Icewine: un produttore piemontese indica l’italian way a tedeschi, austriaci e canadesi

Voglio fare alcune riflessioni sulla serata dedicata ad Eiswein – Icewine – Vin de glace o vini di ghiaccio che ho avuto il grande piacere di condurre lunedì 15 gennaio nell’accogliente cornice della Villa Braida di Zerman di Mogliano Veneto. Lo faccio non solo per rendere omaggio pubblicamente all’efficientissima organizzazione e alla calorosa accoglienza riservatami dai responsabili dell’A.I.S. di Treviso e dal presidente regionale dell’A.I.S. Veneto Dino Marchi che è stato mio puntuale e acuto deuteragonista nel commentare i sei vini degustati e la proposta di abbinamento con tre splendidi formaggi erborinati, un Gorgonzola naturale, un Blu di Capra, e uno strepitoso Blu del Monviso, di cui è stato artefice un bravissimo affinatore, Zanchetta del Caseificio artigiano Zanchetta di Casale sul Sile, ma per trarre alcune conclusioni sulla singolare abitudine che molti produttori italiani hanno di farsi notare e di mostrarsi originali e “creativi”, quando invece buon senso e logica consiglierebbero loro umiltà e rispetto degli esempi storici.

Il programma della degustazione, davvero ben congegnato (e un bravo supplementare a chi ha scelto i vini e preparato il dossier consegnato ai partecipanti) proponeva un’esplorazione variegata e curiosa nell’universo di una delle tipologie più estreme, stravaganti e incredibili del mondo vinicolo, ad un vino cioè che nasce in condizioni particolarissime e che può essere prodotto con un utilizzo intelligente e meditato di una caratteristica meteorologica particolare, la presenza cioè di temperature ampiamente e diffusamente sottozero.
Che cos’è difatti un Eiswein ?
Un vino dolce, ma non necessariamente da dessert, ottenuto da uve pressate e vinificate quando i grappoli presentano l’apparenza di sculture di ghiaccio e vendemmiate quando le temperature variano da un minimo di otto a dieci e più gradi sotto zero. In Canada prevedono che le uve possano essere raccolte e pressate quando la temperatura permane otto-dieci gradi sottozero per una durata di almeno cinque giorni. La vendemmia avviene pertanto la mattina molto presto quando le temperature sono più rigide.

Il debutto era con un Icewine spumante (sparkling o mousseux) annata 2003 della Pillitteri Estates Winery in Ontario ottenuto da uve Vidal in purezza, a seguire un Eiswein 2005 da uve Muskat Ottonel e Welschrieling (ovvero Riesling italico) dell’azienda austriaca Zantho. Terzo assaggio ancora con un Eiswein, buonissimo, base ovviamente Rheinriesling, annata 2005, di Schloss Johannisberg nella Rheingau, in Germania, azienda prestigiosissima, considerata la più vecchia azienda produttrice di Riesling al mondo. Con il quarto assaggio si tornava in Canada, ancora con un vino, annata 2003 a base di uve Vidal, delle Pillitteri Estates e con il quinto in Austria, con un Eiswein Chardonnay della Wachau, annata 2002. Il finale era affidato ad un vino di ghiaccio italiano, il primo mai prodotto, nel 1995, nel nostro Paese, il Solenne, Essenza Nobile vino di ghiaccio annata 2000, dell’azienda Cascina Baricchi di Neviglie in provincia di Cuneo, espressione, ovviamente, di uve Moscato bianco.

Cos’hanno fatto questi produttori per ottenere vini di ghiaccio (la traduzione letterale di Eiswein e Icewine) che hanno caratteristiche sensibilmente diverse da qualsiasi altro vino, diversi dai Tokaij, dai vini passiti, dai vini, come il Sauternes, frutto dell’azione delle muffa nobile, dai selection grain nobles o dalle vendanges tardives alsaziane, da un vino come il Vin Santo Toscano o dai passiti del Sud e delle Isole ?
Per ottenere la massima concentrazione di zuccheri e una dolcezza estrema calibrata dall’acidità, indispensabile per riequilibrare questa apparente concentrazione zuccherosa, hanno rischiato lasciando le uve sui vigneti in pieno inverno, preda degli uccelli, degli animali selvatici, degli orsi in Canada, e lavorando con tecnica e condizioni del tutto particolari, lasciando che unici protagonisti di questi vini fossero la Natura, le condizioni del tempo, la rigidità delle temperature, la possibilità di circondare con una capsula di ghiaccio gli acini. Vinificazioni e affinamenti rigidamente in acciaio, per esaltare la purezza, la freschezza degli aromi, le caratteristiche varietali delle uve utilizzate, i profumi conferiti da questa particolarissima concentrazione rappresentata dalla “ghiacciatura” dei grappoli.

A questo spirito rispettoso, non protagonistico, assolutamente fedele alla storia della tipologia Eiswein – Icewine, a modalità produttive consolidate e non messe in discussione, perché avvertite come le più giuste, le più logiche, si sono attenuti gli uomini del vino tedeschi, austriaci, l’azienda canadese, ma, chissà perché, non il produttore italiano, Natale Simonetta, che non si sa bene se per mostrare a quegli zucconi di uomini dell’Ice-Eis-wine come si fa, se per contestare il modello storico, o se per mostrarsi originale ed indicare, al colto e all’inclita, l’italian way to Eis-Ice wein-wine, ha pensato bene, si fa per dire, di fermentare e affinare il suo vino, da uve Moscato bianco, non nel banalissimo e asettico acciaio, bensì in “carati da 5 ettolitri nuovi di rovere ungherese”.

Il risultato, assolutamente sgradito non solo a quel notorio “rompicoglioni” e incontentabile del sottoscritto, bensì alla stragrande maggioranza delle circa 70 persone partecipanti alla degustazione, che non hanno capito dove il produttore di vino di ghiaccio volesse andare a parare, è stato non solo un vino del tutto anomalo e completamente diverso dagli altri, anzi con nulla a che spartire con Eiswein e Icewine, ma un vino che non si capiva assolutamente che senso avesse. Con il suo colore ambrato tale da ricordare quasi un Vin Santo e gli aromi che non richiamavano in alcun modo le caratteristiche del Moscato, ma con il loro marcato sentore di tabacco, caffè, foglie di thé (la varietà Lapsang Souchong), affumicato, oltre che frutta candita, uva passa, fichi secchi e ovviamente legno, tostatura di legno, rovere, finivano con l’essere totalmente altro, il Solenne di Cascina Baricchi è stato la classica nota stonata, l’intruso (ma complimenti agli organizzatori per averlo scelto e per aver mostrato di cosa sia capace l’italico "ingegno"…), il palese elemento di contraddizione, la pensata del bastian contrario, in una serata che è riuscita a dimostrare come si lavori sulla tipologia “vini di ghiaccio” nel mondo.
Con uve, aromi, risultati, piacevolezze, gusti diversi, in Paesi, continenti, terroir, microclimi, andamenti stagionali, influenze climatiche diverse, ma mantenendosi nel solco di una stilistica, di un modus operandi che nessuno avverte la necessità di mettere in discussione.
Nessuno tranne un produttore piemontese di Neviglie, che l’Eiswein, l’Icewine, il vin de glace, lui si che sa come lo si produce, mica quei tonti di austriaci, tedeschi e canadesi !

35 pensieri su “Icewine: un produttore piemontese indica l’italian way a tedeschi, austriaci e canadesi

  1. Ciao Franco

    Bravo per l’articolo, si, e’ il classico ultimo arrivato che detta le regole a quelli che fanno eiswein da tanto tempo… Ma attenzione “In Canada prevedono che le uve possano essere raccolte e pressate quando la temperatura permane otto-dieci gradi sottozero per una durata di almeno cinque giorni”, infatti le regole sono state concordate tra Austria Germania e Canada e quindi da alcuni anni sono esattamente le stesse regole, condizione quindi per permettere ai Canadesi di usare legalmente il termine Icewine (altrimenti sarebbe stata concorrenza sleale e abuso del nome).

    Amo i vini dolci come sai, ti dirò che pur amando gli eiswein li trovo più concentrati ma non più complessi di un passito tipo TBA o SGN, e di gran lunga molto meno complessi di un vino da botrytis. Per questo credo che si adattino bene al consumo con dolci (ma non troppo), mentre per i formaggi ecc. andrei decisamente verso altre tipologie.

    Notevoli i primi tentativi di fare Gewurztraminer nel Niagara, ho avuto occasione di assaggiare gli Icewine di Martin Malivoire a base di questo vitigno, da seguire da vicino! Altrimenti fra le aziende più grosse (e quindi meno impossibili da trovare in Italia) andrei per Inniskillin di Donald Ziraldo, che fa notevoli Vidal (direi anche più interessanti che i loro riesling!).

    Nota pure che ogni tanto le vendemmie si spingono fino a gennaio febbraio, il che non cambia ovviamente il millesimo, l’annata rimane quella della stagione di crescita…

    Mike

  2. La delegazione AIS Treviso è senza ombra di dubbio,tra quelle Venete, la piu’ ricca di eventi,in termini sia di numero ma anche di qualita’,e questo grazie a quel grande personaggio che è Dino Marchi.
    A proposito di Icewine…so che ci sta provando anche Hoffstatter……

  3. Rompicoglioni no, ma un po´arteriosclerotizzato si. Capita, dopo i cinquanta. Con l’ice wine siamo agli estremi della produzione enologica. In Italia la cosa non credo sia neanche prevista né tantomeno regolamentata da disciplinari di sorta. Quindi perché seguire ancora una volta esempi altrui ? dal novello alle barriques allo chardonnay ai trucioli, gli ultimi trent’anni hanno visto una spesso penosa rincorsa del nostro mondo del vino a fare quello che fanno gli altri. Per una volta che c’é un giovane che cerca la sua strada, ecco subito a dargli addosso prima di tirare il fiato, contare fino a dieci e rifletterci sopra un attimo.

    A parte che il vino di ghiaccio italiano dovrebbe essere valutato rispetto ad altri vini di ghiaccio italiani, (perché non é che paragoni un pinot nero italiano con un Oregon o Borgogna vero ?), a parte questo dico, che rilevanza ha per uno di Neviglie quello che i tedeschi ed i canadesi hanno deciso tra loro ?

    Chissene frega! altri climi, altre aspirazioni, altri procedimenti tecnici.
    Quello che é intruso oggi puo´essere DOC domani: Sassicaia docet.
    E magari tra quindici anni il disciplinare del Vino di Ghiaccio Nevigliese DOCG prevederá il solo invecchiamento in botti di legno ungherese…..

    • Grande commento che fa ben capire che chi lo scrive è una persona “aperta” ma responsabile. Articolo penoso, offensivo, non tecnico e pressapochista che fa ben intendere l’ignoranza in materia o non la completa consapevolezza come tra laltro la maggior parte dei sommellier che ho avuto modo di conoscere e che per azzeccare una analisi devono avere letto prima il loro tomo preferito (Bibenda).

  4. Magari mi sarei espresso in altro modo, ma comunque concordo con quanto scritto dal sig.Merolli.
    Se quel produttore ha deciso di fare il vino di ghiaccio in fusti di legno, libero di farlo. Se il suo tentativo non sembra essere riuscito dal punto di vista della qualità, possiamo dirglielo. Potrà poi, il produttore, decidere se mutare indirizzo, magari allineandosi con “gli altri” o insistere a produrre un vino, che evidentemente gli garba. Il mercato premierà o non premierà (o magari non se ne accorgerà nemmeno, visto la picola produzione in questione).
    E forse questo produttore non vuole insegnare niente a nessuno, ma semplicemente provare a fare un prodotto diverso, suvvia.
    saluti
    Roberto

  5. Il punto è che Franco non ha contestato le tecniche per fare ‘sto benedetto icewine, ma il risultato finale.

    In una parola, anzi due: fa schifo!

    A corredo ha scritto anche una bella scheda di degustazione: come fate a non essere d’accordo se no lo avete assaggiato?

    Provatelo anche voi, e se Franco aveva torto cambiate blog.

    Bye!

    P.s.: detto da un wine designer: il nome è terrificante!

  6. Antonio, quello che affermi è errato o Franco non è più capace di scrivere in Italiano. Il finale dell’articolo e il riferimento, tra lo stizzito e il sarcastico, all’utilizzo del legno anziché dell’acciaio, non sono riferimenti al gusto del vino (che può fare schifo, ma per mio gusto fanno schifo tutti gli ICEWine da me assaggiati), ma alle modalità attuate dal produttore per ottenere il suo vino, modalità che sono diverse dagli altri maestri (cosa che sembra non essere gradita da Franco, come evidenziato in neretto nel finale del suo articolo).
    Posso continuare al leggere questo Blog?

  7. I disciplinari dell Eiswein o dell’Icewine impongono regole minime per fare vino di ghiaccio, e non limitano per niente l’uso del legno. Pare logico che in Italia si faccia come si fece in Canada 30 anni fa per le prime produzioni di Icewine: osservare chi fa Eiswein da secoli e adattare la regola all’uso locale ; accettare che si faccia vino solo da uve ghiacciate naturalmente (quindi senza ricorso alla ghiacciaia) ; contattare i tedeschi, gli austriaci e i canadesi per mettersi d’accordo sull’uso legale del nome “vino di ghiaccio”.

    Le regole sono semplici:
    1) temperature minime alla vendemmia di -7°C (-8°C in Canada),
    2) densità dei mosti secondo le regole dei Beerenauslese (127 Oe in Austria, 120 Oe in Rhinhessen, Pfalz e Nahe, 125 Oe in Rheingau e Franken, 110 Oe in Mosel-Saar-Ruwer e Ahr), in Canada densità superiore (132 Oe)
    3) Rispetto delle regole locali per la qualita del vino (VQA in Canada, QmP in Germania, DOC in Italia).

    Liberi poi di fare quello che si vuole, vino “diverso”, ma per chiamarlo “vino di ghiaccio”, rispetto di un minimo di regole coerenti con l’operato dei nostri amici oltr’alpe…

    Per analogia immaginiamo che un tedesco si metta a fare vinsanto…

  8. Roberto, da italo-canadese che sono ti confermo che la stragrande maggioranza degli ICEwine fanno schifo, sono un po’ come i Picolit, troppe bottiglie per turisti. Ma ci sono alcuni produttori che fanno cose bellissime.

  9. Per la cronoca: io il Solenne l’ ho assaggiato ed anche due tre volte. Se a Franco fa schifo, de gustibus ed é suo diritto scriverlo. (La sua descrizione comunque, avulsa dal contesto, é da…. tre bicchieri. Rileggete bene(*)

    Il merito del discutere non é il gusto di Franco ma la critica all’ iniziativa del produttore e la sua “creativitá”. Allora : Trinoro puo´fare la copia carbone di un Bordeaux e tutti a battere le mani mentre Cascina Baricchi non puo´fare un vino di ghiaccio come gli pare a lui ?

    Comunque e senza ironia: cosa fa il wine designer ? e chi sei Antonio,
    Tombolini ?

    (*) “Con il suo colore ambrato tale da ricordare quasi un Vin Santo e gli aromi che non richiamavano in alcun modo le caratteristiche del Moscato, ma con il loro marcato sentore di tabacco, caffè, foglie di thé (la varietà Lapsang Souchong), affumicato, oltre che frutta candita, uva passa, fichi secchi e ovviamente legno”. )

  10. Credo che ogni critico, d’arte come di vino, musicale come letterario debba avere l’accortezza, direi lo stile, di esprimere anche i giudizi più duri senza cedere alla tentazione, insopportabile, di dire “io avrei fatto così”. Purtroppo in Italia ciò avviene spesso e spesso si finisce a fare un processo alle intenzioni, piuttosto che una critica diretta al prodotto finale.
    Il blog è di Franco che può e deve ovviamente dire ciò che vuole. Se il vino in questione non è buono (io non lo conosco e non posso esprimermi) è giusto demolirlo. Ma credo sia ingiustificato partire da ciò per portare una accusa generalista ai produttori italiani rei di seguire strade sbagliate. Sarebbe come dire ad uno scrittore come avrebbe dovuto scrivere un libro… Nel quadro della legislazione ogni produttore deve essere assolutamente libero di sperimentare, sbagliare, fare vini imbevibili per imparare e migliorarsi. Il critico non dovrebbe intromettersi nelle scelte… Ho sentito tanti giornalisti storcere il naso quando Gravner iniziò a parlare di vino in anfora, mentre oggi è quasi “mainstream”. Idem per le macerazioni in bianco.
    E poi, suvvia, tutta questa malcelata aggressività nei confronti del legno sta diventando pesante!

  11. Infatti i migliori vini del mondo sono fatti col legno. Compresi i più grandi vini dolci, che fanno barrique nuova obbligatoriamente.

  12. Non ho mai assaggiato il Solenne, e mi hai incuriosito. Ma permettimi una domanda: hai detto che questo produttore, più o meno, vuol insegnare agli altri a far l’Eiswein. Ma questa cosa traspare realmente da atteggiamenti e dichiarazioni del vignaiolo?
    Resta il fatto che concordo con Mike Tommasi: l’Ice Wine, tranne qualche ottimo esempio, sta degenerando a moda intellettualistica.

  13. Che il produttore voglia insegnare qualcosa a qualcuno é sicuramente una interpretazione giornalistica di Franco, un modo di evidenziare la sua – di Franco – prima reazione. Per questo ho scritto che spesso dobbiamo soffermarci, contare fino a dieci e riflettere. (Cosa che non sempre facciamo, io in primis.)

    Conosco Natale Simonetta di persona e se qualcosa vuole dal mondo del vino é imparare. Cosa che ha fatto per anni e continua a fare egregiamente. Cosi´con lo spumante rosato metodo classico da uve nebbiolo, cosí con il pinot nero 1999 metodo classico – guardate l’ annata: 1999 – appena sboccato. Cosi´con il syrah ed il pinot nero e con il moscato passito, per parlare solo di quei vini che non ti aspetteresti.

    Se il Piemonte é quella grande terra da vino che é, forse sarebbe giusto assaggiare e dare spazio a chi cerca una via propria
    piemontese all’ eccellenza. Cosi´a priori. Tanto ci penserá poi il mercato al resto.

  14. @ Merolli:
    Se un produttore è libero di fare quel che gli pare, un giornalista è libero di dire quel che vuole?

    Non sono Tombolini

    Un wine&food designer (scusate l’inglese, ma in italiano suona malissimo e comunque non ha un corrispettivo) si occupa di comunicazione e design per le aziende vinicole ed agroalimentari in genere.

    P.s.: bella l’ultima frase: concordo in pieno.

  15. Penso di essere ancora capace di scrivere in un corretto e comprensibile italiano, anche se Merolli, bontà sua, dice che comincio a mostrare i primi segni dell’arteriosclerosi. Ho criticato sia il vino, che a me e a gran parte delle persone presenti non è affatto piaciuto e che ho trovato privo di senso e di piacevolezza, sia la “presunzione” del giovane produttore di Neviglie, che non ha pensato bene di accostarsi al soggetto vino di ghiaccio, eiswein, icewine con la necessaria umiltà. C’è un modello per questa tipologia di vino, uno stile riconosciuto e adottato dalla stragrande maggioranza dei produttori, nel mondo austro-tedesco ed in Canada, e lui cosa fa ? Lo ripudia e rinuncia ad ogni possibile eleganza per piallare gli aromi varietali e le note fresche di ghiaccio con una palata di legno nuovo ! Veramente geniale direi…Se poi, produrre vini come questi significa percorrere, come dice Merolli, “una via piemontese all’eccellenza”, vuol dire che io, che amo il Piemonte e la Langa profondamente, di questa terra e di questi vini non ho proprio capito nulla…

  16. Pochi credo amano la Langa ed il Piemonte piu´di te e pochi la sentono propria altrettanto intimamente. Franco,il mio punto é un altro e mi permetto di dire: fermiamoci un attimo qui per i dieci secondi di riflessioni. Rintracciati il produttore ed assaggia i suoi prodotti. Poi facci sapere se la tua irritazione per la sua “presunzione” viene confermata e rafforzata o se invece viene corretta : per me, personalemente, é sempre il produttore che fa testo, mai il solo prodotto.

    Io uno straccio di intervista, anche telefonica, ad uno che devo tacciare di presunzione gliela avrei anche fatta. Forse ne avrei tratto un’ impressione differente. Un minimo di curiositá, non per rivedere il tuo giudizio sul vino, ma per capire le motivazioni di un langarolo a mettersi a fare un Eiswein e di quel tipo.

    Se vogliamo rimanere in tema Eiswein, Franco, siamo distanti, come opinioni: il modello adottato da “gli altri” vale per le uve degli altri. Non credo che il moscato venga usato nei paesi citati. Il produttore avrá ritenuto opportuno
    l’ uso del legno per questa annata e questa produzione. Altri palati altri mercati, magari il produttore ti potrá portare a testimonio recensioni favorevoli in Cina o in California. Non so. L’ unica cosa che traspare e´che secondo te il Solenne non é omologato e pur essendo stato prodotto da uve
    colte da ghiaccio, cade al di fuori del modello convenuto e “protocollato” dell’Eiswein. E se il produttore avesse invece proprio voluto staccarsi dal modello suddetto ? O avrebbe dovuto produrre come vogliono i tedeschi ? o i giornalisti della degustazione ? o altri ? E se invece ha preso in considerazione
    proprio altri elementi che non quelli che citi tu delo stile riconsociuto ed adottato da tutti ?

    La via piemontese , o italiana o turca, all’eccellenza passa anche per tentativi ed errori, passa per tante strade ma non quella di tarparsi le ali e le iniziative per pauradi non essere conformi ad un modello. Del Solenne in fondo non ne sentiva la mancanza nessuno e se ne puo´fare sicuramente a meno: della creativitá e della “presunzione” del Natale Simonetta di turno, no.

  17. Ma il produttore sarebbe poco umile per quale esatto motivo? Per aver detto pubblicamente (alla Josko Gravner) “L’eiswein si fa così, il solo eiswein vero è quello che faccio io, poveretti gli altri che non lo capiscono?”. O semplicemente (ma spero non sia questa la risposta) per aver fatto il vino in quel modo?

  18. Ribadisco di avere la presunzione di scrivere in un italiano sufficientemente chiaro e comprensibile. Se qualcuno non riesce ancora a capire che la “presunzione” del produttore non é dovuta a dichiarazioni pubbliche e proclami, che non mi risulta aver fatto, ma ai comportamenti, al voler produrre un vino di ghiaccio, tra l’altro di scarsissima piacevolezza, fregandosene altamente dello stile e delle modalità produttive collaudate, la colpa non é mia che non mi farei capire, ma di chi non riesce o non vuole capire !

  19. Evito d’intromettermi nella “querelle” nata sul Solenne non avendolo mai assaggiato, in linea teorica però concordo con Ziliani: fermentare un eiswein in legno, special modo da un vitigno come il moscato, significa comprometterne la principale dote: l’eleganza!
    In attesa di assaggiarlo mi permetto però di “cogliere in fallo” il solitamente bravo giornalista: egli infatti scrive che ammira i produttori del nord europa e Canadesi per lo “spirito rispettoso, non protagonistico, assolutamente fedele alla storia della tipologia Eiswein – Icewinene…” ma poi si dimentica di aver assaggiato, come primo vino della serata in questione, lo sparkling Icewine di Pillitteri…(sic!), non certo un vino in linea con lo “stile e le modalità produttive collaudate”.
    Per carità vino simpatico, giocherellone ma, mi si permetta il termine, autentica “americanata” irrispettosa del vero Eiswein quanto, probabilmente il Solenne.
    Ho avuto modo di assaggiarlo con Pillitteri in persona a “Dulcenda”, e lui stesso ha espresso un sorriso d’assenso di fronte a questa mia definizione.
    Ringrazio dell’ospitalità.

  20. Saluti a tutti.
    Non posso esprimere un giudizio sul Solenne in quanto non ho mai avuto il piacere oppure no di assaggiarlo, ma mi permetto di obiettare sul modo in cui è stato bistrattato dal sig.Ziliani.
    Può starmi bene il fatto che il vino venga rovinosamente insultato ( ma anche qui mi pare ci sia modo e maniera) , ma il produttore dovrebbe avere a mio avviso una forma di rispetto maggiore visto che con il suo lavoro ci vive.
    Penso che ogni assaggiatore possa insultare o disprezzare un vino ma la scelta del produttore ( cha io comunque non condivido ) dovrebbe avere maggior considerazione e rispetto.

    ringrazio e saluto tutti Massimo Arsie

  21. Massimo, non credo che Franco abbia insultato il produttore, ma abbia espresso una giusta critica ad un vino che non gli è piaciuto. Certo, non sono assolutamente d’accordo quando lo definisce “presuntuoso”: dovrebbe essere presuntuoso solo perché fa un vino in modo diverso da una produzione più o meno codificata? Non saprei.
    Intanto comunque aspetto di poter provare il Solenne.

  22. Probabilmente Alessandro ha ragione: ci stiamo arrabattando su di un icewine perchè prodotto in botte mentre ne ignoriamo uno che viene addirittura spumantizzato… solo perchè quest’ultimo è prodotto da un Canadese anzichè da un Italiano?
    Magari la piacevolezza dello spumante icewine è nettamente superiore a quello del vino prodotto da Simonetta, ma in quanto a rispetto delle modalità produttive credo non ci sia proporzione.

    “Americanata”… bel termine!

  23. Ciao a tutti, ho fatto un pò di ricerche( spero giuste)….il solenne prende il nome dal fatto che viene vendemmiato con la neve ( in questo effettivamente Simonetta ha giocato col nome ghiaccio per far scambiare il vino o accumunarlo nella categoria eiswein) ma il vino è un normale passito da uve moscato.
    Simonetta dopo la torchiatura non elimina neanche l’acqua come da tecnica eiswein ma mette il torchiato direttamente sui caratelli.
    In effetti uve vendemmiate a dicembre con i nostri climi mediterranei sono decisamente passite da non necessitare di una ulteriore concentrazione degli zuccheri.
    Quindi mi sa che forse il vino non andrebbe accomunato e neanche assaggiato assieme con gli eiswein, ma andrebbe assaggiato e accomunato ei vari vin santo ( toscano) e vino santo ( trentino), salvo il fatto che effettivamente e forse volutamente il nome dato al vino fa pensare agli eiswein o icewine.
    Saluti a tutti . Grazie.
    Massimo Arsie.

  24. Perdonatemi, ma che senso hanno i commenti dei signori Carlo, Roberto, Tommaso, Massimo,e Valerio? Posso anche ammettere che il giudizio del sig.Ziliani nei confronti del produttore italiano sia stato formulato in toni un poco eccessivi, ma se l’italiano (corretto) non è un’opinione, la critica che gli veniva mossa non era diretta né contro la sua persona (dunque non era offensiva), né contro la sua strategia di produzione vinicola in generale (non si parlava infatti della sua azienda, né tantomeno degli altri suoi vini), ma era diretta unicamente contro la “pretesa” (e nessuno ha detto palesata a parole, ma – chi può negarlo? – chiaramente dimostrata dalla presenza del suo presunto vino di ghiaccio alla manifestazione) di inserire il proprio prodotto nella categoria degli ice-wine. Cosa che, ancor prima che criticabile, non sembra semplicemente possibile per il discostarsi della tipologia produttiva adottata dal modello riconosciuto che prevede alcune regole ben precise. Tutto qui: il Solenne del sig.Natale Simonetta non è un ice-wine e quindi non c’entrava per nulla (ecco la “pecora nera”) con la serata. Non è la scelta in quanto tale del produttore italiano ad essere stata criticata, ma la pretesa (questo è il punto – e comunque tendo a precisare che una pretesa non deve per forza essere presuntuosa) di far rientrare un prodotto all’interno di una categoria con la quale non ha nulla a che spartire e alla quale farebbe perdere la propria tipicità qualora vi fosse inserito. E’ come dire: faccio un pandoro con le uvette e i canditi e pretendo di continuare a chiamarlo pandoro. Qualcuno potrebbe obiettare: “Mi sembra più un panettone”, e chissà che non abbia anche ragione…

  25. Sara, scusa se mi permetto di obbiettare ma visto che citi anche me…
    Nel mio commento non ho mosso nessuna critica a Ziliani per quanto egli scrive del Solenne, ho solamente avvallato quanto scrive Alessandro il 23.01 (probabilmente il commento più corretto ed efficace tra tutti), ovvero che se il vino di Simonetta non è un tipico Icewein neanche lo sparkling di Pillitteri lo è.
    Tutto qui.
    Grazie per avermi letto.

  26. @ Sara: e visto che citi anche me, due passi indietro. Mi sembra incontrovertibile che :

    (1) cFranco Ziliani ha attribuito al produttore velleitá ed atteggiamenti
    che non sappiamo se il produttore abbia o meno. Questo lo ha fatto deducendoli dal fatto stesso che il produttore abbia presentato un vino di ghiaccio ” a modo suo”.
    Ora: l’ organizzazione seleziona il Solenne, dopo averlo assaggiato e crede bene di inserirlo nella degustazione. Franco loda l’ organizzazione ma sciabola il vino.

    Tutto nel suo diritto. Meno nel suo diritto attribuire al produttore presunzioni o altro senza averlo intervistato e solo per il fatto che si sia permesso di produrre un “suo” vino di ghiaccio, senza tener conto di quello che fanno gli altri. Dunque: la critica ci stava e ci sta bene, ma al prodotto , non alle intenzioni o alle presunzioni del produttore. Lo spunto dell’articolo viene in altre parole a cadere.

    Su questo mi sembra ci sia un buon consenso e non sim toglie nulla alla qualitá di Franco se una volta si é lasciato trascinare da una intuizione ed a giudicato il generale dal particolare. La ricerca della “notizia” porta anche a questo.
    Capita a tutti di prendere cantonate o quanto meno di interpretare male un
    segnale o due.

    (2) Rimane sempre il fatto che se il Solenne é ,come sembra, il primo eiswein italiano ed il primo eiswein di uva moscato, fa legge a se stesso e non deve
    necessariamente prendere in considerazione cio´che fanno altri in altri climi. Di comune rimane il fatto che le uve rvengono raccolte gelate. Il resto, il protocollo, il disciplinare é tutto da inventare e stilare. Magari quando se ne sentirá la necessitá si potrá calcarli su quelli giá esistenti che Mike Tomamsi citava, ma non necessariamente.

    Di questa primogenitura un giornalista meno “impulsivo” avrebbe dovuto tenere conto: il tacciare il produttore di “presunzione” etc, sarebbe stato legittimo solo dopo una conferma via intervista etc con lo stesso.

    Insomma: recensione del vino da una parte, generalizzazioni – sbagliate
    in questo caso – da un’altra.

  27. Critiche e pareri diversi rispetto a quanto scrivo sono legittimi e benvenuti, ma le ultime annotazioni di Merolli, tanto impegnato a difendere il vino di ghiaccio di Simonetta, richiedono una puntualizzazione. E’ solo lui, ormai, l’ha capita anche Farina, che la “presunzione” del produttore non si é manifestata con atteggiamenti e proclami pubblici, ma con la semplice scelta di produrre il suo vino ignorando bellamente la strada maestra per gli Eiswein-Icewine e adottando una via che, nei fatti, si dimostra totalmente sbagliata, perché il vino é non solo concettualmente presuntuoso, ma alla prova dei fatti, scarsamente piacevole (eufemismo).
    Non accetto poi che Merolli arrivi a dirmi come devo scrivere e quali procedimenti adottare. Come dicono a Milano, “offelé fà el to mestée”, Merolli faccia il suo (anche quello di distribuire e vendere vini in Danimarca, magari anche quelli di Cascina Baricchi…), che io faccio il mio…
    Non ho preso “cantonate”, come lui sostiene, e non accetto lezioni di deontologia e correttezza. E con questo ho chiuso. Di fronte a commenti come questi mi chiedo: ma ha senso proseguire Vino al Vino se ci si deve confrontare con interlocuori del genere ? A me sembra decisamente tempo perso…

  28. Allora, cerchiamo di rimanere nel seminato

    (A) : io non “sono impegnato a difendere il vino di ghiaccio”. Se ti dai la briga di rileggere i miei post – e quelli di qualcun altro – vedrai che l’ oggetto del contendere, che il tuo blog graziosamente ospita, é il diritto di un produttore di seguire una sua strada e ovviamente pagarne le conseguenze.

    Ho evidenziato che l’ organizzazione, che tu pur lodi, lo aveva inserito nella
    degustazione. A qualche titolo lo avranno fatto. Su di questo non hai dato né commento né opinione.

    (B) Deontologia: io ne´ti voglio né ti devo insegnare nulla. Ti ho detto solo che
    davanti ad una “primizia” come il Solenne – buono o cattivo che tu lo giudicassi – forse un altro “offelé”, avrebbe colto l’ occasione per scavare
    un po´, andare a vedere, magari per dare piu´argomenti alla propria idea della
    “strada maestra all’ eiswein”. Tu hai ritenuto invece cogliere l’aspetto di : presunzione (concettuale, questo si era ben capito) e generalizzare in un tono
    che, francamente, non serve a nessuno : cito ” che molti produttori italiani hanno di farsi notare e di mostrarsi originali e “creativi”, quando invece buon senso e logica consiglierebbero loro umiltà e rispetto degli esempi storici.”.

    Non solo, apri una porta su un argomento, per poi lasciarla aperta: cito : ”
    ma, chissà perché, non il produttore italiano, Natale Simonetta, che non si sa bene se per mostrare a quegli zucconi di uomini dell’Ice-Eis-wine come si fa…”

    E’ quel “…chissá perché..” rimasto senza risposta e´altro argomento di riflessione, se proprio vuoi parlare di deontologia. Di correttezza io non ho mai parlato e la corretteza non c’entra nulla, né con il tuo articolo né con le reazioni, mie e di altri.

    (C) Distribuzione: se rileggi bene i miei post non ho mai difeso il Solenne .
    Perché `perché pur essendo il distributore dei vini di Cascina Baricchi…non sono un entusiasta al cento per cento di questo vino. Se il mio fosse stato un interesse “particulare” avrei potuto mandarti le ottime recensioni che questo vino ha avuto da queste parti. Ma: spero lo abbiano capito tutti che il punto non era se il Solenne fosse buono o cattivo, bensi´il tono del tuo articolo.

    Ti chiedi se sia tempo perso proseguire il tuo blog. No, Franco, non é tempo perso. Tutto il contrario. Il tuo blog fa bene a te, a chi lo legge ed al vino in generale. Se per una volta il “sensation seeking” e l’ atteggiamento un po´pedagogico, che di regola é il tuo simpatico marchio di fabbrica, ti portano ad interpretare segnali in modo sbagliato e – se vogliamo – ad malpresentare un produttore, beh non é disonorevole fare un passo indietro, non per chiedere scusa, ma per approfondire la questione. Nell’ interesse di tutti.

  29. E io da buon ultimo sono d’accordo con il Merolli. L’egregio Ziliani, a mio modesto parere ha esasgerato anche stavolta. Perchè, parliamoci chiaro. e sintetizziamo, Ziliani ha “segato” sul nascere l’intraprendenza del produttore sperimentatore. Gli ha ammazzato il bambino appena nato. Bambino brutto se vogiamo, urlante e sguaiato. Ma glielo ha ammazzato. O forse non è vero? Allora io dico, onore e rispetto per chi è creativo. Per chi osa. Per chi ha il coraggio di provare e magari di sbagliare. Chi non risica non rosica e via dicendo. Se stiamo disciplinatamente nei disciplinari non inventeremo mai qualcosa di nuovo. Bolgheri docet (e vi assicuro che non stravedo per Bolgheri, soprattutto a quei prezzi). Viva il Nebbiolo e le Langhe, ma non nascondiamo la paura del nuovo, dell’incerto, dietro ad una pomposa classicità.

  30. Scusate se intervengo di nuovo (soprattutto per rispondere agli ultimi due interventi del sig. Merolli), ma vorrei mettere fine all’inutile polemica che, in tutta sincerità, non so come sia potuta nascere da un’affermazione che di criticabile non ha assolutamente nulla: perché il succo dell’articolo di Ziliani sta tutto e semplicemente nell’affermazione che il vino del produttore piemontese “è stato non solo un vino del tutto anomalo e completamente diverso dagli altri, anzi con nulla a che spartire con Eiswein e Icewine, ma un vino che non si capiva assolutamente che senso avesse”. Ribadisco di nuovo che il giudizio può essere stato duro, ma se è vero, se rispecchia una situazione di fatto, se non è un semplice pregiudizio, in cosa è criticabile? Si è forse messo a dire, il signor Ziliani, che è meglio che il sig. Natale Simonetta chiuda bottega perché i suoi vini fanno schifo? Questa sarebbe stata presunzione: che ne sapeva lui degli altri suoi vini? (Eh già, non gli ha fatto un’intervista telefonica prima di stilare il suo articolo!).E cosa c’entra poi il discorso dell’originalità? Che ben vengano questa e la sperimentazione, ma allora che si usi anche un po’ di fantasia per trovare un nuovo nome per un nuovo tipo di vino, che non si può pretender di chiamare ice-wine solo per il fatto che viene vendemmiato con la neve!

  31. @ Sara: nessuna polemica, solo civile scambio di punti di vista.

    Fai quest’esperimento: pensa di essere tu la produttrice del Solenne e rileggiti l’articolo. Poi scrivi in tutta sinceritá se (a) ti sembra di essere stata trattata bene come produttrice e se (b) come consumatore, hai ricevuto tutte le informazioni del caso.

    Adesso non é che uno puo´dire a Franco come scrivere gli articoli o i suoi interventi blog, ma – secondo me – qui ha perso un’occasione di informazione sobria e completa, privilegiando elementi di sensazionalismo e di “besserwissen” : frasi come ” ….., lui si che sa come lo si produce, mica quei tonti di austriaci, tedeschi e canadesi !…” potevano essere evitate, previa una assunzione di informazioni. Ti do ragione: non é che Franco sia tenuto a fare telefonate a chicchessia ogni volta che deve stilare una recensione, ma, io ti domando e mi domando: questo é un vino che per la prima volta viene prodotto in Italia. Non ti suona qualche campanello di curiositá, per capirci
    qualcosa di piu´, a beneficio tuo e dei lettori ? non merita la cosa un’ informazione meno saccente piu´a tutto tondo ? Che giornalismo é se viene a mancare una sana curiositá ? O é piu´facile ed attraente “mettere alla berlina” il malcapitato di Neviglie ? che tanto non lo conosce nessuno ? A me sembra che la differenza tra un blog tuo o mio dove diciamo quello che ci capita per la testa e quello di una autoritá che dice Vino al Vino, sia proprio quello dell’ obbligo di un’informazione a tutto tondo. Meno ironia , piu´fatti.

    Franco ha un peso, quello che scrive ha eco, vine invitato a degustazioni e considerato per la qualitá dei suoi scritti : noblesse oblige.
    Franco non deve dimostrare nulla a nessuno, e se siamo in tanti a leggerlo e a reagire alle sue varie scritture e´perché lo apprezziamo: secondo me questa volta peró, per me, “ha toppato” come si dice nel suo caro milanese .
    Anche Omero sonnecchia ogni tanto e senza polemiche credo di avere spiegato perché.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *