IGT o DOC/DOCG come avanguardia del vino italiano?

Mi é piaciuto molto lo sviluppo della discussione sui Franciacorta Satèn innescato dalle mie note di degustazione dell’ottimo Franciacorta Brut Satèn 2001 di Villa. Mi é piaciuto a tal punto che, pur senza voler trasformare questo blog in un forum (che sono e restano cose diverse) ho pensato di lanciare una nuova rubrica, interamente (o quasi) affidata a voi che leggete Vino al Vino.
Sono del resto persuaso che lo spirito del blog, di questo come di qualsiasi altro, consista nel dialogo e nel confronto di idee che riesce a stimolare e non solo in un discorso svolto dal blogger che gli altri recepiscono (o rifiutano) senza reagire.
Per questo motivo nasce, con questa proposta di tema di discussione, lo spazio che ho pensato di intitolare “E voi cosa ne pensate“, uno spazio che consisterà nella proposta da parte mia di un tema di dibattito (non necessariamente esprimendo il mio punto di vista in merito) e nell’invito a dire la vostra, a confrontarvi, lasciandovi liberi – con la preghiera di rimanere nei termini di un confronto civile, come quasi sempre avviene su Vino al Vino – di intrecciare le vostre opinioni.
Il tema di oggi é: ma davvero le IGT, indicazioni geografiche tipiche (ovvero sia il contenitore in cui rientrano ad esempio i Super Tuscan, i vini Igt Toscana o Igt Sicilia), costituiscono la punta più avanzata del vino italiano ? Davvero, come ho sostenuto Lamberto Frescobaldi, responsabile del settore viticolo ed enologico della celebre storica azienda toscana, “le Igt hanno dato ad ognuno la possibilità di produrre i più grandi vini possibili” ? Davvero, come sostiene Frescobaldi, se le Igt non fossero state inventate chissà quanto tempo ci sarebbe voluto per costringere le Doc/Docg a cambiare e a migliorarsi?
Insomma, il vino italiano oggi deve seguire il modello, super liberista, delle IGT che ti consentono di fare praticamente quello che vuoi, di piantare i vitigni che preferisci dove vuoi, o seguire il tradizionale modello dei vini a denominazione d’origine ?
Io ho le mie idee in merito, ma a voi cominciare ad intervenire e aprire la discussione…

28 pensieri su “IGT o DOC/DOCG come avanguardia del vino italiano?

  1. E’ un discorso complesso e non uniforme. Ad esempio in Toscana le Igt sono state uno stimolo affinché le doc/docg si dessero da fare per valorizzarsi ed essere più competitive; ma è anche vero che in Chianti Classico abbiamo assistito a progressive “correzioni” del disciplinare al fine di consentire l’uso proprio di quei vitigni internazionali che hanno fatto la fortuna di numerose Igt. Certamente non era questo il segnale per un lavoro più responsabile di valorizzazione del territorio e della sua storia.
    A mio avviso l’Igt ha permesso sperimentazioni che in alcune zone potevano anche tornare utili (non abbiamo esperienza bicentenaria come i francesi), ma in realtà si è verificata una notevole standardizzazione nelle scelte sia di vitigni che di metodi di vinificazione. La sperimentazione, quindi, salvo rare eccezioni, non è mai stata la vera motivazione, se non per quelle pochissime aziende che hanno creato una banca dati, hanno operato con criteri più scientifici al fine di valutare dove e cosa poteva dare i migliori frutti (mi viene in mente Fèlsina).
    In parole povere cosa è successo? Vitigni internazionali piantati un po’ ovunque, al seguito di mode e guide, senza alcun criterio (basta pensare alla quantità di syrah che c’è in Sicilia).
    Questo significa mancanza di responsabilità, voglia di ottenere facili e immediati guadagni senza un minimo di lungimiranza.
    L’obiettivo delle denominazioni di origine dovrebbe essere quello di studiare a fondo il territorio, invece di dilatarlo cercare di restringerlo e mappare e classificare le zone migliori, valorizzando quei vitigni che in esse dimorano da decenni. E imbottigliare SEMPRE nella zona di produzione.
    C’è molto altro che vorrei dire ma è meglio che mi fermo qui.

  2. E’ innegabile che l’invenzione (europea, non ci scordiamo) dei “vini da tavola con indicazione geografica” (la cui attuazione italiana sono gli IGT) abbia rappresentato l’introduzione di un terreno dove godere di grande liberta’ nel fare vino. Non e’ proprio del tutto vero che si puo’ piantare quel che si vuole dove si vuole perche’ i vincoli imposti dalle province valgono a prescindere dal tipo di vino che si produce, agiscono “a monte”, al momento di ottenere l’autorizzazione all’impianto (o reimpianto). Pero’ e’ certo che con le uve che e’ possibile allevare si possa poi fare quasi quel che si vuole. Sarebbe a questo proposito molto interessante osservare quanto i limiti di resa per ettaro, generalmente molto piu’ abbondanti per gli IGT, siano effettivamente sfruttati. Di questa liberta’ sono ovviamente responsabili coloro che si trovano a gestirla, a seconda dell’uso che ne fanno. Liberta’ di sperimentazione, oppure semplicemente liberta’ di confezionare il vino che piu’ e meglio sembra vendere al momento, il che e’ comunque un proposito piu’ che legittimo, anche se non persegue come scopo l’eccellenza.
    Sarebbe, io ritengo, da ampliare questo spazio di liberta’ mediante l’affiancamento ai suddetti “vini da tavola con indicazione geografica” anche di una nuova classe di “vini da tavola con indicazione ampelografica” per venire incontro alle oneste esigenze di chi vuole imbottigliare un coacervo di un vitigno specifico (sappiamo bene l’importanza primaria che ha sul mercato internazionale la specificazione del vitigno sopra ogni altra cosa, forse anche del continente di provenienza) composto di partite di vino provenienti da regioni diverse (e perche’ no? anche da paesi diversi). Sarebbe cioe’ opportuno evitare la tentazione che nel nostro paese e’ sempre fortissima, di far giocare piu’ ruoli a un solo strumento, che e’ la vera rovina, il modo in cui le diverse esigenze presenti sul mercato, anziche’ disciplinatamente convivere e dar vita a un sistema organico, al contrario si intralciano a vicenda. Ed eccomi arrivato al discorso sulle cosiddette “denominazioni di origine controllata [e garantita, eventualmente]” che e’ il piu’ spinoso. Innanzitutto ritengo che sia l’ennesima firma di cialtroneria questo “raddoppio” di categoria, con la confusione che inevitabilmente ingenera in altri, ben piu’ candidi e spontanei animi dei nostri, incalliti dalla furbizia: che senso ha parlare di origini controllate e garantite, a fronte di origini controllate e basta? Ci rendiamo conto dell’autogoal che questo rappresenta? Abbiamo un sistema che su alcune categorie di vino e’ in grado di controllare ma non di garantire il risultato?
    Ma la pecca piu’ grave dell’intero sistema delle DOC/DOCG e’ quella di essere voluto diventare (anzi: essere fin dalla nascita) un sistema di garanzia di “qualita’”. La quale qualita’, come ovvio, con la corretta rispondenza alle origini territoriali, ha a che fare quanto i natali di una persona possono avere a che fare con i suoi pregi e difetti. Si riducano a una sola le categorie di vini a denominazione di origine, e si pensi a far fare bene quest’unico lavoro allo strumento in questione: garantire le origini di un vino. Su questo sono perfettamente d’accordo con RoVino: altro che ampliarli! I territori vanno proprio “studiati”, ne va capita la ragione di fondo, e sfrondati fino a comprendere solo QUEL territorio oggetto di denominazione. Anzi! Dice sempre bene RoVino: mappare e classificare le zone migliori. Infatti: il metodo giusto non e’ quello di tracciare linee continue di confine. Il vino si fa a partire dai vigneti, e questi sono oggetti discreti. Si tratta dunque di _contarli_. Contare i vigneti e classificarli per rango qualitativo, cioe’ creare un sistema di cru. Obbligatorio per tutti gli impianti, nuovi o gia’ esistenti. Dopo di che ciascuno sara’ poi libero di scegliere se mantenere la firma del cru o se invece conferire a un piu’ vasto e indistinto coacervo il proprio materiale.
    E occorre anche tracciare molto chiaramente sulle carte le zone dove un vigneto NON DEVE essere piantato. E’ ridicolo adottare un regime di diritti d’impianto e blindare il potenziale produttivo, se poi (a parte dichiarazioni di principio) non si fa nulla per evitare che vengano piantati vigneti in appezzamenti dove sappiamo fino dalle elementari che ci puo’ magari andare il mais, ma la vite certamente no. Ecco: io mi scandalizzo molto di piu’ a vedere vigne appena fatte in appezzamenti di fondo valle, alcune addirittura praticamente in proda ai fiumi (e sto parlando di zone di produzione a denominazione d’origine abbastanza prestigiose), molto di piu’ per cose cosi’ che non per la vista di vigneti interi che mostrano colori autunnali incompatibili con le varieta’ locali tradizionali.

  3. Concordo con quanto detto da rovino, anche se ho qualche idea un po’ piu’ “forte” al riguardo. Ho sempre creduto che le doc/docg siano il mezzo primario per la valorizzazione del territorio e dei vitigni che in esso si sono evoluti. Il vero problema nasce quando le denomizioni sono troppo rigide, inflessibili e non permettono la possibilita’ al singolo produttore di poter esprimere il proprio potenziale, o almeno una rivisitazione del proprio territorio. Purtroppo l’evoluzione dei disciplinari non e’ una cosa semplice, bisogna che sia concordata dalla maggioranza dei membri e spesso interessi di bottega limitano notevolmente i dibattiti costruttivi.
    Ecco perche’ le igt hanno avuto tanto successo, anche in chi crede nelle doc. Pero’ non ho ancora sentito, salve poche eccezioni, di vini igt che nel lungo periodo abbiano una vita ed una consistenza paragonabile alle migliori doc/g. E’ proprio in questo che ritengo il tallone d’Achille delle igt: sono pensate e fatte per un consumo piu’ immediato, diretto (ed il grande uso di vitigni francesi conferma questa supposizione). Quando ho la fortuna di far assaggiare igt insieme a doc/g a persone non esperte di vino (non che io lo sia, ma almeno sono dentro a questo mondo da un po’) o straniere, magari anglosassoni (ho vissuto in Australia per diversi anni) sento il bisogno di fare delle considerazioni preliminari: gli igt sono piu’ “semplici” da capire e da apprezzare, mentre i doc/g richiedono un tempo, ed una consapevolezza/costanza maggiori nel capire cosa siano e poterli apprezzare in pieno. Giusto un esempio per chiarire: avvicinarsi ad un Brunello o ad un Barolo e’ differente dal bere un Sassicaia (ora doc, ma nato igt!) od un grande igt piemontese (non mi viene in mente niente, ma potete scegliere benissimo voi!). Sono tutti eccellenti vini, ovviamente, ma la storia e le sensazioni che si portano dietro i vini a denominazione e’ talmente grande che deve essere inclusa nell’eseprienza del bere.
    Una piccola constatazione sul grande proliferare di doc negli ultimi tempi. Va bene considerare denominazioni storiche o che abbiano un senso sia viticolo che enologico, ma usare le doc come semplice espediente per “creare” un mercato che altrimenti non ci sarebbe, beh penso faccia del male a tutto il settore. Che senso ha, per esempio, avere le doc Soave e dietro l’angolo il Gambellara, quando sono esattamente gli stessi vini, ma fatti un po’ piu’ in la’? Non era meglio pensare alla creazione di sottozone e cercare di valorizzare le diverse realta’ all’interno delle stesse aree? Tante doc, TROPPE doc, allora dove sta la differenza e, soprattutto, la valorizzazione? Ecco che allora nascono i dubbi a tante persone sul buttarsi sugli igt invece che sulle doc…..
    Ultima cosiderazione. L’italia ha il piu’ grande patrimonio viticolo del mondo, un enorme varieta’ pedo/climatica che ci permette di avere le piu’ disparate produzioni enologiche (direi: TUTTE!), perche’ dobbiamo sempre ricorrere a pochi vitigni internazionali, seppur eccellenti, per fare del vino “vendibile”? Alla lunga ho il sospetto che questo possa rivelarsi molto controproducente.
    Antonio

  4. @ Antonio Grimaldi
    Non ricordi Igt piemontesi perché non ce ne sono. Per scelta in Piemonte hanno preferito puntare tutto sulle denominazioni di origine…e chi non ne fa parte è automaticamente vino da tavola.

  5. Le igt in Piemonte non ci sono, e questo si sa: peccato che in certi corsi Ais capiti di incontrare relatori che parlino di “Piemonte Igt”, magari subito dopo aver fatto battute tipo “Si dice Brachetto e non Bracchetto, se no sarebbe il cane”.

  6. Ok, scelta infelice!Ammetto la mia ignoranza in fatto di vini piemontesi ed della chiara linea produttiva di questa regione. Il concetto dell’esempio (non dei migliori!) pero’ rimane.
    Comunque non mi sono spacciato per uno che sa, ma solo di una persona che e’ dentro il mondo del vino, essendo microbiologo enologico da piu’ di 8 anni ed avendo viaggiato molto per le regioni vinicole del mondo. Ma non in Piemonte! Vedro’ di rimediare al piu’ presto.
    Antonio

  7. Chi sa tutto di tutto scagli la prima bottiglia!
    A parte scherzi, scriversi sul web non è come comunicare faccia a faccia. Lungi da me dare lezioni a qualcuno, volevo solo fare una precisazione, poiché il Piemonte è davvero una regione particolare.

  8. @Antonio Grimaldi: ecco un esempio di quello che andavo dicendo! Ti chiedi “Che senso ha, per esempio, avere le doc Soave e dietro l’angolo il Gambellara, quando sono esattamente gli stessi vini, ma fatti un po’ piu’ in la’?” ..Che senso ha? Esattamente questo: che sono fatti un po’ piu’ in la’. E molto giustamente, anziche’ annacquare e dilatare (potenzialmente a dismisura) una denominazione, ne hanno fatta un’altra. Bravi! Anche se si tratta “esattamente degli stessi vini” (forse volevi dire che si tratta dello stesso uvaggio. che poi territori diversi esprimano lo stesso vino e’ dubbio).
    Quanto alla tua, perdonami, semplicistica dicotomia fra IGT piu’ semplici da capire e da apprezzare rispetto a VQPRD che richiedono piu’ tempo, o costanza, o assiduita’ per capire cosa siano e poterli apprezzare appieno.. a me pare che in non pochi casi (per lo meno con la IGT Toscana) si trovi esattamente il contrario: fra gli IGT si trovano vini decisamente piu’ difficili inquadrare nel contesto, magari proprio perche’ fatti “controcorrente”, e lasciamo stare se alcuni di essi sono diventati famosi, e se questa fama ha forse smussato le difficolta’ del mercato. Prendiamo proprio le loro caratteristiche organolettiche. I vini di Montevertine (la Riserva, per esempio, per non parlare delle Pergole Torte), il Fontalloro di Felsina, il Flaccianello di Fontodi, to name but a few, sono vini piu’ semplici e immediati di quali “analoghi” DOCG? O per meglio porre la domanda, rigiriamo: quali sarebbero i DOCG plausibilmente concorrenti che richiedono piu’ impegno per essere apprezzati appieno di questi immediati IGT che ho nominato?

  9. Mi ritrovo d’accordo con Filippo Cintolesi e aggiungo che non è così sbagliato l’impiego di vitigni alloctoni. Credo sia importante cominciare a fare vini di territorio e non di vitigno. Per cui ben venga una mappatura, ristretta, ancora un po’, definita, classificata. Le migliori vigne di Langa hanno un nome proprio. Come in Borgogna del resto. Questo vuol dire territorio. Quel vino è buono perché arriva da quella terra, da quella vigna, sotto quel cielo lì. E due nebbiolo coltivati a cinquanta metri di distanza spesso sono molto differenti. Identità. E’ la carta migliore che abbiamo in mano. Identità. Non saprei argomentare a fondo il discorso doc/g vs. igt perché io stessa sono spesso parecchio confusa. Alcune I.g.t. come il Do ut des di Carpineta Fontalpino (il primo che mi viene in mente) è profondamente toscano. Sa di Toscana e restituisce questa sensazione nel bicchiere. Per il Siepi di Fonterutoli può valere lo stesso discorso. Il Piemonte ha una precisa linea e non ci sono igt, è vero. Ma credo valga la pena ricordare un ragazzo di nome Angelo Gaja che anni fa ha deciso di uscire dalle varie docg (Barolo o Barbaresco a seconda) declassando i propri vini per utilizzare in percentuale altri vitigni non permessi da disciplinare. Ebbene, è solo un’opinione per carità, ma non credo che questi vini siano meno “piemontesi” o territoriali per l’uso anche di uve che non fossero nebbiolo. Buona serata e grazie a Franco per gli spunti.
    Nicole76

  10. @ Filippo. Ho riletto con piu’ attenzione il tuo primo intervento (l’abbiamo messo quasi in contemporanea e non me ne sono accorto subito). Vorrei fare un paio di considerazioni su quanto detto.
    Tu suggerisci la possibilita’ di creare anche “vini da tavola con indicazione ampelografica”. In principio credo sia una buona proposta, visto che giustamente le denomizioni geografiche stabiliscono la provenienza (geografica appunto) dei vini e non le loro qualita’. Il fatto e’ che originariamente le denomizaioni nacquero per marcare la differenza tra vini prodotti in regioni storicamente ad alta qualita’, come per esempio il Chianti della mia regione, od il Barolo e Barbaresco. Solo col tempo e’ quasi diventata la volonta’ di differenziarsi da qualcun’altro, senza che queste nuove realta’ fossero effettivamente “migliori”. Ed e’ quanto sta avvenendo negli ultimi tempi, con tante doc che a mio modestissimo avviso creano piu’ confusione, sia dal punto di vista enologico che del consumatore. Avendo avuto la fortuna di vivere in Australia, ho constatato che laggiu’ non esiste nessuna denominazione (c’e’una qualche forma di macro zonazione ma e’ ancora ai primi stadi) ed i produttori hanno la piu’ assoluta liberta’ di fare quello che vogliono, come creare vini da uve provenienti dall’intero continente australiano, fino ad un blend californiano/western australia/south australia. Ebbene, ti posso garantire che la richiesta di diversita’ nel consumatore aussie e’ enorme, visto che e’ da un po’ che la standardizzazione sta venendo a noia persino a loro. Ormai il partito di chi vuole creare VQPRD sta diventando molto nutrito, cosa che fino a pochi anni fa era come bestemmiare. E’ quindi davvero auspicabile una completa liberta’ d’azione da parte del vinificatore? Perche’ altrimenti molti si sentirebbero giustificati nell’uso anche dei trucioli, della osmosi inversa, e di tante altre pratiche.
    Sulla domanda del tuo secondo intervento, vorrei rispondere, tanto per rimanere nella mia regione che conosco meglio, che il Brunello Riserva Biondi Santi o il Chianti Classico Riserva Il Poggio (da uvaggio interamente toscano!) sono i vini che io ritengo richiedano quell’impegno maggiore che accennavo prima. Certo, ho avuto la fortuna di bere anche Ornellaia e Giusto di Notri, da vitigni francesi che erano ottimi, ma a me, da semplice appassionato e non SOMMELIER, hanno dato un “sentire” (scusate ma non sono bravo come Franco ad esprimenrmi!) piu’ immediato e meno complesso. Questo non vuol dire assolutamente che siano vini meno complessi dei sopracitati (tutt’altro!), e’ solo l’approccio che volevo sottolineare.
    Riguardo al Soave/Gambellara. Certo, il vitigno e’ lo stesso, ed anche la tipologia di vino mi sembra (correggetemi se sbaglio). Anche la conformazione del territorio e’ molto simile, ed ha detta di un paio di produttori gambellaresi il loro vino e’ quasi un Soave, ma fatto a Gambellara. Quindi la nuova doc e’ solo un espediente di mercato per sganciarsi dal Soave. Ma nell’attuale mercato inflazionato non sarebbe meglio concentrare le forze per valorizzare una doc, anche se grande, piuttosto che dividersi e confondere maggiormente la gente?
    Spero di non aver offeso nessun veneto ma quando sono stato nel vicentino una certa perplessita’ mi e’ sorta immediatamente.

  11. Sulla questione DOC – DOCG – IGT parlo da ultimo arrivato, quindi la castroneria e’ in agguato.
    Comunque secondo me le DOC e DOCG dovrebbero essere solo per vini e vitigni storici e autoctoni della zona da cui provengono,tipo Valpolicella da uve Corvina Molinara ecc. ecc. della Valpolicella , Brunello da uve Brunello della zona di Montalcino, Barolo da uve Nebbiolo della zona di Barolo e via discorrendo.
    Già il vedere Doc e Docg fatte con uve da vigneti internazionali ed alcune doc che prevedono a disciplinare qualunque uva riesca a crescere in quella determinata zona sia essa rossa o bianca,non mi fà un bell’effetto.
    quanto alle IGT le capisco quando rispettano il territorio , le sue uve autoctone e la tradizione,tipo i Supertuscan fatti con Sangiovese in purezza, alcuni uvaggi non doc/docg ma con uve tradizionali piemontesi, qualche valtellinese con uve da diverse sottozone ma sempre autoctone o qualche vino in purezza in doc-docg che prevedano uvaggi tradizionali, tipo Corvina o Oseleta della Valpolicella.
    il resto sono solo vini commerciali, degni di esistere, fatti con amore,e anche buonissimi, ma non confrontabili con la Storia e la Tradizione enologica della zona.
    Max Pigiamino

  12. @Antonio. Mi fa molto piacere che il Chianti sia della tua regione, come dici, perche’ e’ anche della mia, quindi forse abbiamo dei dati in comune per cui ci capiamo. Vedo che come esempio di VQPRD impegnativi prendi niente po’ po’ di meno che la Riserva del Biondi Santi o del Poggio, e sottolinei il loro essere frutto di uvaggio interamente toscano. Pero’ non sei troppo fair a scegliere come campione di IGT da contrapporre l’Ornellaia e i suoi uvaggi alloctoni. Avrai notato che io non ho nominato il Tignanello. E non per caso. Ti ho nominato tre vini stra-toscani. Un paio almeno mi sento di definirli addirittura stra-chiantigiani. Anche se non sono Chianti Classico. Ti diro’ di piu’: e chi se ne frega se non sono “Chianti Classico”. Ma sono indiscutibilmente “del Chianti” E “chiantigiani”. In tutti i sensi. Forse che manca nella DOCG Chianti Classico dell’uvaggio “francese”? No davvero, neppure in teoria, dopo anni di pratica. Pratica che non tardera’ a farsi teoria anche in quel di Montalcino, probabilmente. O forse il recente revival dell’autoctonia provvedera’ a dissuadere, chi lo sa?
    Dalle tue considerazioni sul Soave e il Gambellara ho il timore di dover desumere che per te “il Chianti” (per fare un altro esempio a caso) e’ e ha da essere innanzi tutto un vino, e non (come invece io ritengo fermissimamente) un territorio. Per cui se magari e’ possibile fare un vino dalle caratteristiche simili anche “solo un po’ piu’ in la’”, suvvia signori non spacchiamo il capello in quattro, todos chiantigianos, sembreresti suggerire. La quale conclusione non mi troverebbe molto d’accordo.
    Il discorso sulle DOC/DOCG (e qui mi ricollego anche alle considerazioni di max perbellini) deve risolvere come prima cosa questa questione: nella denominazione di ORIGINE cosa deve avere la massima tutela? La provenienza di origine, o la rispondenza a una “tradizione” di cui si rimanda “alle origini”? Il vino o le vigne? Il prodotto o il territorio?

  13. La tradizione, dunque la storia, è parte integrante del concetto di terroir. Quindi la Denominazione di Origine dovrebbe, in qualche modo, avere a che fare anche con la tradizione e non solo con vitigni ed aree geografiche.
    Il problema è che le DOC non sono più, e forse mai sono interamente state, la certificazione della appartenenza di un vino a un territorio, inteso come l’insieme di una geografia, di una ampeleografia e di pratiche enologiche tramandate. Ora Le DOC sono o una certficazione di qualità o un marchio gestito in modo discutibile da discutibili consorzi o creazioni politiche inutili, utili solo a produttori influenti.
    In questo senso le IGT non risolvono certo il problema. Se fossero, come dovrebbero, una certificazione di origine, semplicemente basata su criteri più ampi a livello territoriale, potrebbe funzionare… Avremmo una sorta di piramide geografica che va dal vino italiano da tavola a quello regionale a IGT alle DOC/DOCG, e magari! ai crus basati sui vigneti. Ma così non è. La confusione è massima. E quando si nominano i grandi vini a IGT si dimentica ch’essi sarebbero grandi vini comunque, anche se vini da tavola, perché semplicemente fatti bene da grandi vignaioli e su grandi territori. E siamo daccapo. Cosa vogliamo che venga comunicato ai consumatori? Che un vino sia buono? Che un vino sia fatto con un certo vitigno? Oppure che venga da una determinata zona? Questo è il problema irrisolto nella nostra legislazione. Faccio un esempio concreto della mia Regione, le Marche: io non posso indicare nel Marche Rosso IGT la dicitura “Montepulciano”. Eppure il vitigno in questione è coltivato nelle mie zone tanto quanto in Abruzzo. Ma per non rovinare la DOC Montepulciano d’Abruzzo non è possibile citare il vitigno nella IGT marchigiana… Di cosa stiamo parlando allora? Di vitigni o di territori?

  14. Voglio solo contribuire riportando l’opinione di molti produttori piemontesi secondo i quali l’assenza di IGT in Piemonte sta determinando il decadimento di prestigio (e di mercato) dei vini doc a base di dolcetto e barbera. E’ infatti fuori da ogni logica poter trovare in vendita bottiglie di barbera (o dolcetto) doc in un range di prezzi da 2-3 euro fino a 15-20. Il semplice vino da tavola infatti non è accettato in bottiglia dal mercato e per questo si etichetta come doc anche il prodotto meno pregiato.

    Luk

  15. Purtroppo, almeno nel campo del vino, le denominazioni non sono di per se una garanzia di qualita’; questa dipende esclusivamente dalla volonta’ e capacita’ di un produttore di fare buoni vini.Istituiamo la patente per i produttori..?

  16. Penso che le igt siano servite davvero a migliorare il vino italiano. Perchè la libertà che hanno dato ai produttori ha permesso a questi di iniziare un percorso di acculturamento sia in vigna che in cantina. In cantina perchè hanno iniziato a vinificare in modo più accurato, estremizzando il varietale del vitigno (spesso internazionale) evitando che fosse coperto da puzze considerate “tradizionali” per le doc (es: brettanomices). In vigna perchè si sono confrontati con vitigni francesi e, a causa di ciò, hanno dovuto confrontarsi anche con i vini francesi di riferimento (Borgogna, Bordeaux, Cote du Rhone, Alsazia, ecc.), spesso non capendoci niente, ma altre volte capendo gli stili di terroir dove le bottiglie di qualità le fanno da secoli. Arrivati a questo punto (storico secondo me), le igt non hanno più senso sui grandi vini: credo che i migliori produttori italiani abbiano capito che il nostro pinot nero si chiama nebbiolo (e spesso sangiovese), la syrah è il montepulciano o l’aglianico, il merlot è la barbera, il riesling può venire dal verdicchio, così come lo chenin dalla ribolla e così via con tanti altri vitigni italiani che, con caratteristiche e personalità proprie possono collocarsi sugli stessi stili dei vini di francia. Quindi ora i grandi vini li possiamo fare con i nostri vitigni e chiamarli con le nostre doc. Perchè la doc descrive un’origine e quindi un territorio fatto di clima-vigneto-suolo-uomo. Per cui penso che le igt siano state uno strumento per la presa di coscienza delle nostre capacità di produrre grandi vini, ma il futuro è delle doc. E penso che il legislatore dovrebbe davvero metterci su le mani per togliere imbottigliamenti fuori zona, per creare sottozone e grand cru, per ridurre le rese per ha e per togliere stupidi ed anacronistici finanziamenti per l’arricchimento dei vini. Insomma tutte quelle pratiche che fanno bene all’industria ma male ai produttori di territorio.

  17. Mi permetto di esprimere una mia idea sul perché è classificazione dei vini italiani è basata sui quattro livelli che conosciamo: VDT, IGT, DOC e DOCG.
    La vicina Francia è stata sicuramente uno sprone a cercare di darci maggiore regole, con la grave differenza che in quello Stato duecento anni di sperimentazioni, mappature ecc. gli ha permesso di stilare una graduatoria basandosi proprio sui cru, cioè i terreni più vocati.
    Questo in Italia non era, anzi non è ancora possibile. E’ su questo che si deve lavorare, ci volessero anche 50 anni e più. La formula “controllata” e “controllata e garantita” è assolutamente ridicola e ce la potevamo risparmiare.
    Oggi quello che serve è tirarsi su le maniche, costruire banche dati che contengano tutte le informazioni possibili sui terreni vitati, sulle varietà storiche e quelle più recenti (il Sassicaia è nato su un terreno fantastico e il fatto che sia ottenuto da vitigni alloctoni poco importa visto che si sono acclimatati in quella terra da molto tempo), se si fa il verso al mercato siamo perduti. L’unica cosa che può davvero fare la differenza, soprattutto con Paesi senza storia vitivinicola, è questa ed in questo bisogna investire.
    Peggio per coloro che hanno fatto fiorire vigneti laddove si coltivava barbabietola o mais, se quei terreni non corrispondono a certi valori di qualità devono essere fuori dalle doc. Altro che allargare…
    Ai cari amici chiantigiani chiedo, non siete d’accordo che il Chianti Classico è un calderone di cose ottime, buone, discrete e penose, di vini di territorio e di vini sensa storia (ma vale anche per Montalcino).
    Andatevi a rivedere quanto si è estesa la zona vitata negli ultimi 15 anni e poi ditemo sel quel DOCG puà avere un senso.

  18. Il punto è: chi mette mano alle DOC? Chi rivede i disciplinari? Chi dovrebbe mappare i crus?
    I consorzi. E tali consorzi sono in mano agli industriali. I quali o comprano l’uva, e l’interesse è comprarla al minor costo, o hanno terreni un pò dappertutto… E perché dovrebbero valutare migliori dei vigneti che magari (o quasi sicuramente) appartengono a piccoli vignaioli concorrenti? Finché i Consorzi funzioneranno per quantità prodotta (oltretutto con criteri di controllo “erga omnes” sui non associati) fortemente arroccati in FederDOC, che oggi è lobby più potente delle confederazioni agricole, la discussione sui crus o sottozone è priva di fondamento. E’ politica. Punto.

  19. @corrado: A chi spetta modificare disciplinari e mappare crus? I consorzi sono sicuramente il primo attore cui e’ lecito pensare. Ma non sono l’unico. Io penso che i produttori abbiano la possibilita’ concreta di ridefinire le cose, consorziandosi su una scala piu’ ridotta dei Consorzi delle DO. Esiste la possibilita’ legale di depositare marchi collettivi. Esistono le leggi regionali sulle DeCo, le denominazioni comunali, su cui si puo’ richiamare l’attenzione di sindaci di buona volonta’. E’ politica, sicuramente. Politica di territorio. Ma il tipo buono di politica che spetta a tutti noi, come cittadini e membri di una comunita’, svolgere.

  20. @Filippo Cintolesi: la politica di territorio è la via maestra. Ma non è affatto una soluzione facile, lo dico per esperienza.
    Per quanto concerne l’idea di consorziarsi sulla base di un marchio collettivo, l’idea è plausibile ma resterebbe comunque un marchio “privato” con fini privatistici. Mentre l’idea forte della Denominazione di Origine è che si tratta di un Bene Pubblico, normato dal pubblico (e purtroppo ultimamente delegato a consorzi privati, con interessi corporativi).
    Per quanto concerne le De.Co. esse sono una degli ultimi lasciti del grande Veronelli. Sono una via possibile ma difficile, peraltro già affossata dalla UE (che le ha interpretate, sbagliando, come una certificazione di qualità). Per ora chi ne ha fatto uso lo ha fatto per prodotti “marginali”… Credo che per il vino i problemi siano maggiori… E in ogni caso non sapevo di “leggi regionali sulle De.Co.”, credevo ci fossero solo un centinaio di comuni che le hanno adottate con delibere consigliari, ma i cui effetti sul mercato sono trascurabili.
    Che un rinnovamento debba passare dai produttori, questo è certo (penso anche a quello che sta facendo Nicolas Joly). Ma credo che sia un percorso tutt’altro che agile.

  21. Ma certo che non è facile! Certo che i consorzi non sono né possono essere superpartes, e allora? Che vogliamo fare? In Piemonte Renato Ratti ha fatto una prolungata indagine tenendo conto persino dei prezzi delle uve, delle opinioni dei contadini (allora c’erano ancora) ecc.
    Se si vuole si fa, se non si vuole non si fa. Ma è certo che è questa l’unica strada vera che può portare verso una certificazione del territorio. La qualità è cosa diversa, perché passa anche per la mano dell’uomo, che è assai meno certificabile e garantibile. Io posso pure avere la vigna nel miglior cru ma se la lavoro male farò un cattivo vino; è a questo punto che dovrebbero subentrare delle commissioni serie, fatte di esperti conoscitori della zona, in grado di valutare se quel vino merita o no di entrare a far parte per quell’annata nella denominazione di merito. E’ difficile perché l’uomo è corruttibile, ma questo avviene in tutte le cose dove ci siano interessi economici e non per questo deve impedirci di lavorare per ottenere il meglio possibile.

  22. @ Filippo ed Antonio. Sono un produttore di Gambellara e devo dire che non abbiamo scelto noi la divisione fra le due doc, ma anche devo dire che non c’è mai stata l’unione. Gambellara un tempo più nota e Soave allora meno, sono sempre state due aree di produzione distinte. Negli anni 60 con l’avvento delle doc si sono formate due doc distinte. Il vitigno è lo stesso anche se il Gambellara prevede l’80% minimo di garganega ed il Soave il 70. Ora Soave sta variando il disciplinare per inserire anche vitigni armoatici. La maggior parte dei produttori di Gambellara vinifica in purezza e su terreni vulcanici. Una sola piccola sottozona è a terreno calcareo. A Soave siamo in maggior parte su terreno calcareo. Infine l’estensione di Soave è circa 9 volte il Gambellara.
    Non sono doc recenti, entrambe sono storiche. Non voglio per questo dire che hanno ragione entrambe di esistere. Gambellara soffre sicuramente dell’egemonia di Soave, della mancanda di una coperativa forte che creda nel proprio prodotto principe e forse anche (questo lo dicono i vecchi io sono troppo giovane) della presenza scomoda del più grande produttore privato italiano in paese.

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