Franciacorta Brut Satèn 2001 Villa

Stando alle statistiche, che attestano una produzione che ha ormai raggiunto sei milioni settecentomila bottiglie nel 2006, sono sempre di più gli italiani che quando bevono bollicine nobili prodotte con il metodo classico (l’equivalente del méthode champenoise dello Champagne) scelgono Franciacorta Docg. La zona collinare bresciana si é affermata difatti come la capitale, insieme al Trentino dei Ferrari, dei Vetrari e di poche altre realtà significative, dello “spumante” classico italiano.

Diverse le tipologie di Franciacorta prodotte, ma il tipo che sta ottenendo particolare successo é senza dubbio il cosiddetto Satèn (marchio registrato nel 1995 e riservato alle aziende aderenti al Consorzio Franciacorta) ottenuto solo con uve bianche (Chardonnay ed eventualmente un pò di Pinot bianco) e caratterizzato da una minore pressione del vino in bottiglia, meno di 4,5 atmosfere, che lo rende particolarmente morbido e cremoso (proprio come quel crémant francese al quale s’ispira), e delicato quasi come la seta.

Sono già ottocentocinquantamila circa le bottiglie prodotte dalle varie aziende (ovvero qualcosa come il 12,5% del totale, ma erano 482 mila per una percentuale dell’otto per cento nel 2005) ed il numero tende ad aumentare. Tra i Satèn a mio avviso più validi, accanto ai vini di Cà del Bosco, Cavalleri, Enrico Gatti, La Ferghettina, Il Mosnel, Contadi Castaldi, Bellavista, spicca il Satèn Brut Millesimato dell’azienda agricola Villa di Monticelli Brusati, 35 ettari vitati ed una produzione intorno alle 250 mila bottiglie (tra cui anche ottimi vini fermi quali il Terre di Franciacorta rosso Gradoni) che nasce da uve Chardonnay in purezza provenienti dai vigneti Roccolo di Provaglio e Breda e Tralicci di Monticelli Brusati, coltivati in regime di concimazione organica naturale e lotta biologica ai parassiti. Un vino, questo Satèn millesimato, che dopo un parziale affinamento in legno resta trenta mesi sui lieviti.

Durante le festività natalizie ho provato e gustato molto l’edizione 2001 di questo vino, dal perlage fine, persistente, continuo, di bella eleganza, caratterizzato da un naso intenso, secco, ben pronunciato, con note di nocciola e miele d’acacia, crosta di pane, pan brioche, fiori bianchi, un ricordo di limoncella e agrumi, di alloro e accenni che ricordano le mandorle ed il torrone.

In bocca il vino si propone con un attacco secco, preciso, per aprirsi poi con grande piacevolezza su note cremose, morbide, suadenti, di grande eleganza ed equilibrio, con un’acidità ben calibrata, un ritorno di frutta secca, una bella consistenza e ricchezza gustativa, una notevole vinosità e una bella dolcezza d’espressione, con un finale sapido, nervoso di notevole energia e vivacità.

Da servire con antipasti freddi e da gustare con risotti, magari realizzati con il supremo Carnaroli della Baraggia Biellese di Carlo Zaccaria, “il riso più buono che ci sia”, con pesce e verdure, oppure con lo zafferano.

Azienda agricola Villa
Via Villa 12 25040 Monticelli Brusati BS
Tel. 030 652329
Sito Internet
E-mail
prezzo di vendita in enoteca 20 euro

0 pensieri su “Franciacorta Brut Satèn 2001 Villa

  1. Veramente dopo di averne letto alcune cose interessanti, ne ho cercato bottigilie di questo Satèn (infatti del Gati) prima de partire di Roma (novembre scorso) e non ne ho trovate. Poi qui a Barcellona i pochissimi Francacorta che arrivano giamai mi hanno offerto la possibilità di acquistarlo e assagiarlo.
    Mi piace leggere cose belle di questa azienda. E mi piacerebbe, pure scrivendo e parlando nel mio blog di champagnes e di cava, poter parlare qualcun giorno di questo prosecco della Franciacorta.
    Bella domenica a tutti!
    Joan

  2. Non è uno scherzo, Luciano, è semplicemente un errore di un spagnolo (io) che scrive da Barcellona e che oggi a mezzogiorno ha scritto troppo rapidamente, senza rileggere prima di pubblicare: certamente non esiste un prosecco della Franciacorta. Nella Franciacorta s’usano chardonnay, pinot noir etc., col metodo classico e l’uva prosecco s’usa nella DOC Conegliano-Valdobiadene. Scusatemi.
    Joan

  3. Complimenti per la boutade (nemmeno tanto spiritosa), spacciata per commento tecnico, Enyo, davvero acuta e originale !
    f.z.

  4. “Sembrano dei Prosecco”? Francamente, in campo spumantistico mi sembra che poche cose possano essere più dissimili di Saten e Prosecco. Poi dici “neanche di quelli buoni”: il caso vuole che siano proprio i Prosecco meno buoni ad essere più diversi dai Saten…

  5. Caro Franco, sei sicuro che Villa conduca la vigna in agricoltura biologica? A me risulta che al momento solo la Barone Pizzini faccia bio in Franciacorta, ma se dovessi sbagliarmi sarei lieto di sapere che un’altro produttore franciacortino ha fatto il grande passo.

  6. Secondo me (non sono un intenditore, sono un modesto “consumatore”, non giustiziatemi) non avendo i soldi per un Krug oppure volendo essere patriottici a tutti i costi (e a costi decisamente inferiori rispetto agli Champagne), a parte il signor Giulio Ferrari Riserva del Fondatore (o al limite il Perleè), meglio buttarsi su un buon Cartizze. Quelli del Franciacorta… hanno il fiatino corto. Saten o non Saten. Certo si danno un gran da fare con l’immagine. Ma a volte non basta.

  7. Purtroppo devo dire che anche a me il Franciacorta in generale (e in particolare il saten) non convince più di tanto.
    Dico purtroppo perchè vivo in Franciacorta e sarei davvero contento se ce ne fosse uno (non dico tanti, ma uno!) che potesse tenere il passo dei francesi e di certi trentini.

    Certo Annamaria Clementi, le riserve di Bellavista, qualche Cabochon non sono per niente male, ma se vado ad analizzare i prezzi sullo scaffale dell’enoteca o al tavolo di un ristorante beh, il confronto ci vede perdenti.
    Ci sono anche un paio di aziende emergenti che stò seguendo da un po’, ma sono troppo altalenanti (Vezzoli, Faccoli e Ronco Calino), ad un’annata buona ne segue una scadente, poi una mediocre, manca la continuità sul prodotto “base” che è quello che dovrebbe distinguere un’azienda (è più facile fare 30000 bottiglie di Annamaria Clementi buone che 300000 bottiglie di brut valide che poi si ripetano l’anno eguente con costanza qualitativa)

    Il saten poi, parlo con il mio gusto personalissimo, mi sembra proprio un trucco commerciale: più morbidezze per poter accontentare anche un pubblico femminile che (fortunatamente) sta diventando sempre più importante nel mercato del vino.

    Poi ricordiamoci tutti che la maggior parte delle “grandi” aziende di Franciacorta sono in mano ad industriali, gente che sa far quadrare i conti, non illusi sognatori, ma uomini che hanno a che fare con il marketing dalla mattina alla sera…. ecco, la Franciacorta la considero una riuscita operazione di marketing.

  8. Per me il saten di Villa e’ un prodotto molto gradevole. Trovo altrettanto gradevole il prosecco Vigneto Giardino di Adami…alcuni commenti mi fanno pensare che non ne capisco molto di vino…
    Concordo su una cosa: i prezzi di tanti vini sono un po’ alti.

  9. Vedo che nel blog intervengono più di un Luciano. Ho quindi deciso di cambiare il mio nick name (si dice così?) in rampavia.
    @ Franco, come vedi, sull’onda dell’involontario errore di Joan (primo commento) e della mia osservazione un poco bacchettona (secondo intervento), si è acceso un interessante dibattito sul vino da te descritto.
    Questo per dimostrarti che ti seguiamo con interesse anche quando parli di vino.
    Rampavia

  10. Contrariamente a quanto taluno ha scritto ritengo la qualità media sui bollicine Franciacorta piuttosto buona, talvolta anche con un valido rapporto qualità/prezzo, specie acquistando in cantina.
    Come in tutte le realtà ad alcuni prodotti davvero eccelenti (le varie riserve Vittorio Moretti di Bellavista, l’ Annamaria Clementi di Ca’ del Bosco, il Cabochon Rouge di Monte Rossa, l’ Ante Omnia di Majolini, etc. etc.) fanno da contraltare alcuni prodotti più smaccatamente commerciali e “di prezzo”, ma credo sia un fenomeno assolutamente normale.
    Consiglio a tutti una capatina al prossimo Festival del Franciacorta che si terrà il prossimo mese di settembre di nuovo a Villa Lechi ad ERbusco (se non erro).

  11. Io, come ci ricorda l’exLuciano, adesso rampavia, mi sento piutosto orgoglioso di aver collaborato a un dibattito così vivace, a volte spiritoso, su un tema nel quale (vedo) non c’è l’accordo tra gli esperti. Io sono solo esperto nei spumanti spagnoli (DO Cava e varie) e in qualche zona francese (non solo Champagne), ma ritengo quasi un dovere dirvi che nella prima opportunità facio un postdoc sul tema. Un terribile raffredato mi ha fatto perdere un banco d’assaggio a Roma, organizzato dall’AIS Roma, nel quale c’erano tantissimi spumanti. Speriamo di trovare una altra opportunita!
    Joan

  12. Spiacenti, ma non mi unisco allo sport nazionale di denigrare il Franciacorta. A parte che l’espressione “Fiato corto” usata da Poldo non mi sembra troppo chiara (e se si fa il raffronto col Cartizze lo è ancora di meno), dubito fortemente che il Franciacorta, così com’è oggi, sia un motivo di disdoro per l’Italia enologica, o sia soltanto marketing e pubblicità.
    Lunga vita al Franciacorta, e lunga vita al Saten.
    E, in chiusura anche se non c’entra niente, lunga vita al Prosecco buono, che, con buona pace di Enyo, non è un ossimoro. Prova ad assaggiare il Cartizze di Nino Franco, tanto per dirne uno.

  13. Per dire la verità, mi sentiva un po stranno con questa polemica e questa forte critica “contro” saten e Franciacorte, e anche contro alcun prosecco che ho assagiato in Italia. E pensavo, beh, ne conosci pochissimi, ti è sfuggita qualche cosa…perchè le tre o quatro cosette che ho assagiato non mi sembravano così terribili. Certo non hanno la possibilità d’invechiare a lungo in bottiglia, come un grand cru du Le Mesnil sur Oger, ma…meno male che Tommasso mi dice che il mio naso e il mio palato non erano tanto sbagliati.
    Salute!
    Joan

  14. Ma certo, ragazzi, il Franciacorta non si butta via. E poi il metodo classico è il metodo classico; l’altro, il Martinotti, cioè il metodo se non sbaglio utilizzato per il Prosecco e il Cartizze, tutto sommato è una scorciatoia economica, per chi produce intendo. Però mi sembra che in Franciacorta si diano un po’ di arie da Champagne… ecco, lo dico a denti stretti: i francesi dello Champagne un po’ di arie se le possono dare, a ragion veduta e assaggiata. Per quanto riguarda il “fiato corto” non era riferito alla lunghezza del vino, bensì era un gioco di parole per “fare il verso” al nome Franciacorta. E dato che ci siamo lancio un’altra provocazione (che ho già mandato tempo fa alla responsabile della comunicazione del Consorzio Franciacorta, senza ricevere risposta): il nome Franciacorta, cosa vi dice? Cosa trasmette? Il significato “ufficiale” e storico non lo conferma, ma dal punto di vista pratico a me consumatore “ignorante”, Franciacorta dice che quel vino viene da una regione, da una zona che è da considerarsi come una “piccola Francia”, una “Francia minore”, una “Francia corta”… e si sa… meglio essere lunghi che corti, tranne che nell’argomentare. Quindi qui chiudo: ho blaterato abbastanza. (Nino Franco Superstar!)

  15. A proposito della qualità dei Francesi

    Qualcuno dimentica che lo Champagne è, per la maggior parte della produzione, un pastrucchio di diverse annate e vigneti, a meno che non sia un Cru o un millesimato.
    Franciacorta e Prosecco hanno dunque le mani legate dalla nostra legislazione e credo siano tutti obbligati almeno a dichiarare l’annata: questo può giustificare annate non eccezionali.

    Provate a immaginare un produttore italiano che si presentasse con una bottiglia prodotta mescolando 4 o 5 annate diverse provenienti da dieci diversi vigneti e poi ne riparliamo….

    Poi se qualcuno vuole sapere dove giusto cent’anni fa i Francesi prendevano il Bombino bianco per fare lo champagne…….

    😉

  16. Perfettamente falso: la legislazione non obbliga i franciacortini e i trevigiani ad indicare il millesimo. In Franciacorta, da questo punto di vista, funziona esattamente come in Champagne: ossia, vini base non tutti della stessa annata. Se questo poi sia un “pastrucchio”, non saprei proprio.
    Quanto al Bombino per fare lo Champagne, sono tutto orecchi.

  17. Beh, cerchiamo di chiarirlo per chi non sa. Come riporta il disciplinare:
    “La preparazione del vino base può essere ottenuta da una mescolanza di vini di annate diverse, sempre nel rispetto dei requisiti previsti dal disciplinare; per il “Franciacorta” millesimato è obbligatorio l’utilizzo di almeno l’85% del vino dell’annata di riferimento”.
    Questo significa che SOLO IL MILLESIMATO può giocare con un 15% di altre annate, che sicuramente non dà miglioramenti significativi.
    Il millesimo (l’annata in etichetta) è consentito “se il periodo di elaborazione e invecchiamento nelle aziende si compone di almeno trenta mesi di affinamento in bottiglia ed è immesso al consumo dopo trentasette mesi dalla data di inizio della vendemmia della componente cui si riferisce il millesimo.
    Certamente il fatto di non mettere obbilgatoria l’annata per i millesimati suona poco corretto, visto che si tratta di docg.

  18. Mi sa che non avevo completamente torto e comunque ho l’impressione che i francesi abbiano le mani mooooolto più libere delle nostre!

    Per il sig. Farina:
    Nel 1870, come lei sa, la filossera distrusse i vigneti francesi.
    I vigneron di allora, presi dalla disperazione, cercarono in lungo e in largo vigneti per sostituire temporaneamente la loro produzione, almeno fino a quando i nuovi vigneti innestati sul piede americano fossero entrati in produzione.
    Calcolando il periodo di diffusione della filossera, misero 2000km buoni tra i vigneti contaminati e quelli ancora buoni.
    Dove vennero ad abbeverarsi? Naturalmente in Puglia!
    Nella mia zona, Cerignola, trovarono un ottimo sostituto dei loro rossi nel vitigno Nero di Troia mentre un pò più a nord, San Severo precisamente, il Bombino bianco sostituì per un pò Pinot Nero e Chardonnay.
    Fornitore principale fu la Casata dei La Rochefoucauld, proprietaria in zona di circa 20.000 ettari di terra.
    Naturalmente arrivarono frotte di enologi e tecnici francesi per insegnarci i principi della vinificazione in botti di legno che veniva poi imbottigliato in Francia.
    E qui c’era l’inghippo!
    Nel 1887 i vigneti francesi riprendono a produrre e si interrompono di colpo le relazioni commerciali Francia-Puglia.
    Nel giro di pochi giorni il prezzo del vino crolla da 50 lire ad ettolitro a 5 lire.
    L’inghippo sta nel fatto che i francesi ci insegnarono a vinificare, non ad imbottigliare e conservare per cui i nostri antenati dovettero arrangiarsi alla meglio.
    La cosa curiosa è che la stessa cosa si è verificata nel 2002.
    Il porto di Manfredonia, fino a quella data, caricava ogni anno circa tre milioni di ettolitri di mosto l’anno, che finivano nel porto di Marsiglia.
    Con l’arrivo dei mosti a poco dalla Spagna e dall’Australia, il flusso si è interrotto e questo spiega in parte la nascita di tanti nuovi prodotti dell’enologia Pugliese.

    Come dire, di necessità virtù!
    Se volete convincervi, oltre a documenti supportati da ricchissima bibliografia, posso consigliarvi l’assaggio degli spumanti classici dell’azienda D’Araprì di San Severo: Bombino bianco e chilometri di gallerie per le pupitre: http://www.darapri.it

    P.s.: voci incontrollate ma riferite da persone degne di fede, riferiscono che molte delle splendide vigne della Champagne siano in realtà giardini ben curati…..a buon intenditor!
    😉

  19. Non mi trovo d’accordo con chi sostiene la natura pubblicitaria della DOCG Franciacorta, poichè la ritengo la miglior vinificazione vicina allo champagne, specie su un territorio (quello italiano) che non può vantare le caratteristiche della Campagne francese (terreni calcarei, forte e continua escursione termica termica giorno – notte)…
    Sono sostanzialmente contrario alla standardizzazione del prodotto vino, per cui non mi sento di paragonare uno Champagne francese ad uno Spumante metodo classico italiano, al fine di stabilire, con mio personalissimo gusto quale sia il migliore, bensì preferisco degustare ciascun vino per la sua stessa natura, assaporandone le peculiari tipicità, che lo rendono riconducibile al proprio ambiente.
    Proprio recentemente abbiamo perso il ricorso con l’Ungheria sulla denominazione Tocai per un vino bianco del Friuli. Se andassimo a vedere il tocai prodotto in Ungheria, denominato Tokaji, scopriremmo un vino bianco si, ma assolutamente diverso dal nostro, poichè liquoroso e dolce, assimilabile ad un nostro passito. Tutto ciò per far capire come lo stesso vino, o ciò che talvolta vuol far essere passato per tale, ad un attento esame, o sotto una critica basata sulla soggettività, si riveli in realtà unico.
    Per quanto mi riguarda bevo indistintamente una bottiglia di Krug o di Billecart – Salomon (per citarne uno), piuttosto che un Franciacorta, gustandola per ciò che sa offrire, ma senza la smania di metterla in competizione con un altro prodotto (diverso).
    Ricordiamoci comunque sempre un concetto fondamentale: quando si parla di vino si parla francese. Lo champagne nasceva quando in Italia non si aveva ancora cognizione di causa in materia vinicola, gauarate un po’ di date di fondazione delle varie maison… Godiamoci i nostri risultati consci e fieri dei nostri “limiti”

  20. CIAO .. HO APERTO UN BERLUCCHI SATèN DEL 2003 MOLTO BUONO .. SONO CURIOSO DI SAPERE SE POTEVA RIMANERE ANCORA QUALCHE ANNO IN BOTTIGLIA E SE AVREBBE MANTENUTO TUTTE LE SUE CARATERISTICHE….

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