Marchette anche queste?

Ci dica, "simpatico" Enyo (o dietro chi si nasconde dietro questo nickname) sono "marchette", anche se non natalizie, anche questa, quest’altra, oppure ancora questa o infine quest’ultima ?
Se parlo bene di un vino e lo segnalo é solo perché sono "al soldo" o sono foraggiato dalle aziende
produttrici dei vini segnalati ?
Ci faccia sapere, c’illumini, ci spieghi, ci aiuti a capire e a fare meglio il nostro lavoro di giornalisti del vino…

0 pensieri su “Marchette anche queste?

  1. Beh, veramente quando ho visto la recensione – perché comunque di recensione si tratta – del panettone di Loison, ho sentito anche io la puzza di marchetta prenatalizia. E d’altra parte uno se deve fare una marchetta al panettone quando lo recensisce , a ferragosto ?…

    No, caro anonimo Enyo – sempre male l’anonimato – dovresti invece essere contento delle recensioni e della sfida che esse ti pongono. Che pongono al nostro senso critico, se lo abbiamo e lo esercitiamo e lo sappiamo esercitare bene ricavandone suggerimenti positivamente fruibili.

    Il punto non é se Franzo Ziliani faccia o meno marchette. Tutti dobbiamo mangiare e pagare gli affitti, anche Franco “tiene famiglia”
    e se riceve emolumenti, prosciutti, vacanze gratuite, buoni pasto o altro, per il suo professionalissimo scrivere di, buon per lui.

    Anche perché mi sembra che qualche sua ambascia in merito la abbia chiaramente esternata nel suo blog: pubblicitá a pagamento o no ?
    E la cosa non ha scandolezzato nessuno.

    Il punto é caro Enyo che siamo sempre al “caveat emptor”. Se tu nella professionale entusiastica e ben stilata recensione di , per esempio un Barbaresco Boito, cogli solo la parte reclamistico-pierre-marchettara, beh´forse significa anche che il tuo ( tuo in senso generale) livello di comprensione non sa andare oltre.

    Se invece nella recensione sai cogliere elementi di informazione, di valutazione e di allargamento di orizzonte anche solo nozionistico, beh allora ti sei “arricchito” e non ti e´costato un bel niente.

    E visto che dalle tue (nostre) tasche non é uscito nulla, allora un bel grazie a Boito che/se/ ha pagato Franco Ziliani. Anzi non so a te, ma a me non me ne frega proprio niente di chi paga o non paga chi.

    Dovresti sempre dare la tua preferenza ad un giornalista magari prezzolato e corrotto (fatti suoi) ma che sappia scrivere bene e in modo informativamente preparato e completo, che non ad un incapace onesto.

    Spiegami perché Franco Ziliani , o qualsiasi altro giornalista, non debba essere marchettaro. Casomai passano in Comune a fine mese a ritirare uno stipendio ? o vivono di rendita ? o per fare piacere ad anonimi come te, che non conoscono proprio, dovrebbero vivere di stenti, quando hanno tra le mani e nel cervello gli attrezzi per guadagnarsi un onesto stipendio ?

    Caro Enyo: viviamo in un mondo commerciale. L’ onestá non sta
    nel non essere pagati per prestare il proprio lavoro. Piuttosto sta nel
    fare bene fino in fondo il proprio lavoro. Qui nel blog di Franco Ziliani
    tutto e´gratis ed invece di ringraziare ci lamentiamo e pure con malgrazia ??? poi magari invece ci sta bene la pubblicitá onesta di chi ti riempe il carrello con soli trenta euro og ti fa un’offerta di vini “irrepetibile”?…..

  2. Questa excusatio non petita di C.M. mi fa veramente tristezza…altro che Enyo. Sinceramente lui meritava solo di essere ignorato. Mentre la “difesa” di C.M. è veramente sintomatica dei ragionamenti che gli italiani medi fanno e che spiegano perchè questo paese sia pieno di profittatori, evasori, furbetti, ecc.
    Tutti a guardare il loro orticello con buona pace dell’etica professionale.

    Sinceramente a me se un giornalista scrive perchè prezzolato interessa eccome! E Ziliani sono sicuro che non lo fa…altrimenti non seguirei il suo blog.

  3. Caro Merolli, nel tuo puntuale intervento scrivi:”Il punto non é se Franco Ziliani faccia o meno marchette. Tutti dobbiamo mangiare e pagare gli affitti, anche Franco “tiene famiglia”
    e se riceve emolumenti, prosciutti, vacanze gratuite, buoni pasto o altro, per il suo professionalissimo scrivere di, buon per lui”.
    Il fatto é che io, a differenza di molti altri “colleghi” di “marchette” in senso stretto non ne faccio. Assaggio molte cose, vini, cibi, vado al ristorante e se qualcosa mi piace veramente, se ritengo utile che altre persone – i lettori di questo blog o di altri articoli che scrivo – debbano essere portate a conoscenza dell’esistenza di questi vini-prodotti-locali, ne scrivo, riferendo le mie impressioni, che qualche volta possono anche essere pienamente convinte o entusiastiche.
    Le marchette, invece, sono quelle che fanno giornalisti che essendo pagati dalle aziende, o pubblicando pubblicità relativa a queste aziende sulle loro riviste, pubblicano, a prescindere dalla qualità dei prodotti, recensioni, comunicati, segnalazioni, comunque favorevoli su questi prodotti.
    A me le aziende non danno una lira perché io parli bene dei loro prodotti. A me, come ad altri giornalisti, arrivano dei campioni di vino (pensa che a volte, di fronte alla richiesta di determinate aziende che non mi garbano di inviarmeli dico, “no grazie”): si assaggia e si scrive di quello che piace. Oppure, visto che giro molto, mi capita di partecipare a degustazioni, di prendere appunti, ricavando molto materiale per scrivere.
    “marchette” queste ?
    Ma mi faccia il piacere, direbbe il buon Totò !

  4. Secondo me non spetta al lettore sindacare come il giornalista vive e chi lo paghi. L’unico punto che deve interessare al lettore é se chi scrive é preparato e competente e scrive bene.

    Quindi due mie opinioni :

    @ Diego: per quanto riguarda l’ etica, a parte che é molto
    richiesta negli altri ma spesso poco fornita da noi stessi, é si´una bella parola, ma c’entra poco sia con il senso del mio intervento, sia con la
    mia accusatio all’anomimo Enyo.

    Si tratta di essere un po´realisti : se dovessi richiedere la certificazione etica di ogni enogastroscrivente che mi capita di leggere, intanto rischierei di dover leggere….solo Franco ( perché degli altri nessuno insiste tanto sulla propria verginitá ) e poi rischierei anche di sentirmi
    rispondere ” che titoli hai per richiedermela ?”.

    E qui mi troverei male: sia perché come “italiano medio” ne avrei ben pochi, di titoli, (come giustamente fai rilevare) sia perché mi potrei sentir rispondere che la recensione tratta del vino X e non del fatto se l’ estensore sia un corrotto ubriacone o una penna al di sopra di ogni sospetto.

    Ergo: io continueró a leggermi le recensioni che incontro e fare da solo le mie addizioni e sottrazioni per rendermi
    conto di quali interessi ci possano essere dietro, se mi serve capirlo.

    Il vero occhio di bue, Diego, forse andrebbe puntato e concentrato sul lettore medio, sul fruitore, sulla sua preparazione, sulla sua motivazione e sulla sua cultura piuttosto che sul comunicatore.

    @Franco : il mio rispetto, se mai valesse qualcosa, per il tuo professionalismo, la tua passione e la tua preparazione traspare bene dall’ articolo. Non so che senso abbia, il chiamarsi fuori, l’ insistere sull’ essere differente dagli altri giornalisti ( tutti quanti ? tutti marchettari ?). E non so neanche se sia cosi´importante che il giornalista enogastronomico sia marchettaro ( corrotto, prezzolato, ben disposto verso la produzione, flessibile o come volete chiamarlo: non ci perdiamo sui sofismi delle definizioni). Punto a capo.

  5. Carlo, grazie per il tuo rispetto, che mi fa estremo piacere. Non penso assolutamente di essere l’unico giornalista del settore “marchette free”, ne conosco parecchi (e fare l’elenco sarebbe lungo e incompleto, mi basta citare solo tre nomi, Cesare Pillon, Roberto Giuliani e Luciano Pignataro, per dare un’idea) che scrivono esclusivamente quello che pensano non perché sono foraggiati dalle aziende.
    Ma qualche differenza tra me e loro ed i vari lucamaroni penso che la possiamo rivendicare con orgoglio, no ?

  6. Viva la differenza, certo, ma la domanda circa la rivendicazione andrebbe rivolta ai varii lucamaroni, o magari a Luca Maroni che non credo abbia idee confuse in merito né peli sulla lingua.

    Tutte queste diatribe sul marchetta/non marchetta, scaturiscono forse dalla mancanza di una configurazione precisa e professionale del mestiere di : giornalista/ pubblicista/scrittore di enogastronomia.

    Un mestiere che non differisce molto da tutti glia altri: c’é il bravo, il meno bravo, l’ affidabile, il meno affidabile. Se uno si potesse presentare dicendo :” Io sono scrittore a pagamento” sarebbe poi poco importante se fosse pagato da una casa Editrice ( la propria!), dal Consorzio X, dal produttore Y. Se le modalitá del pagamento dovessero poi essere poco chiare, losche, ascose, questa é certo una questione che riguarda lo scrivente, la sua coscienza e magari la Guardia di Finanza, non certo il lettore!

  7. Non sono d’accordo con questa “comprensivita’” che Merolli mostrerebbe, e bene fa l’autore a mio avviso a declinare l’offerta, e a volerne uscire “per non aver commesso il fatto”, non “perche’ il fatto non costituisce reato” (passatemi l’analogia). Come sarebbe che non sta ad altri, in particolare i lettori, guardare da chi prende soldi un giornalista..? Sta proprio a noi. E non e’ vero che siccome tutti teniamo famiglia allora everything goes.. Le marchette esistono eccome. E non fanno parte certamente del buon giornalismo. Le corna al(la) partner saranno fatti della vita privata di ciascuno (e quindi anche dei giornalisti, a meno che non firmino una rubrica moralista con cui bacchettano le infedelta’ altrui), ma come un professionista si relaziona col sistema che recensisce, accidenti se non e’ di rilievo “pubblico”. Liberi i lettori di non leggere? Certamente, ma come si giunge alla formazione di un’opinione da parte dei lettori? Perche’ negare, oltre alla dimensione individuale delle loro riflessioni, anche un momento “pubblico”, di scambio delle opinioni in merito, come questo? Tanto piu’ quando e’ lo stesso autore a suscitare tale discussione critica.
    Eventuali miei apprezzamenti positivi sulla persona dell’autore starebbero forse meglio altrove, e non sul suo blog, o forse non starebbero proprio, dico solo che ho in mente i versi di Dante a proposito di Provenzan Salvani: “..liberamente in Campo di Siena, ogne vergogna diposta, s’affisse.” Se di “marchetta” si puo’ parlare qui, mi pare sia con/nei confronti proprio dei lettori, il che direi che e’ non solo il diritto, ma addirittura il dovere di un autore-critico, la sua ragion d’essere e’ esattamente quella di essere “marchettaro” per i suoi lettori: mettere la propria personalita’ a disposizione dei bisogni e voglie dei lettori, in cambio di retribuzione (anche solo in termini di ascolto).

    Colgo l’occasione per salutare e fare tanti auguri di buone feste, visto che per le prossime due o tre settimane mi sara’ difficile connettermi alla rete.

  8. “LA CARTA DEI DOVERI DEL GIORNALISTA

    Al servizio dei lettori…

    Informazione e pubblicità
    I cittadini hanno il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli. I messaggi pubblicitari devono essere sempre e comunque distinguibili dai testi giornalistici attraverso chiare indicazioni.
    Il giornalista è tenuto all’osservanza dei principi fissati dal Protocollo d’intesa sulla trasparenza dell’informazione e dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico; deve sempre rendere riconoscibile l’informazione pubblicitaria e deve comunque porre il pubblico in grado di riconoscere il lavoro giornalistico dal messaggio promozionale.”

    se poi si ha tempo e si vuole leggere con calma il testo integrale: http://communicator.alice.it/asp/dframeset.asp?dxserv=MAIL_INBOX

    Non sono d’accordo sulla “difesa” di Merolli e concordo perfettamente con Diego: chiunque conosca il lavoro che Franco ha svolto e continua a svolgere nel settore del giornalismo enogastronomico non può avere dubbio alcuno in merito alla sua integrità.

  9. La mia “comprensivitá” come bene la definisci, caro Filippo, é solo un
    po´di comune realismo e di accumulata esperienza. E valeva giá ai tempi della carta stampata. La carta dei doveri del giornalista che tu Fabio tu porti a codex e vangelo, rimane sempre valida come principio, ma viene in pratica bucherellata proprio da internet , dove siamo noi adesso, che é piena zeppa di gente che scrive e recensisce, senza essere affatto giornalista o tanto meno sentirsi deontologicamente legata a pur sanissimi codici.

    “Anything goes”: ho paura di si. E´proprio l’ essenza della rete che ha rivoltato l’ ottica delle cose. Fino a poco tempo fa dovevi abbonarti a riviste specializzate o leggere la rubrica apposita su un quotidiano che avevi pagato, per leggere recensioni enogastronomiche. Oggi quasi quasi ti manca il tempo giá solo per seguire i blogs che vorresti seguire, tutto gratis, tutto sulla tua scrivania.

    Il recensore, tanti recensori, ti entrano in casa e sei tu a chiamarli, a sceglierli. Se vogliamo parlare di etica – preferirei di no – direi che
    la responsabilitá viene oggi scaricata anche sul lettore: é il suo comportamento, la sua etica nel senso originario della parola, che
    opera la scelta tra le mille offerte della rete.

    Non é ora che sto dicendo che internet cambia il diritto o i codici: dico soltanto che molte ottiche sono cambiate. Se una volta il giornalista X
    sul quotidiano Y scriveva recensioni sfacciatamente marchettare, potevi scrivere indignato una lettera al direttore e qualche speranza – lontana – di rettifica, scusa, reprimanda o licenziamento del prezzolato in teoria esisteva. Vieppiú: se eri inserzionista potevi minacciare di togliere la tua pubblicitá dal giornale etc etc.

    Oggi ? se spedici un intervento al blog Y per gli stessi motivi, se ti va bene accendi un dibattito, ma poco piu´non succede. Vedi Fabio: non é la difesa del marchettismo, ma piuttosto un invito ad un maggiore senso critico da parte del lettore. Si potrebbe dire che l’integritá – anche del giornalista – rimane un valore assoluto, lodevole e ce ne fosse: ma sulla rete non ha un’importanza materiale pratica di prima facie. E´un di piu´, ben che ne sia in possesso il giornalista X, ma anche se non ne fosse in possesso, la cosa sarebbe quasi irrilevante perché é cambiato il rapporto ed il modo di dialogare tra il proponente ed il fruitore.

    Il giornalista é sceso dalla carta stampata, é uscito dalla redazione, chi scrive non ha bisogno di essere giornalista, non deve rendere conto ad altri che a se stesso: non ad un direttore, non ad un ordine professionale, niente. Si relaziona solo con il lettore ed in modo assolutamente libero ed illimitato, sia per potenziale numero di lettori che per numero di battute tipografiche.

    Ed in questo stato di cose, nella giungla di internet o tu ti sai muovere, sai leggere e capire, o non ha senso pretendere da tutti gli animali della foresta una verginitá che nessun codice gli impone.

    L’integritá e´tornata ad essere una questione privata, ognuno é responsabile verso la propria coscienza, non verso il primo lettore che
    surfa di passaggio e pretende corretteza, integritá etc etc.

  10. Egregio Ziliani, il mio pensiero è molto semplice. Secondo me non conta solo ciò che si dice ma anche come lo si dice e soprattutto come lo si presenta. Non ho avuto niente da dire sulle recensioni dei vini perché non davano adito a particolari sospetti, con la semplice, sobria immagine della bottiglia e anzi, le ho ritenute dei buoni suggerimenti per provare qualcosa che non conosco. Ma la notizia del panettone Loison, farcita – è il caso di dirlo – con tre ricche, colorate, suadenti immagini promozionali realizzate dall’azienda medesima ha tutto l’aspetto di una brochure pubblicitaria. Un conto è una foto giornalistica, un conto una foto promozionale. Credo che lei abbia abbastanza esperienza del settore per convenirne. Cordiali saluti.

  11. E se Franco avesse semplicemente usato quelle foto perché erano più semplici da reperire? Anch’io, nel mio blog, quando parlo di qualcosa inserisco quasi sempre foto tratte dai siti aziendali. Le salvo in una directory sul mio server, perché mi sembra scoccia rubar banda ad altri, e magari le modifico nelle dimensione o in altri aspetti con le mie limitate cognizioni di computer grafica, ma le foto son quelle, e non mi sembra di far volantini pubblicitari sul mio sito.

  12. Molto spesso si scrive di un prodotto per simpatia personale. Se Ziliani dice che il Panettone Loison è ottimo è un suo pensiero. La qualità dovrebbe essere valutata con la propria testa.Per esempio se vai su il sito di Loison vedi che distribuisce il suo prodotto capillarmente in tutta Italia e nel resto del mondo e che molti dei suoi clienti sono piattaforme distributive, io faccio fatica a credere che possa essere un prodotto artiginale nel senso stretto del termine (lievitazione naturale, manualità etc).Credo anche che ci sono prodotti industriali di qualità altrimenti crediamo alle favole.No mi interessa se Ziliani riceve o no emulenti o panettoni a go-go.

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