In difesa dei vigneti ad alberello in Salento

L’amico Angelo Maci enologo e presidente delle Cantine Due Palme di Cellino San Marco in provincia di Brindisi (località ben nota come patria del cantante e vigneron Albano Carrisi), mi ha inviato queste riflessioni sulla necessità di tutelare e valorizzare la tradizionale forma di allevamento ad alberello dei vigneti in Salento e di altre aree vinicole pugliesi, che rischiano seriamente di scomparire a causa di una dissennata politica di ispirazione regionale e comunitaria, che da un lato premia le estirpazioni e dall’altro finanzia il reimpianto di nuovi vigneti, ma solo se effettuati con la forma della spalliera.

Convinto sostenitore della necessità di preservare l’alberello non solo come espressione del paesaggio viticolo salentino, come tecnica colturale legata alla storia e alle migliori tradizioni di questo territorio, ma come forma di allevamento in grado di offrire uve di qualità superiore, vera espressione di bio e ampelo-diversità, pubblico volentieri questo accorato appello di Maci e mi dichiaro sin d’ora disponibile ad appoggiare tutte le iniziative che vorrà intraprendere a difesa di questa autentica genuina espressione viticola del magnifico territorio salentino. Diciamo tutti un forte NO alla omologazione viticola, alla standardizzazione e alla normalizzazione, all’appiattimento del Vigneto Salento in nome di una presunta modernità e razionalizzazione. Si protegga l’alberello e si aiutino, anche economicamente, tutti i viticoltori che credono nell’attualità di questa antichissima forma di coltivazione della vite.
f.z. 

Progetto per la tutela e la valorizzazione dell’alberello pugliese
Vorrei rendervi partecipi di una mia riflessione scaturita dal costante esame da me condotto sul territorio viticolo della Provincia di Brindisi. Mi riferisco alla pesante situazione che di qui a breve si creerà a seguito del paventato abbandono dei vigneti allevati secondo la tecnica colturale del cosiddetto “alberello”: un processo – lungi da me auspicato – che sul nostro territorio salentino sarà quasi certamente a breve incentivato dall’entrata in vigore della nuova OCM mirata a estirpare i vigneti tradizionali a fronte di un congruo contributo.

Pensando di confrontarci con alcuni stereotipi produttivi della viticoltura mondiale che trasmettevano e trasmettono impianti atti alla meccanizzazione estrema, gestibili a volte con appena 100 ore di lavoro per ettaro, abbiamo finito col depauperare il nostro territorio del portato storico della viticoltura, non raggiungendo comunque l’obbiettivo della diminuzione dei costi oltre certi limiti (almeno 6 volte superiori). Il fatto è che siamo forzati a emulare una filosofia e una prassi vitivinicola del tutto “altra” che la nostra.

Bisogna individuare le caratteristiche del territorio e proteggerlo così come si è fatto per gli oliveti secolari nella zona di Fasano e Ostuni; così come si è fatto e si fa per le aree protette di Torre Guaceto; per le saline; per tutti gli altri areali ritenuti importanti per la tutela di un ambiente e di un paesaggio unici al mondo; per le specie animali e vegetali che li popolano.

Un’antica forma di coltivazione
La coltivazione della vite ad alberello in Puglia si giustifica dal fatto che tale forma di allevamento proteggeva la stessa dai forti venti e dalla siccità: le strategie di vendita del vino delle nostre cantine salentine passano attraverso il territorio; l’unica arma per poter vendere il vino con ricavi dignitosi passa attraverso il racconto del territorio di produzione……Apparirà evidente, pertanto, che il mercato per noi verte e si gioca su questo duplice, inscindibile nesso concettuale: il binomio vite/vita.

La politica viticola operata nell’ultimo ventennio con la prima ondata di estirpazioni pilotate dall’Unione Europea ha prodotto un incredibile e paradossale risultato: lo spostamento delle stesse superfici vitate in un altro angolo del globo. Oggi si propone una nuova raffica di estirpazioni senza che a ciò corrisponda una regolazione dei nuovi impianti nel resto del mondo. Per anni si sono ripetuti aiuti al reimpianto dove la Regione Puglia ha deliberatamente escluso dall’accesso ai finanziamenti gli impianti allevati ad alberello.

Una nuova politica di incentivi per i viticoltori
Credo che sia giunto il momento di riconoscere incentivi ai viticoltori che scelgono di non abbandonare i vigneti allevati ad alberello.
Sono consapevole del fatto che a molti tutto questo apparirà clamoroso: l’Unione Europea concede incentivi all’estirpazione, mentre io rivendico che ce ne siano – e a buon diritto – verso chi conserva le tradizionali modalità d’impianto. Ma come Vice Presidente del Consorzio di Tutela del Salice Salentino Doc ho il dovere di contribuire alla difesa della dignità di un territorio che ha una storia, una genealogia e un lignaggio nella coltivazione della vite.

Anche in nome di questo retaggio atavico ho appoggiato – e posso affermare di esserne stato un protagonista insieme al Consigliere Provinciale di Lecce Roberto Schiavone – la nascita del “Parco del Negroamaro” che è ormai una realtà. La sua costituzione è avvenuta il 15 dicembre scorso.
Non aspettiamo di veder toccare al nostro territorio la stessa sorte della Murgia barese e della Valle d’Itria dove i vigneti non fanno più parte del paesaggio agrario.
L’estirpazione massiccia e indiscriminata, così come è proposta, è inefficace nell’ambito di un’Europa commercialmente aperta al mondo, e di un territorio – quello del Salento – che fonda la propria immagine e la propria appartenenza sulla storia e sull’alberello pugliese. Se così fosse, il segnale dato ai nostri concorrenti sarebbe controproducente.

Un meditato, appassionato progetto di difesa
La cantina da me rappresentata intende individuare un’area distintiva della coltivazione della vite con forma di allevamento ad alberello pugliese nell’ambito delle nostre zone di produzione, per intraprendere un percorso – a cominciare dall’anno prossimo – che punti al riconoscimento di una maggiorazione del prezzo delle uve conferite che compensi i maggiori costi per l’ottenimento delle stesse.

La OCM 2001/2006 ha finanziato il reimpianto di nuovi vigneti solo a spalliera: ciò ha comportato la perdita di un autentico patrimonio viticolo ad alberello. Un intero capitale identitario ha iniziato – io spero non inevitabilmente – a estinguersi. Se così fosse, avremmo di fronte a noi un paesaggio viticolo depauperato e omologato, fotocopia di quello del Nuovo Mondo. Ai nostri importatori non saremmo più in grado di narrare la nostra storia.

Così come è stato riconosciuto per gli ulivi secolari e monumentali di Fasano e Ostuni, per l’oasi di Torre Guaceto e per la Murgia barese, anche il nostro alberello pugliese va tutelato, salvaguardato e incoraggiato con un contributo annuale per ettaro, da corrispondere al viticoltore in quanto incentivo per la conservazione del patrimonio paesaggistico e non in quanto mero sussidio.

La mia esortazione è di portare avanti questo progetto di difesa di un intero retaggio e di un intero territorio. Diversamente il Salento perderà un pezzo importante della propria storia, e non solo viticola.
Angelo Maci

0 pensieri su “In difesa dei vigneti ad alberello in Salento

  1. Sposo in pieno questa causa, e mi auguro che possa avere seguito
    e successo questa iniziativa, anche se le difficoltà saranno enormi
    e non solo burocratiche, ma anche convincere gli operatori locali.
    Lottare per una giusta causa, Le farà trovare forze strada facendo.
    Sig.Angelo imiei complimenti,vedrà che il Suo progetto vedràla luce.

    Lino

  2. Per uno che da 18 anni veleggia a Torre Guaceto e da 4 nello stesso luogo sorseggia i vini del buon Maci, capite quanto dispiace questo previsto cambio di paesaggio!!!
    Non sò quanto potrò contribuire all’Appello di Angelo, ma di sicuro c’e tutto il mio appoggio!!
    Max Pigiamino

  3. caro Angelo
    parlo del 2007
    che in Sicilia, causa oidio e plasmopara viticola ha già vendemmiato un mediamente il 40% dell’uva
    cosa riguarda con l’alberello?
    girando tra questi cimiteri ad un certo momento posso ammirare uno spettacolo bellissimo: circa 1000 viti ad alberello, nero d’avola, in asciutto, perfette, senza alcun danno.
    è da tempo che faccio ricerche viticole ed enologiche sugli autoctoni siciliani, risultati alcuni però mai soddisfacenti, mancava qualcosa.
    io lo sapevo in cuor mio
    era l’alberello
    hai perfettamente ragione.
    spalliera = costo struttura (pali, fili, ancoraggi, …) montaggio struttura, viti + vigorose nonostante la moda del 0,9 sulla fila, cordoni o guyot, meccanizzato si però quanto lavoro. fai germogli, togli germogli – fai foglie togli foglie – fai grappoli, togli grappoli.
    riduci la quantità aumenta la qualità, però se metti i tannini megli ancora, poi quello el’altro ancora, i trattamenti e tutto.
    vedi l’alberello, si lavora si ma già siamo in equilibrio. molti pensamìno alla spalliera in termini viticoli, ma nessuno si chiede se le nostre uve autoctone a spalliera in cantina di cosa abbiano bisogno per compensare certe lacune!
    potremmo parlare giorni su questo tema.
    Un esempio è quello del ritardo di 20 giorni sull’epoca di raccolta passando dall’alberello alla spalliera, e la qualità anche mantenendo basse produzioni è del 65% della ottimale. in cantina problemi.
    lascio una domanda: la spalliera nei nostri ambienti è una incongruenza logica???

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *