno raccontato questi due vini, abbinamenti perfetti per i due piatti su cui me li sono piacevolmente giocati ?
Il Cetamura che con masse selezionate, ottenute per sgrondo di uve Sangiovese e Canaiolo, vinificate in tini di acciaio, si possono ottenere, nel cuore del Chianti Classico, vini di grande personalità, profumati di territorio, che ci fanno riscoprire quella schiettezza, quel nerbo, quella naturalezza e incisività d’espressione, che troppi Chianti Classico, votati alla causa dell’importanza, di un’idea di vino complesso e impegnativo, hanno dimenticato.

Rosso rubino cerasuolo sangue di piccione, naso sapido, vivo, floreale, con viola e mandorla in evidenza, molto diretto, nitido, con buon sviluppo di frutto croccante e poi una bocca di buona dolcezza e articolazione, con salda struttura tannica, una notevole lunghezza ed un finale lungo, teso, dove ritornano le note sapide ed il leggero, piacevolissimo amaro della mandorla.

Il Taranta, invece, che poi ho abbinato con ottimi risultati anche ad un arrosto di vitello, mi ha regalato, con il suo mix di uve Negroamaro e Malvasia nera provenienti dall’area di Monteiasi, Montemesola e zone limitrofe della provincia di Taranto, mi ha ricondotto alla dimensione solare del frutto maturo, polputo e carnoso, ad un’idea del rosato con dimensioni quasi da rosso e non solo per la ricchezza alcolica (14 gradi, ma perfettamente equilibrati e armonizzati con tutte le componenti del vino), ma per l’ampiezza, la larghezza, la succulenza, per la generosità del porsi.

Color rubino cerasuolo corallo acceso, che risalta ancor più nella bottiglia dal vetro chiaro, di grande luminosità e brillantezza, il Taranta si propone con un naso vivo, pieno, all’insegna dei piccoli frutti rossi ben maturi (ma non sovramaturi), lampone e ribes in particolare e poi ciliegia, di notevole spessore e densità e di sorprendente nitidezza.
Il meglio viene poi dalla fase gustativa con un frutto ampio, caldo, succoso, una polpa molto consistente, un’ampia tessitura e articolazione pluridimensionale, che viene ravvivata e tenuta nervosa, sempre tesa, scattante, da una bellissima dialettica tra dolce e salato, con una prevalenza del sapido che riesce ad innervare la morbidezza e la “polpante polposità” come potrebbe dire qualche fantasioso scrittore di cose vinicole, del frutto.
Un rosato di sorprendente duttilità, come dimostra il suo comportarsi benissimo sia sull’arrosto di vitello che sulla pizza, ben fatto, opera di un’azienda da tenere d’occhio.

Rosati anche in novembre dunque ed una passione per “le vin en rosé” che non va in letargo. E come potrebbe signori miei, se si considera che questi vini escono dalla cantina ad un prezzo, per i ristoratori e gli operatori, intorno ai quattro euro e mezzo ?

Badia a Coltibuono
Tel. 0577 746110
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Azienda Agricola Vetrere
Tel. 099.5661054 Taranto
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0 pensieri su “L’estate è finita, ma la mia passione per i rosati non va in letargo

  1. Ma dai, Franco, chè meraviglio di rosato ci hai descritto!!! Sai bene come condividiamo la passione per i rosé, ma questo colore del Taranta è una vera esplosione!!! Cercho di trovarne una bottiglia.
    Complimenti anche ad Antonio Tomacelli, che te l’ha fato conoscere.
    Joan

  2. Franco, ti scrivo dalla regione (anzi, dal département) che produce più rosato di tutto il mondo… e fortunatamente in questo lago, in questo mare di vino ce ne sono di rispettabilissimi, e direi dalla mia esperienza, oggettivamente i migliori del mondo. 😉

    Quando vieni ad assaggiarne?

  3. pure io ho seguito i consigli di Mike ed
    ogni tanto apro una delle tante bottiglie
    di Bandol acquistate nella sua zona.
    In cantina ho anche una bottiglia di Rogito,
    rosato da 100% Aglianico del Vulture della
    cantina del Notaio di Barile.
    Non è un strano un rosato passato in barrique
    (anche se al terzo passaggio)?
    Qualcuno lo ha già assaggiato.

    Franco

  4. Io l’ho assaggiato e mi ha lasciato un pò perplesso…
    Sembra più un rosso scarico, ma pare fosse in uso in passato salassare l’aglianico e farne un vinello di pronta beva.
    La verità è che rispetto ad altre zone vitivinicole d’italia, (vedi senza allontanarsi la Puglia) la zona del Vulture è “condannata” a produrre solo aglianico, il che vuol dire che per mettere su una linea di 5 o 6 vini bisogna fare i salti mortali e inventarsele tutte.
    Pensa per esempio alla zona del Barolo e dimmi se qualcuno si permetterebbe mai di piantare dello chardonnay!
    E allora giù con l’aglianico riserva, l’aglianico doc, l’aglianico di secondo passaggio, l’aglianico di terzo, il passito, lo spumante ed il rosato…….ma quello sempre aglianico è!

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