Questione Consorzio Nino Negri Slow Food: prime reazioni dei produttori

Lentamente, l’assurdo silenzio si rompe e qualche produttore comincia a venire allo scoperto e a commentare i miei due recenti interventi (1 e 2) sull’assurda situazione che si è venuta a verificare negli anni nel mondo vitivinicolo valtellinese. Anche se trincerandosi dietro l’anonimato un produttore ha scelto di intervenire e di dire la sua. Riportiamo integralmente, senza altro commento, le sue considerazioni, sperando che offrano lo spunto anche ad altri protagonisti del mondo del vino della Valtellina per intervenire a loro volta. Discutere, dibattere, confrontare le proprie opinioni, esprimerle liberamente è un sacrosanto diritto di tutti. E la Valtellina non è l’Urss degli anni Cinquanta…

Caro Ziliani, pregandola di non rendere pubblico il mio nome, ecco alcune mie considerazioni sulla situazione valtellinese. Il Consiglio del consorzio è formato per votazione dai produttori, ognuno con il proprio peso in base alle quantità vinificate nell’anno precedente. Il peso dei voti di Maule, ma anche di Triacca permette e ha permesso nel giugno 2006 di formare il consiglio a loro piacimento. In passato alcuni membri nella categoria dei viticoltori nel vecchio consiglio davano fastidio, come ha sempre dato fastidio Alberto Baiocchi in passato. Solo perchè dissentivano su determinate decisioni. Ora nei viticoltori ci sono altri personaggi voluti dalla Nino Negri tramite il peso di voti della VIVASS (l’associazione che riunisce tutti i loro conferenti).
Maule è stato eletto all’unanimità dal nuovo consiglio. Ora è verissimo che in tutto questo che lei ha descritto vi è un enorme conflitto di interessi, ma è altresì vero che nessuna delle grosse aziende valtellinesi ha mai tentato di andare contro a questo strapotere…anzi!! Se qualcuno di loro affermasse questo è un ipocrita.

Nel vecchio Consiglio si facevano le pre-riunioni tra Maule, Triacca, Rainoldi, Sertoli Salis e Fay. Questo per bypassare totalmente il consiglio vero e proprio e per mettere di fronte gli altri componenti a decisioni già prese. Sarà anche vero che in questo caso a beneficiarne sia stata solo la Negri, ma è altresì vero che in passato (vedi Nebbiolo Grapes) le cene e le visite già tutte organizzate e decise (da chi? non dal consiglio di certo) erano di esclusivo appannaggio di Negri (la fracia), Triacca (la gatta), Sertoli Salis (il palazzo).

Mojoli e Slow food dieci anni fa hanno dato le direttive per l’immagine della Valtellina di oggi (e sono stati profumatamente pagati per questo): puntare sullo Sforzato perchè ha una storia accattivante; trasformarlo in un vino facile internazionale e non “di testa”. Da allora, praticamente tutti gli anni, lo Sfursat 5 stelle della Nino Negri è stato premiato coi tre bicchieri e a memoria non ricordo altri vini valtellinesi che non siano Sforzato o vendemmie tardive premiati con tale “prestigioso” riconoscimento.

Il vero problema della Valtellina è che le aziende grosse non hanno mai visto di buon occhio i piccoli e non hanno mai capito che la crescita di essi funge da volano per l’intero comparto.

0 pensieri su “Questione Consorzio Nino Negri Slow Food: prime reazioni dei produttori

  1. La domanda sorge spontanea: perchè i piccoli non lasciano questo consorzio e ne fondano un altro?
    La legge lo permette, se raggiungono la rappresentatività.
    E poi c’è sempre il consorzio di promozione da poter fare….e lì ci sono i soldi veri.

  2. Mi sembra che Antonio la faccia un pò facile. La rappresentatività significa, se non ricordo male, il 40% del totale della produzione (o degli ettari vitati iscritti); la percentuali sale al 66% del totale prodotto se il consorzio vuole anche il controllo erga omnes.
    Sono percentuali importanti che i piccoli produttori non sono in grado di raggiungere nella maggior parte delle regioni italiane. E per quanto riguarda la promozione, le Regioni tendono a dare i fondi ai Consorzi “storici” o comunque più rappresentativi, dunque agli industriali.
    Fino a quando i Consorzi non funzioneranno sul principio “una testa, un voto” non vedo vie di uscita agili.

  3. Fin dall’ inizio, cioe´ al termine degli anni settanta del 1800, le cooperative in Scandinavia si sono basate sul principio un socio-un voto, indipendentemente dalla estensione dei terreni o delle quantitá ,di per esempio: latte, fornite.
    Non so se sia una cosa storicamente applicabile anche in Italia, ma é l’ unico sistema non solo a garantire una vera democrazia, ma a tutelare i piccoli soci.

  4. A mio parere le affermazioni di Corrado a commento del precedente post sulla valtellina sono molto gravi e preoccupanti, in particolare: “…vi chiedete perché i produttori tacciano e siano spaventati… Perché con i famigerati decreti ministeriali che hanno passato ai Consorzi anche il controllo (e non più solo la tutela) questi signori, eletti per quantità di vino prodotta, possono tranquillamente entrarti in cantina e fare tutte le verifiche sui registri, la contabilità, le operazioni di cantina… Nulla di male se fosse un ente terzo e neutrale. Ma in questo caso si tratta di concorrenti, rappresentanti gli interessi di grandi industriali che non vedono l’ora di far chiudere baracca e burattini ai piccoli vignaioli/contadini…”. Ma anche le affermazioni del “produttore mascherato” non scherzano: “…Ora è verissimo che in tutto questo che lei ha descritto vi è un enorme conflitto di interessi, ma è altresì vero che nessuna delle grosse aziende valtellinesi ha mai tentato di andare contro a questo strapotere…anzi!! Se qualcuno di loro affermasse questo è un ipocrita…”.
    Dove sta la verità? Mi sembra un magma indefinito, ma compatto. E soprattutto inarrestabile. E l’interesse dei consumatori? (brutto termine tecnico per indicare coloro che il vino lo acquistano, mettendoci i propri soldini) Il consumatore spende per avere un prodotto di qualità, non il frutto delle beghe tra viticoltori molto interessati al proprio guadagno. Chi tutela il consumatore? Lo stato, le regioni, dove sono? PRIMO: tutelare il consumo. Se si facesse questo, automaticamente ne guadagnerebbe anche il prodotto, il territorio (turismo), la denominazione, i produttori stessi, l’Italia del vino in generale. E il punto di partenza che non va. Perchè tutti partono dal punto di arrivo, cioè il guadagno, l’interesse, il lucro, il potere.

  5. @ Corrado
    La rappresentatività richiesta per un consorzio di tutela è molto più bassa, all’incirca al 15 per cento e, attenzione, parliamo di ETTARI e non di BOTTIGLIE.
    Lei probabilmente confonde con la rappresentatività richiesta per poter effettuare anche i controlli, che, in questo caso è del 40%; la percentuale sale al 60% per chi volesse effuettuare controlli “erga omnes”.

    Quanto poi ai consorzi di promozione, i contributi vengono elargiti dalle Regioni automaticamente in base a quanto speso dal Consorzio l’anno precedente o, per alcune di esse, durante l’anno in corso.
    Se il Consorzio è regolarmente Costituito, le Regioni non possono MAI applicare il principio di discrezionalità.

  6. Solo per la precisione: la rappresentatività richiesta per un Consorzio di tutela è del 20%.
    Confermo quanto già detto che per poter avere la vigilanza serve il 40% e per controllare anche i non associati il 66% (dei vigneti iscritti all’albo).
    La sostanza, però, non cambia. Nei consorzi si vota per quantità prodotta.
    Inoltre non vedo il senso di costituire più consorzi sulle stesse Denominazioni, creando confusioni e ambiguità. In fondo non si può dimenticare che la Denominazione di Origine non riguarda solo i produttori ma anche i consumatori che devono avere più certezze possibili su chi decide e su che cosa decide.
    Per quanto concerne la promozione… Lasciamo perdere come vengono spesi quei soldi e a chi finiscono…

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