Maremma, ma quanto so’ “bischeri” questi di Wine Spectator ! Ancora sui Top 100

Maremma maiala, ma quanto sono “bischeri”, grulli e bietoloni e come non si stancano mai di dimostrarci ampiamente quanto lo siano, quelli di Wine Spectator !
Non gli bastava premiare (vedi) come miglior vino del mondo il Brunello super new wave firmato dallo des Starönologen italico, il baffuto Carlo Ferrini, e collocare al nono posto della loro comicissima classifica dei Top 100 (top, ma de ché ?) un altro vino, il Super Tuscan “Il Blu” della Brancaia, che si avvale delle cure del wine maker attualmente in testa (superati i Cotarella, i Chioccioli, i Pagli e tutta l’altra enologica concorrenza) nelle preferenze non solo delle solite guide italiche ma della rivista che quelli bravi ed ecologicamente corretti definiscono “autorevole” (un par de ciufoli), magari stringendo la boccuccia a cuore per apparire più sussiegosi…

‘Sti fenomeni di Wine Spectator quali altri vini hanno mai scelto per formare l’italian team dell’edizione di quest’anno della loro comica graduatoria ?
Altri due vini "targati Ferrini", l’Oreno 2004 della tenuta aretina Sette Ponti, ed il Torrione 2004 della, sempre aretina, Fattoria Petrolo, (sarà un caso che il responsabile delle degustazioni e valutazioni di vini italiani, James Suckling, viva proprio in provincia di Arezzo a San Giustino Valdarno?) e poi, oltre a vini sicuramente buoni ma non certo trascendentali o degni di figurare tra i cento migliori vini del mondo, come l’Alto Adige Pinot bianco 2005 di Alois Lageder, l’Irpinia Falanghina 2004 di Terredora, il Barolo 2001 di Pio Cesare (buono, ma quanti altri Barolo 2001 sono meglio !), e all’ottimo, soprattutto in considerazione dell’annata, Vino Nobile di Montepulciano 2003 di Avignonesi, una triade di Brunello di Montalcino 2001 che gridano vendetta al cospetto di Bacco.

Sono il modernissimo, bordolese per ispirazione e per stile (anche se il produttore, a differenza di altri, continua a lavorare, ci metteremmo la mano sul fuoco, con il solo Sangiovese previsto dal disciplinare di produzione, dalla dignità e dalla decenza), Brunello 2001 di Siro Pacenti, il Brunello Castelgiocondo della Marchesi de’ Frescobaldi ed il Brunello 2001 del presidente del Consorzio del Brunello, il simpatico Baldassarre “Sarrino” Fanti. E con ciò la rappresentanza italiana è conclusa.

Ma come si potrà mai prendere sul serio e non ridurre al rango di barzelletta una classifica che quando sceglie il Brunello non ha nemmeno il fegato di premiare il Brunello al quale nel corso delle degustazioni è stato assegnato il punteggio in assoluto più alto (i 98/100 toccati al Brunello di Montalcino 2001 di Valdicava) e premia invece vini pensati per lo stile ed il mercato internazionale e americano che con la storia, l’identità, la personalità, il carattere (chiamatelo come diavolo volete) del Brunello come siamo abituati a conoscerlo e ad amarlo c’entrano come i cavoli a merenda, come Prodi o Berlusconi (tanto cambia ben poco) presidenti del Consiglio, oppure come Ricardo Oliveira come "sostituto" di Andriy Schevcenko nell’attacco del Milan ?

Se c’è qualcuno che può gioire per le “bischerate” plurime e gli stravaganti responsi della rivista born in Usa è solo “l’enologo vincente”, o meglio, come scrive sussiegoso qualche importante organo di stampa, la ”grande firma toscana, che crea ben quattro tra i vini della Top 100 del Wine Spectator” alias il toscano Carlo Ferrini (nelle foto sopra e sotto, con tanto di baffo ben pettinato), che afferma e conferma la propria indiscutibile expertise e capacità di confezionare vini su misura di quel gusto americano di cui la “autorevole” rivista è organo, araldo, portavoce, simbolo.

Gioisca Ferrini, ma per gli appassionati di vino vero, di quel vino che riassume, racconta, esalta, celebra un terroir, che è sangue, sudore, lacrime spesi in vigna ed in cantina, e non abile progettazione nel laboratorio dell’enologo e negli uffici marketing, pubblicità e pubbliche relazioni, questa della Top 100 di Wine Spectator è solo l’ennesima conferma che mala tempora currunt e che ‘a nuttata, ha ancora da passà… Quando il vino italiano potrà finalmente uscire “fuori dal tunnel” ?

0 pensieri su “Maremma, ma quanto so’ “bischeri” questi di Wine Spectator ! Ancora sui Top 100

  1. Grande articolo!!
    Aveva proprio la mosca al naso!
    Quanto alla classifica, non potrei giudicarne l’esito essendo prodotti che non conosco, anche perché a prezzi alti e anch’essi costruiti. Più in generale credo che Classifiche su i vini migliori siano assolutamente una perdita di tempo, da un punto di vista del vino. Meglio farle tra amici. Invece dette classifiche sono un ottimo strumento dal punto di vista del marketing. Ma questo è un altro discorso.
    cari saluti

  2. Ah ma guarda Franco che il Tenuta Nuova è un ottimo vino.Solo che non è un brunello.Dovrebbe essere IGT Montalcino, pero’ ovvio che la den Brunello è tutt’altra cosa e si vende meglio.

  3. C’è un piccolo problema. Noi italiani siamo da tempo filo-americani, tant’è che ora abbiamo anche halloween!
    Non solo, ma se andiamo a vedere le “nostre” guide ai vini, non è che si vada tanto meglio…
    E vogliamo parlare dei termini usati? Da trend a co-branding non c’è più spazio per l’Italiano, lingua che si sta sempre più dimenticando.
    Il fatto che abbia successo un vino italiano come collocazione geografica ma americano come stile è solo uno dei mille esempi di dove siamo andati a finire.

  4. Mi piace a questo proposito ricordare un bell’articolo intervista a Giulio Gambelli, apparso sulla rivista “Il Chianti e le terre del vino” sul numero di ottobre. Mi e’ stato spedito da un amico e l’ho appena letto. Che gran signore e’ quello. Un vero Maestro.

  5. Ciao Franco, concordo con l’articolo, ma non con l’intervento del solitamente avveduto RoVino, al quale rispondo. Guarda che il dramma non sta tanto nel fatto che abbia vinto un vino “italiano per collocazione geografica, ma americano come stile” come giustamente lo hai definito. Quello al limite è anche normale se pensi che la “classifica” è fatta da americani ed è rivolta principalmente agli americani.
    Il dramma vero sta nel fatto che molti nel mondo (e quindi anche in Italia) ritengano questa classifica “autorevole” a livello planetario, mentre può essere autorevole al massimo (e forse) per un palato ed un cervello americani e basta.
    Carlo Ferrini poi, è l’enologo perfetto per il tipo di prodotti che l’americano si aspetta, e al limite posso pure essere contento del fatto che in America i suoi vini venderanno il triplo grazie alla “classifica”, anche se personalmente non sono proprio i vini che metterei nella mia cantina. Pensa che una volta ad una degustazione guidata dal Ferrini (chiaramente dei vini di una sua azienda), lo stesso portò campioni da botte di vini pre-assemblaggio di varietà diverse. Ne portò 7 o 8, (fra cui Mouvedre, Alicante, Petit Verdot…) e quando gli chiesi “ma il Sangiovese?” lui mi rispose “non l’ho portato, era troppo banale”. Non è proprio il mio tipo di filosofia, e i suoi vini (buoni, corretti e tutto quello che vuoi) non mi entusiasmano.
    Sintetizzando: all’americano non gli frega niente di cogliere il lato vero del Sangiovese, ma vuole il vino che lo soddisfi istantaneamente. Vogliamo fargliene una colpa? Certo, potremmo, ma dovremmo prima interrogarci sul perchè una “loro” classifica venga esibita come trofeo qui da noi.
    Saluti!

  6. Come italiani non dobbiamo cadere nel difetto tipico degli americani: banalizzare ed uniformare ogni cosa. Capisco tutte le critiche a Wine Spectator, a Robert Parker e a un certo tipo di consumatore americano medio (e mi associo).
    L’america però è un paese grande e complesso e non ci sono solo WS e RP. Ci sono tanti piccoli operatori che importano vini di vignaioli e che conoscono i nostri vitigni autoctoni meglio di tanti italiani. Ci sono anche consumatori attenti e disposti a spendere molti soldi per vini tradizionali, veri e di territorio.
    E poi, siamo sicuri noi italiani di premiare vini tanto diversi o di avere consumatori tanto più all’avanguardia e preparati? Il nostro consumatore di vino di fascia medio-bassa beve ancora Tavernello, il loro beve birra ma se beve vino beve vini argentini, australiani o italiani di livello discreto.

  7. Preoccupiamoci invece caro Corrado!
    Quando agli americani piaceva il vino legnoso giù tutti in Italia a comprar barrique che quando bevevi sembrava di ciucciare le gambe delle sedie…..
    Mo’ gli piacciono le marmellate della nonna e giù tutti a fare confetture!
    E tutto per le 50.000 bottiglie di Casanova che adesso faranno da esempio per gli altri.
    Insomma per gli americani, o legnoso o fruttato basta che non sia “VINO”
    Un atroce dubbio mi fa venire i brividi alle unghie………il giorno che sucling scopre il lambrusco dolce frizzante, qui siamo tutti fottuti!!! Aiutooooo

  8. Caro Antonio, Mondovino è stato fatto da un americano (sebbene di origine francese), non mi risulta che nessun regista italiano abbia mai fatto un film “critico” sul mondo del vino. Anzi, quando andò in onda la puntata di Report dedicata al vino fioccarono le querele (tutte italiane) contro RAITRE, a difesa di mosti concentrati e compagnia bella. Se i produttori italiani comprano barriques o, peggio, usano CHIPS per piacere in America i coglioni sono i produttori italiani, che hanno una storia, non i consumatori americani che da poco si stanno affacciando al mondo del vino. Io vendo vino in America da 5 anni a un importatore che ha solo vini ABC (anything but chardonnay – tutto tranne chardonnay – a voler significare che in molti sono stufi di chardonnay californiani che sanno solo di vaniglia). Nella sua carta vini ci sono solo vitigni autoctoni, e sto parlando di Vermentino, Terrano, Malvasia, Verdicchio, Albana, Montepulciano… Non di Nebbiolo o Sangiovese.
    Sono i produttori, i vignaioli, purtroppo, a dover scegliere la strada più tortuosa, quella di essere anche “educatori” ad un bere autentico e sano, stante l’esistenza di giornalisti sempre meno obiettivi. Ma questo vale sia per l’America che per l’Italia, sia per il vino che per qualsiasi altro prodotto.

  9. E’ ridicolo valutare vini secondo il proprio gusto personale ed etichettarli come i migliori dl mondo. Ancor più ridicolo è che dei produttori abbandonino la propria identità culturale e territoriale per inseguire a suon di trucioli e di rovere americano il successo oltreoceano.

  10. Stefano, io credo che un modo per i viticoltori di essere “educatori” sia quello, per esempio, di non scimmiottare in continuazione il marketing dell’industria. Fare una comunicazione differente. Smetterla di parlare di legni e profumi e raccontare la Terra e le Stagioni. Nelle fiere, grandi e piccole. Nelle degustazioni. Con i clienti. Con quelli importanti e con quelli meno importanti. Smettere la giacca e la cravatta da finanzieri che dominano il Vinitaly e vestire i panni del vignaiolo (è una metafora, ovviamente).
    In questo senso ammiro ciò che fanno i vignerons indépendants in Francia.

  11. Da vignaiolo vedo la realtà da due angolazioni diverse:
    Da una parte la volontà di produrre vini legati al territorio, cercar di fare vini Italiani come cerchiamo di fare noi. Le guide non ci aiutano: si comincia a riparlare di frutto e freschezza, ma si premiano le marmellate, il gusto di chi degusta, scusatemi il bisticcio, è AMERICANO, o, e questo io non lo so, le guide hanno paura di scegliere strade diverse.

    Dall’altra parte, un’ azienda vive sulle vendite sul fatturato. In Italia la ristorazione non paga, o paga in tempi geologici, mettendo il vignaiolo in difficoltà. Il ricarico che i ristoratori e le enoteche applicano è troppo alto per il consumatore medio; il vino non gira e i pagamenti si allungano. Vi sono produttori che hanno in passato alzato i prezzi in percentuali a due cifre per anni, rovinando il mercato e lasciando quote libere ad Argentini, Cileni ecc. che producono bene e a prezzi ragionevoli.
    Adesso siamo in difficoltà, e non ci si può lamentare se alcune aziende fanno delle scelte guardando più al mercato che alla tipicità. D’altra parte il mercato anmericano è quello più florido e redditizio.

    Si dovrebbe cambiare molto, dalle guide al modo di presentare i vini, al servizio che l’azienda da al cliente ecc..
    Io intanto vendo in America il 90 % della mia produzione…

    Giuseppe Mangiarotti
    Gritti SS
    Umbertide PG

  12. E meno male che ho potuto tirare una boccata d’aria buona (di buon senso) grazie a quest’ultimo commento di Giuseppe (i cui vini sono, tra parentesi, meritevoli di un’attenzione che – guarda un po’ – la “critica ufficiale” italiana non gli dà. Come mai? E’ un altro discorso, lo farò altrove). Ho letto cose tra questi commenti che… ma porca puttana, ma non vi accorgete (molti di voi che avete scritto qui) di quanto “ideologici” siano i vostri commenti? E l’americano e il non-americano, e il legno che è colpa degli americani (ah sì? A me pareva che l’uso delle barriques fosse una roba francese…), e l’enfasi sul frutto lo stesso (ah sì? A me risulta che quando da noi si rivalutava “giustamente” il frutto in America si fosse ancora all’enfasi sul legno) ecc. ecc.
    Fino (perdonami Stefano!) all’aberrazione più clamorosa: “Vorrei capire bene come facciamo noi piccoli produttori ad essere educatori ad un bere autentico e sano.” COSA COSA COSA?!? Produttori che mi “educano”? Ma dico, ma stiamo scherzando? E nessuno che si scandalizza del fatto che un linguaggio così possa apparire “normale”?

    No, non è normale, ed è il sintomo di una pericolosissima deriva tutta italiana, fatta di un misto di presunzione e di incapacità, di intolleranza e di saccenteria, a nascondere “le pezze al culo” cui (anche nel mondo del vino) siamo ridotti. Roba da matti! Ebbene, sentite qua: io, che amo mangiare bene e bere meglio, “secondo i miei parametri”, NE HO PIENE LE PALLE di ristoranti in cui è lo chef che “mi mette alla prova” per vedere se capisco “la sua cucina”, tanto per dire. E ne avrei strapiene le palle anche di produttori di vino, di giornalisti di vino, di mercanti del vino, di “esperti” del vino che “mi mettono alla prova” per vedere se i miei gusti sono “educati”, e cioè (in realtà) *coincidono*, com’essi vorrebbero, con quelli loro.

    Ecco, direi che questo post di Franco, con la sua raccolta di commenti, racchiude in sé il perché della crisi non direi soltanto del vino italiano, ma del made in italy tout-court (in alcuni settori, vedi vino e food, già reale, in altri potenziale): l’incapacità, la non volontà di costruire, innovare, creare (capacità tutta rinascimentale e tutta italiana, un tempo), di confrontarsi con l’altro su un piano di umiltà e di parità, per imparare e “rubare con gli occhi” (come un tempo facevano i nostri migliori imprenditori e artigiani) da chi sta facendo meglio di te. E in parallela crescita la presunzione, la saccenteria e la lagna inconcludente di chi se la prende col mondo che “non mi capisce”.

    Stefano, poi fai come vuoi: ma se decidi di fare il produttore di vino, grande o piccolo non importa, fai una cosa, vedi di fare il vino come si deve, di farlo come piace a te, o come decidi tu di volerlo, affari tuoi. Se poi mi piacerà me lo comprerò e ne sarò felice. Ma non ti azzardare a darmi dell'”ineducato” solo perché a me quel vino magari non piacerà per niente, ok?

  13. E ti dirò di più caro Antonio, tra quelli che criticano le 50000 bottiglie di Brunello incriminate ci saranno anche quelli che beneficeranno dell’ aumento delle vendite di Brunello, Toscani ed Italiani in genere, che detto tra noi, ne hanno bisogno. Le 50000 faranno più o meno le veci che hanno fatto certi produttori per alcune zone: Avignonesi e Carletti a Montepulciano, Banfi (Rivella) a Montalcino, Caprai a Montefalco. A parte il mio gusto personale che qui non c’entra, questi signori sono spesso osteggisti dai loro consorzi, quando a loro spetterebbe un monumento, ma sono amati all’ estero per la qualità GLOBALE del loro lavoro.
    Ben vengano molti vini italiani tra i 100 migliori, ne beneficerà il vino italiano in generale, anche quello che in quella lista non ci andrà mai, e anche quello di chi, sotto sotto, invidia queste cantine.

    Giuseppe Mangiarotti

  14. E ti dirò di più caro Antonio, il vino incriminato aiuterà a vendere tutto il vino Italiano, anche quello che in quelle liste non ci andrà mai, anche quello di chi invidierà queste cantine.
    Farà quello che hanno fatto certi produttori in certe zone: penso ad Avignonesi (Falvo)e Poliziano (Carletti) a Montepulciano, Banfi a Montalcino e Caprai a Montefalco, Quintarelli per l’Amarone. Spesso osteggiati e poco amati dai loro conterranei, che dovrebbero far loro dei monumenti, ma amati all’ estero per la qualità del loro lavoro di impreditori, forse più al passo coi tempi di altri, e anche per i loro vini, che non devono piacere a tutti per forza.
    Quindi benvenuti tutti gli Italiani tra i top 100, ne abbiamo bisogno.
    Anche quando non ci piacciono.

    Giuseppe Mangiarotti

  15. Premesso che le top-whatever mi lasciano sempre piuttosto tiepido, almeno quando si riferiscono alla sfera estetica (e il gusto si puo’ dire afferisca alla tale sfera), perche’ personalmente trovo insensato “misurare” il “bello” (o il “buono”); e premesso anche che fra le posizioni in polemica contro una non meglio precisata “modernita’” si possono sicuramente trovare elementi di una certa chiusura mentale, tutto cio’ premesso, dico, vorrei chiedere ad Antonio Tombolini cosa c’entra il dibattito attorno a questa “modernita’” (che nessuno mi pare si preoccupi di definire un po’ meglio), piu’ o meno condivisa, con l’insofferenza verso un maggiore o minore settarismo estetico. Perche’ credo di questo si tratti. Lasciamo stare i paternalismi dell'”educare” (il vignaiolo educatore di chi il vino lo beve), mi si vorra’ pur concedere tuttavia che sui gusti, proprio perche’ “‘un ci si sputa” (non est disputandum), in compenso pero’ ci si schiera, e si parteggia. E’ naturale, vivaddio, non meno della dannata tendenza a compilare top-ten. Cosi’ come e’ naturale che ci possa essere qualcuno che ai gusti altrui ama fare le pulci, magari soltanto ad alcuni specifici.
    Sul punto dell’ingegno italico e rinascimentale, che e’ poi la cosa piu’ importante mi pare, concludo chiedendo in che cosa in particolare si dovrebbe mostrare questa capacita’ di innovare creare costruire. Soprattutto: in cosa questo thread avrebbe dato cosi’ tanta prova di non volonta’ o di incapacita’.

  16. Filippo, ho letto e riletto il tuo intervento, per capire qual era esattamente la domanda che mi rivolgi, e sinceramente non l’ho capito. Mi dici:
    > Lasciamo stare i paternalismi dell'”educare” (il vignaiolo educatore di chi il vino lo beve), mi si vorra’ pur concedere tuttavia che sui gusti, proprio perche’ “‘un ci si sputa” (non est disputandum), in compenso pero’ ci si schiera, e si parteggia.

    Bene: io me la sono presa esattamente (la gran parte del mio commento) proprio con quel paternalismo, che secondo me nasconde una profonda impronta culturale che è la zavorra che ci impedisce di tornare ad essere “rinascimentali” (i grandi artisti del rinascimento non volevano educare nessuno, volevano la libertà di esprimersi anche al di fuori e al di là dei canoni dell’epoca). Se tu mi dici “a parte quello”, di cos’altro dovrei rispondere? Il resto è, come dici tu, il mio parere, il mio schierarmi, il mio “essere partigiano” sul versante di un approccio al vino libero, non ideologico, che non trovi le facili scorciatoie dei luoghi comuni che vanno di volta in volta di moda. Liberi gli altri di incazzarsi perché i vini sarebbero “troppo americani”? Sì. Libero io di contestare questo loro parere? Spero anche. Odio le ovvietà. Odiavo l’ovvietà della corrispondenza biunivoca vinobuono=barrique quando andava di moda quella, ho odiato l’atteggiamento “anti-legno apriori” quando è andato di moda (fino a poco tempo fa), odio l’ovvietà dell'”anti-frutto” che va di moda adesso, epoca in cui per sentirsi à la page nel “mondo del vino” devi pronunciare per forza la parola “marmellata” per far capire che tu fai parte di quelli che “ne capiscono”.
    Molti grandi vini sono davvero grandi vini. Alcuni fatti con vitigni “internazionali” (che poi… quali sarebbero gli “autoctoni”? parliamone…); altri che si esprimono in finezza; altri in ricchezza del frutto; alcuni nel legno e altri no, ecc. ecc. ecc…
    E non sopporto neanche l’atteggiamento xenofobo e anti-american-australian-cilen-ecc.ecc. che va di moda nel vino. A meno che uno non pensi che quei vini siano ancora fermi allo stereotipo del vino-legno di anni fa, che rappresenterebbe ancora la produzione californiana: e allora sarebbe bene che costui si aggiornasse *bevendone* un po’ di quei vini, per accorgersi che il mondo corre, e sarebbe il caso di prendere un po’ il passo anche noi.

  17. Antonio, cerco di spiegarmi meglio: tu sei, concedimi, letteralmente saltato su quando un commentatore ha alluso all'”educazione” del gusto. Ho detto “lasciamo stare i paternalismi” del vignaiolo-educatore perche’ mi pare che siano presenti due accezioni possibili di quell’espressione: quella di qualcuno che educa qualcun altro, alla quale sei allergico (a mio parere giustamente), ma anche quella di un gusto che “SI educa” (come mi piacciono i riflessivi!), la quale ultima non mi pare cosi’ disprezzabile. Ci tenevo a fare questa separazione, evidentemente non cosi’ ovvia, perche’ il primo atteggiamento paternalistico e’ puramente accessorio e sarebbe arbitrario assumerlo come caratterizzante sostanzialmente la polemica in corso, e’ insomma un falso bersaglio dialettico; mentre il secondo concetto, la possibilita’ cioe’ non solo di parlare di gusti e di schieramenti estetici, ma anche quella di fare le pulci criticamente l’un gusto all’altro, e’ non solo sanissima, imo, ma anche pervasiva dell’attuale discussione. Possibilita’ di fare le pulci che ho visto piu’ che contestata, come un po’ messa a rischio anzi, dal tuo intervento. Qui ti prego di rileggere il tuo primo intervento se fatichi a capire cosa intendo dire: un produttore di vino (e potrei essere pure io, vedi sotto) “non si azzardi” a considerare ineducati i gusti di chi non ama un certo tipo di vino, o ne ama altri; in compenso tu non ti periti di definire esaustivamente l’insieme di chi puo’ avere qualcosa da ridire verso una certa visione che tu ritieni progressiva, come un’accolita di indolenti o di incapaci a imparare, innovare, creare, costruire, e di superbi. E riduci ogni critica a presunzione, saccenteria, e lagna inconcludente.
    Fra l’altro vorrei farti notare come sia pericolosamente possibile intendere le tue parole finali rivolte a un produttore, come un invito a badare a pensare di piu’ a fare del buon vino e meno a discettarne. Come a dire: ciascuno al suo posto. Eh.. insomma..’namo be’..
    Quanto a me, caro Antonio permettimi, vorrei dire che difficilmente si dara’ che io metta bocca in una discussione sul _mio_ vino, ma solo per una questione di opportunita’ (altri lo chiamera’ “stile”). Ma mi azzardo eccome a mettere bocca nelle discussioni sul vino in generale, e in quelle sugli altrui vini in particolare. E se io ritengo che alla base di una preferenza o di un rifiuto possa esserci una posizione che riconduco anche all'”educazione” dei gusti, non vedo proprio perche’ dovrei astenermi dal dirlo. Si capisce che il fruitore di un’opera ha il diritto di scegliere l’opera e le modalita’ di fruizione. Cosi’ come io posso benissimo riservarmi il pari diritto di esercitare la mia selezione sui fruitori, o sulle fruizioni per meglio dire.
    Io imparo e ho da imparare continuamente. Ma ritengo di avere il diritto di scegliere da chi imparare, e cosa voler imparare. Vero e’ che e’ difficile che non ci sia da imparare qualcosina da chiunque. Ma e’ pure vero che spesso quel che si “insegna” non sempre coincide con quello che si sarebbe sperato o pensato o voluto.
    A volte gli altri possono imparare a NON essere come noi. Puo’ essere proprio cio’ che noi li induciamo a voler imparare SU di noi, che ci piaccia o meno. Vale per noi, vale per gli altri. E, se permettete, io non mi sento per nulla obbligato a dover imparare da qualcuno solo perche’ “ha fatto er grano”. E rimando al mittente ogni accusa di essere ideologico o antiamericano, se per caso non sento particolarmente mio un certo modello. O se ritengo che intraprendere una ben precisa navigazione sarebbe come scendere, io vaso di coccio, in una stiva carca di tank di acciaio: e’ umilta’ la mia, altro che spocchia. E’ consapevolezza dei miei limiti, e’ sapere che se al 90% la mia sopravvivenza dipende da UN mercato, il rapporto fra me e quel mercato non e’ piu’ paritario, sto diventando come la Sicilia divento’ il granaio di Roma.
    Questo e’ un discorso molto interessante, che va fatto, anche polemicamente, e ti ringrazio di aver enucleato con molta chiarezza un dato che ancora non sembra essere stato ben interiorizzato, e cioe’ che la questione del vino e’ parte della vasta questione di come intendere (se intendere) il marchio Italia, anche se forse le nostre opinioni non convergono proprio su questo intendere. Grazie anche della risposta.

  18. io penso che quando un prodotto italiano viene premiato
    se lo meriti in quanto non ci viene regalato niente.
    detto questo aggiungo di non aver assaggiato casanova di neri,ma il torrione si(sangiovese,da altri inviso) e cosi’ i vini do ghizzano e terriccio e sinceramente li ho trovati ottimi e degni dei riconoscimenti .
    d’altronde se si accetta da noi di premiare emerite ciofeche come ornellaia 03 o si sbava su montepeloso non
    trovo scandaloso che soggettivamente si premino vini che
    comunque piacciano e vengono acquistati dalla gente.
    peraltro sono un suo lettore affezionato e la ringrazio di avermi fatto scoprire molte piccole realta’ che mi interessano piu’ degli altri come dicevo domenica scorsa a
    da prato del podere concori che lei conosce bene.
    e se premiano un italiano che a noi non piace non facciamo come i registi trombati che parlano male di chi vince gli oscar essendo del loro stesso paese.
    poi i panni sporchi si lavano alle degustazioni.

    per il bene del vino italiano
    volteggiani giovanni

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