Ma il vino italiano di che considerazione gode nel Regno Unito?

Riflessioni su alcune recenti uscite della rivista Decanter

Se avevate ancora qualche ragionevole dubbio sul fatto che sul difficile e competitivo mercato inglese il vino italiano avesse ancora importanti margini di miglioramento, non solo quanto a volume dell’export, ma soprattutto come percezione e apprezzamento di quel che oggi il comparto vitivinicolo italiano rappresenti, come valutazione del suo peso e della sua importanza, voglio raccontarvi una semplice, ma credo significativa, storia.

Tutti voi conoscete il mensile britannico Decanter, “the world’s best wine magazine” (la più importante rivista vinicola del mondo” come si autodefinisce nello strillo di copertina, un giornale che aiuta ad avere la misura di quale sia il livello dell’interesse che i vini dell’Enotria tellus riscuotono in UK.

Nel corso dell’anno, supplemento speciale Italy a parte (diffuso da pochi giorni), alcuni dei vini più noti, soprattutto Brunello di Montalcino, Chianti Classico, Barolo, molto più raramente altri, sono l’oggetto delle degustazioni svolte da panel tasting di esperti pubblicati nella sezione Decanter Buying guide (guida all’acquisto), mentre generalmente la Toscana, il Piemonte, negli ultimi anni le regioni del Sud, qualche rara volta il Veneto, sono il tema prediletto di articoli, affidati ai vari wine writer, distribuiti nelle varie uscite della rivista.

Si può concludere che Decanter, come del resto gran parte della stampa britannica specializzata, guardi con simpatia e interesse al vino italiano, ne segua le sorti, cerchi di raccontarne le vicende ed i protagonisti. Eppure, al momento del dunque, quando si tratta insomma di dimostrare, con i fatti e non a parole, che il vino italiano ha superato l’antico gap che lo separava dal vino storicamente più amato e bevuto in UK, quello francese, ecco che anche l’apparentemente italofilo Decanter fa marcia indietro.

La riprova, ed il segno che evidentemente il nostro vino non viene ancora considerato importante come quello transalpino, e che pesa meno delle produzioni vinicole degli aggressivi e abilissimi nel marketing, oltre che export oriented, Paesi del Nuovo Mondo (evidentemente grazie ad un lavoro di comunicazione, di pubbliche relazioni, di promozione che non funziona ancora come dovrebbe) viene dagli ultimi due numeri di Decanter pubblicati.

Mi riferisco all’uscita datata December 2006, in commercio dai primi di novembre, e dalla cosiddetta “Christmas issue”, sicuramente una delle più importanti dell’anno, in vendita dal 6 dicembre.

Due uscite non banali, ma pensate, organizzate e strutturate non solo per informare, come egregiamente fa, l’appassionato di vini britannico ed i lettori di lingua inglese distribuiti in tutto il mondo, ma anche per consigliare il lettore-consumatore nei suoi acquisti, in particolare in un periodo cruciale com’è quello che precede l’arrivo del Natale e la fine dell’anno.

Bene, sia nell’uscita di dicembre 2006, che in quella di gennaio 2007, quel vino italiano che seppure non con eccessiva frequenza viene raccontato, giudicato, analizzato nel corso dell’anno si è improvvisamente tramutato in un vero e proprio desaparecido, in un unidentified flying object, in altre parole in un vinicolo ufo.

Nella valanga di articoli, wine tasting, reportage, ritratti, cronache, dedicati ai vini di Bordeaux, del Sud della Francia, dell’Alsazia, di Porto, della Valle del Douro in Portogallo, agli Champagne, agli “Aussie Shiraz”, ai vini base Syrah australiani, ai bianchi della regione delle Graves e di Pessac-Leognan, agli emergenti rossi spagnoli della Navarra e del Priorat, e poi, ancora ai Cabernet Sauvignon californiani del 2003, ai deuxième vins del Médoc annata 2000 e 2001, a Nuits St-Georges in Borgogna, a Saint-Emilion a Bordeaux, ai vini di Jerez, al vino italiano non è rimasto nemmeno un angolino, uno scampolo di fine stagione. Non si citano vini italiani neppure in un articolo sulla filosofia dei vini biodinamici in giro per il mondo, nelle rubriche dei vari columnist, nello spazio riservati ai viaggi del vino, in un bell’articolo dedicato ai vini che si sposano bene con il formaggio (notoriamente l’Italia non è terra di formaggi e nessun vino italico è consigliabile per un corretto abbinamento ad un grande prodotto caseario…) e la sola presenza di vini del Bel Paese è segnalata, nel numero di dicembre 2006, nell’ampia retrospettiva che presenta l’elenco di tutti i vini che nel corso delle degustazioni effettuati dai panel tasting nel corso dell’anno hanno ricevuto il riconoscimento delle cinque stelle del Decanter Awards.

Per il resto nada, rien, nothing, ripassare, prego, in questo 2007 appena avviato, che si è aperto con un numero di febbraio, che ho appena ricevuto, dove di italiano non c’è ancora praticamente nulla, salvo il supplemento Italy 2007 (ne riparleremo), cento pagine interamente dedicate al vino di casa nostra.

Un risultato talmente triste, e sconfortante, che si commenta da solo. Ma la colpa di questa “dimenticanza” è solo della redazione e degli editor di Decanter, che a fine 2006 sembrano essersi dimenticati che il vino italiano esiste e che andrebbe raccontato e consigliato anche in questo periodo, oppure di una promozione e comunicazione del vino italiano, che in Italia e a Londra (vedi ufficio inglese dell’ICE) lascia ancora a desiderare e non fa quel lavoro che francesi, australiani, spagnoli, portoghesi, californiani, neozelandesi, cileni riescono invece a fare con efficacia e con ottimi risultati ?

0 pensieri su “Ma il vino italiano di che considerazione gode nel Regno Unito?

  1. Deprimente. WS fa meglio di Decanter, grazie al signor Suckling. Caspita.

    Mi incoraggia osservare che qui, negli Stati Uniti, alcune regioni italiche ormai “sconosciute” vengono piu’ note, piu’ giustamente apprezzate (Veneto, Lombardia, Puglia, ecc.) – in questo senso siamo meno arretrati degli Inglesi, i quali fanno in generale un mercato piu’ sofisticato del nostro.

    Quando mai riusciranno a comunicare ad una voce i produttori italiani?

  2. Sono completamente d’accordo, ma purtroppo parlar male delle riviste vinicole di lingua anglosassone ti fa far la figura del provinciale (mentre in realtà, secondo me, il provincialismo si annida proprio nell’atteggiamento contrario, quello dell’esaltazione acritica), ed è quasi come parlare di corda in casa dell’impiccato. Altra cosa è, naturalmente, il leggere i blog e i siti internet di colleghi giornalisti di quelle parti come Terry.
    In ogni caso, tutto questo almeno un pochino mi stupisce, visto che il sentimento antifrancese degli abitanti d’Albione è aumentato negli ultimi anni.

  3. Forse si puo´provare a vedere quanti e quali produttori italiani
    fanno annunci pubblicitari su Decanter – e quando. Sono anni che Decanter e´diventato molto “trade friendly” e le scelte redazionali, per leggibili e veritiere che siano, sono sempre attaccate al carretto della
    pubblicitá. Amen.

  4. Quello che scrive Carlo Merolli non mi risulta. Magari ho per le mani un numero (maggio 2005) che fa eccezione, ma è pieno di pubblicità di vini italiani: Pasqua, Ruffino, Fontanafredda, Batasiolo, Bisceglia, Santadi etc..
    Non manca nemmeno la San Pellegrino (acqua minerale).
    Prima di sentenziare è meglio almeno informarsi.
    Luciano

  5. Il problema secondo me, è nella comunicazione globale del vino italiano, e non quella spot lasciata alla libera iniziativa dei singoli. Come ricordato, in più numeri di Decanter, singoli inserzionisti pubblicizzano i propri prodotti, singole cantine con le spalle abbastanza forti da sostenere le spese di un marketing rivolto ad una clientela internazionale, marketing basato sulla pubblicità in riviste straniere, partecipazioni a fiere e via dicendo, opportunamente supportato da una rete di distribuzione in grado di coprire vaste aree in modo più o meno capillare. Quello che manca, e Franco l’ha accennato, è una promozione più globale (magari da parte dello stesso ICE), che riesca a comunicare un’immagine del vino italiano nella sua complessità, e difendendo anche gli interessi di quei tantissimi piccoli produttori che certamente non ce la possono fare da soli con le proprie forze.
    La Spagna è un buon esempio di questo tipo di comunicazione, come anche, purtroppo legato ad un territorio troppo piccolo per comparire molto forte nei mercati internazionali, il Friuli con l’iniziativa chiamata “Un vigneto chiamato Friuli”.
    All’Italia manca una cosa del genere, in cui si collabora (parola cacofonica per molti produttori…) assieme per creare e diffondere un’immagine globale del vino italiano, una globalità che racchiuda le differenze di vitigni e territori di cui è estremamente ricca la nostra nazione. Forse, come al solito, l’iniziativa dovrebbe partire dal basso…

  6. @ Luciano: forse bisognerebbe consultare piu´di un numero (maggio 2005) perché una rondine raramente fa primavera. Se ti prendi la briga di consultare qualche annata di Decanter vedrai una costante: numero di Dicembre Italia quasi assente, numero di Gennaio dedicato all’ Italia.

    Negli ultimi cinque anni le cose sono cambiate ma di poco e le offerte di pubblicitá che la Casa Editrice spedisce ai potenziali inserzionisti coincidono quasi sempre con numeri a tema.

    Nonostante la sua diffusione internazionale, Decanter é e rimane
    una rivista con una attenzione fortissima, quasi provinciale, al proprio mercato interno, la Gran Bretagna. Con tutto rispetto per le Case che citi ( Pasqua, Ruffino, Fontanafredda, Batasiolo, Bisceglia, Santadi etc.Non manca nemmeno la San Pellegrino ) si tratta di
    operatori che difficilmente possono dirsi identificare da soli il prodotto-vino italiano e che comunque sostengono con le loro inserzioni le proprie quote di mercato in quel paese.

    Decanter é espressione di una attivitá commerciale non un idealistico-missionario. Gli articoli e gli annunci rispecchiano sia
    la posizione percentuale del vino italiano in quel mercato sia “quello che passa il convento”.

  7. Franco,

    come sai da oltre un lustro vivo a Londra e mi sono trovato piu’ volte a discutere e concordare con forumisti inglesi sullo spessore di Decanter.

    Il giornale e’ grandissimo in alcuni suoi collaboratori come Livingstone Learmoth forse il “Broadbent” del Rodano (consigliatissimo, essendo il miglior libro di vino regionale mai scritto, IMHO, “The Wines of the Northern Rhone”) ma in altre aree come l’Italia o anche gli Stati Uniti (i cui vini top sono assai importati in UK) e’ assolutamente inesistente.

    D’altro lato vivendo qua e avendo la fortuna di essere esposto piu’ di quanto lo sia mai stato in altri posti dove ho vissuto (San Francisco e New York) al meglio o quasi del vino mondiale (certo i super cult USA o Australiani non si trovano ma tutto il resto eccome) ti rendi conto che sei costretto a ridimensionare il panorama italico del vino. E non di poco. Pochi i vini di valore mondiale di colore rosso, inesistenti i bianchi e delle bollicine non parliamo neppure. Certo si puo’ fare tutta roba bevibile/godibile ma la qualita’ vera (a prezzi generalmente piu’ contenuti di uno Chardonnay di Planeta) capisci che sta altrove.

    Proprio stasera tornando dalla degustazione en primeur di Borgogna 2005 di Howard Ripley mi chiedevano di nuove scoperte nella zona Barolo… E chi ho consigliato ? Accomasso… Il resto dell’Italia ? Missing in action.

    Possiamo migliorare tanto nella comunicazione e nella qualita’ ma per favore smettiamo di incensare il Belpaese oltre il dovuto.

    Confido nella pacatezza dei miei interlocutori

    Thanks for listening

    FiloBianco

  8. PS. Franco mi rendo conto dopo aver postato di aver inondato il Blog di banalita’ che presumo ti siano gia’ note ma tant’e’ ho detto la mia.

  9. L’intervento di FiloBianco a mio parere descrive bene la realtà del vino oggi nel mondo e fa un poco di ordine.
    Il “mercato” italiano non può crogiolarsi sui soliti allori quando altri paesi, per tanti motivi, hanno fatto e fanno passi da gigante in termini di qualità, serietà e proposte.
    Mi sembra che questo concetto sia stato meglio compreso in altri Paesi, anche nella stessa Francia (solitamente molto chiusa).
    Da qualche tempo, se non erro, la RVF dedica spazio e commenti ai cileni, argentini, sudafricani etc., e credo sia sintomatico. Forse se smettiamo di trovare giustificazioni ed alibi rendiamo un servizio migliore al vino italiano.
    Luciano

  10. il problema è frutto, a mio avviso, di due fattori concomitanti:
    1) il fondamentale “superiority complex” degli inglesi nei nostri confronti;
    2) il fatto – ahimè incontestabile – che in termini di rapporto qualità/prezzo i nostri vini negli ultimi anni se la vedono piuttosto male.

    E’ vero che WS – e gli americani in generale – da qualche i tempo ci portano in palmo di mano, ma non è forse dovuto al sentimento anti-francese che negli utlimi anni ha pervaso l’opinione pubblica statunitense?

  11. la domanda è: si tratta della “rivista dei migliori vini del mondo” o della “migliore rivista di vini nel mondo”.
    direi la prima, altrimenti alla faccia della modestia dell’editore!

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