Sant’Antimo: o della pace interiore

Non mi posso di certo considerare, e non sono, un buon cattolico. Non vado a messa, non mi comunico da anni, non leggo le Sacre Scritture e sono molto più vicino, per cultura, per scelte, per comportamenti e stili di vita, ad un laico che ad un cristiano credente e praticante.

Nonostante ciò non ho alcun problema, anzi mi dà un certo sollievo confessare quale profondo benessere mi abbia procurato domenica mattina, l’assistere (nel caso mio dire partecipare sarebbe inopportuno) ad una Messa speciale, celebrata in un luogo ancora più speciale.

Ero a Montalcino per le degustazioni (del Brunello 2002 e dei 2001 riserva) del Benvenuto Brunello e avendo un po’ di tempo libero ho pensato di tornare a visitare, come faccio puntualmente, quasi ogni volta che mi trovo nel celebre borgo vinicolo, la basilica di Sant’Antimo. Non avevo pensato che l’ora scelta per la mia visita in questo luogo magico coincidesse con la celebrazione della Messa, ma una volta arrivato, non so spiegarmi come, non mi sono limitato a godermi, da un punto di vista puramente artistico e architettonico, la bellezza, la purezza, l’essenzialità di questo tempio, ma entrato in chiesa mi sono seduto e ho deciso, oppure qualcosa o qualcuno mi ha portato a decidere, di prendere parte, come gli altri fedeli arrivati a Sant’Antimo, alla funzione.

Non so cosa sia accaduto, ma conquistato, affascinato, commosso dalle voci salmodianti in latino dei frati che compongono la comunità di canonici regolari dell’abbazia, frati che si ispirano all’Ordine Premonstratense fondato da San Norberto nel secolo XII e seguono la regola di Sant’Agostino, sono rimasto sino in fondo, come non mi accadeva da tempo (vado in chiesa ormai solo in occasione di funerali e di matrimoni), ad assistere alla funzione.

Non so cosa mi sia accaduto, ma in questo luogo magico, dove frati in larga parte provenienti dall’estero si radunano sette volte al giorno per innalzare a Dio inni e cantici spirituali, mi sono sentito bene, in pace con me stesso, anche se solo per un’ora, come non mi accadeva da un sacco di tempo. In quei ritmi e in quelle parole antiche, in quella ritualità composta e assorta, in quella preghiera proposta sotto forma di canti gregoriani, volute d’incenso, parole ridotte all’essenziale e pertanto cariche di significato e mai banali, ho colto una bellezza, una dolcezza, un senso del sacro, che mi hanno letteralmente commosso e scavato e lasciato una eco che mi risuona dentro ancora.

Tornato a casa ho visitato (e vi invito a fare altrettanto) il bellissimo sito Internet dell’Abbazia di Sant’Antimo e della sua comunità e ho trovato queste parole bellissime che evocano l’emozione che ogni visitatore prova ogni volta che varca la soglia della basilica ritrovando quell’io che la vita confusa e lacerata di tutti i giorni, le nostre miserie, la nostra precarietà ci fa dimenticare. Le parole dicono: “È strano, la chiesa è vuota ma non mi sento solo. C’è una presenza impalpabile che vive fra questi muri. Non odo nessun rumore, ma questo silenzio parla. Questo silenzio è pace, la sua voce è l’armonia. Qui è tutto così perfetto, unico, insolito, essenziale. Qui c’è l’arte, la storia, la bellezza, la natura, il canto, la preghiera, la fede. Qui c’è l’uomo”. E, forse, chissà, c’è anche Dio o quella sacralità, quel senso del sacro, quella misura della nostra fragilità, di cui ci dimentichiamo troppo spesso, confusi e infelici come siamo.

0 pensieri su “Sant’Antimo: o della pace interiore

  1. Caro Franco, sono contento per te e per il tuo spirito che ha(i) goduto di una cosa meravigliosa come “quella” messa che dicono i frati di Sant’Antimo. Da un politeista.

  2. Io sono un cattolico tradizionalista, e in mezzo a chiese addobbate con bandiere arcobaleno, al proliferare incontrastato dei più vergognosi agitatori di chitarre e di pianole all’interno delle celebrazioni, cado in ginocchio di fronte a una Santa Messa come quella di Sant’Antimo. Anche Camillo Langone dà il voto massimo a questa chiesa nelle sue rubriche.

  3. Filippo, vorrà dire che in futuro concorderemo tipo di linguaggio e aggettivazione con Farina. Questo per non turbare la sua pia, irenica sensibilità…

  4. Franco, preziosissimo il passaggio: “…qualsiasi rito laico (partita di calcio, opera lirica, programma tv)…” per il rispetto che denota, cosi’ esaustivamente omnicomprendendo (senza neppure un eccetera) il pantheon dei “riti laici”. Un vero maestro di vita.

  5. Mamma mia, credo (spero!) di avere le allucinazioni….il giudizio estetico “oggettivo” per Kant…. You made my day.

  6. Rimando a “Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime”, I. Kant – 1764.
    In questo caso la “bellezza” viene trattata non in riferimento al giudizio estetico ma alla sfera dei sentimenti morali. Ed il “bello” morale per Kant è razionale ed oggettivo, a differenza della categoria del “sublime” che riguarda la passionalità e la sfera soggettiva.
    Ora, poiché Ziliani parlava di una funzione ecclesiastica mi è sembrato che più che alla bellezza intesa come categoria estetica fosse logico riferirsi alla bellezza come categoria etica. Per questo la mia citazione.
    Peraltro, senza far polemica, per tutta la tradizione filosofica razionalistica platonica il “bello” estetico è dato oggettivo del creato colto dalla nostra ragione.

  7. Corrado, scusa se la dico molto franca, ma a mia modestissima opinione fai un accrocco incredibile. Semmai e’ il sublime (escogitato apposta da Kant) che puo’ avere a che fare con una parvenza di oggettivita’, non il bello. Tant’e’ che Kant esclude proprio che il bello possa essere della Natura (non cosi’ il sublime). Dovrei avere comunque la Critica del Giudizio sotto mano per poter citare adeguatamente, e in ogni caso sono/siamo estremamente off topic da un lato, e (il sottoscritto) anche ampiamente fuori dal suo orticello. Continuate pure a ritenere che la bellezza possa essere anche lontanamente chiamata “dato oggettivo”, evviva la lucidita’ e benvenuto a tutte le intolleranze di questo mondo (e se non si vede come dall’una cosa possano conseguire le altre, tanti saluti).
    Del resto la confusione fra sfera conoscitiva, estetica ed etica sembra essere una delle cifre del nostro tempo (non a caso rigurgitante intolleranze).

    Non voglio mettermi a far dire le cose a Ziliani, ma ho la netta impressione che intendesse proprio riferirsi al “bello” (estetico) e non a quello che in linguaggio forse un po’ piu’ preciso e contemporaneo si chiama “giusto” (etico). Il giusto credo sia invece oggetto del post successivo (sulla DOC).

  8. L’ultima volta, solo per chiarire: nel testo che ho citato per Kant la natura può essere sia bella che sublime. E’ bello un mare placido, calmo, che distende lo spirito. E’ sublime un mare in burrasca che terrorizza lo spirito.
    Ora, Ziliani scrive: “in questo luogo magico, dove frati in larga parte provenienti dall’estero si radunano sette volte al giorno per innalzare a Dio inni e cantici spirituali, mi sono sentito bene, in pace con me stesso..”
    Tale sensazione di pace ed armonia è precisamente ciò che Kant collega al sentimento del bello. Sentimento che è morale, prima che estetico.
    Ad ogni modo non è detto che io la pensi così. Anzi. Era solo una citazione per Filippo che ha affermato: “E’ la prima volta che sento promuovere la percezione della bellezza a dato oggettivo”, ma di citazioni se ne potevano fare parecchie.
    Peraltro siamo decisamente off topic. Ma cosa c’entrano poi le intolleranza, non l’ho proprio capito.

  9. Sono d’accordo che di citazioni se ne possono recuperare parecchie. Forse anche troppe, questo il problema delle citazioni decontestualizzate. Ripeto, senza la Critica del Giudizio disponibile non aggiungo carne al fuoco.
    Aggiungo invece solo una notazione a proposito della perplessita’ sollevata dal mio vedere una piu’ che possibile sorgente di intolleranze nella considerazione del bello e del giusto come dati oggettivi. A me sembra abbastanza ovvio: se bellezza e giustizia sono categorie oggettive (che prescindono dal soggetto, dunque, e non semplicemente “che si riferiscono all’oggetto”), ha senso istituire una gerarchia fra i soggetti basata sulla loro maggiore o minore rispondenza a tale oggettivita’. In parole “terra terra”: se qualcuno mi contesta il di’ o la notte, quando e’ di’ o notte rispettivamente.. se qualcuno mi sostiene che una roccia e’ una piuma.. se qualcuno mi vuole sostenere che un pugno di sabbia e’ in realta’ un bicchier d’acqua.. ha piu’ che senso “catalogarlo” rispetto a questo suo tipo di rispondenza con il dato oggettivo. Sulla base di questa maggiore o minore rispondenza, tanto per essere chiari, si concedono o si negano patenti di guida, posti di lavoro, si impongono trattamenti sanitari obbligatori, e via discorrendo.
    Voler sostenere invece che qualcosa di simile sia lontanamente possibile di fronte al “bello”, non e’ molto distante dal cominciare a parlare di “arte degenerata” di fronte all’arte moderna, per fare un esempio in campo estetico. E sostenere che sia possibile farlo di fronte al “giusto”, direi che e’ quasi la definizione di totalitarismo da un lato, o di suddito di un simile regime, dall’altro.
    Non a caso uno degli strumenti della repressione nel regime sovietico era proprio l’abuso della “psichiatria”.

  10. … boh?! …
    Premetto che io amo la soggettività novecentesca e la libertà estrema. Ma è innegabile che via stata nella storia umana la tendenza a oggettivare il concetto di bellezza dentro a canoni di un certo tipo. E questo senza in alcun modo voler essere totalitari.
    Il Rinascimento ambiva a costruire una bellezza ideale definitiva. Il neoclassisismo anche. Si può non essere d’accordo, ma interi trattati di estetica si sono scriti su questo. Che c’entra la libertà? Che c’entra la politica? Ogni epoca, se vogliamo estremizzare, ha suoi concetti estetici storicamente determinati che risultano essere in qualche modo oggettivi. Non tanto per “me” o per “te” che conta zero, ma per lo “spirito del tempo”. Poi, ripeto, posso non essere d’accordo… Ma forse tutti i torti non li avevano i nostri antenati se ci hanno lasciato la cupola del Brunelleschi e la Gioconda… Noi con tutta la nostra soggettività che cosa lasciamo?

  11. Corrado, mi pare che usiamo i termini “oggettivo” e “soggettivo” in accezioni alquanto diverse. Inoltre io non parlavo ne’ di come la possiamo vedere te o io, ne’ dello “spirito del tempo”, ma di quello che mi pare sia innegabilmente lo scenario che si presenta per un individuo che in ogni epoca e sotto qualsiasi cielo si confronta con il reale e con diverse domande il reale possa suscitare. A me pare che in questo quadro sia abbastanza scontato che qualsiasi domanda o risposta concernente cio’ che piace in quanto ritenuto bello, o in quanto ritenuto giusto, non possa prescindere dal “soggetto” neppure in partenza, a differenza delle domande/risposte concernenti cio’ che “si sa, o conosce”: mentre l’oggettivismo di chi assume l’esistenza del reale (oggetto di percezione sensibile e conoscenza da parte dei soggetti) anche a prescindere dall’esistenza dei soggetti percipienti, e’ una proposizione piu’ che plausibile, a meno di non essere dei sostenitori estremi della scuola di Copenaghen della meccanica quantistica, ed essere veramente convinti che curiosity (di Schroedinger che apri’ la scatola per sbirciare) killed the cat; al contrario voler supporre l’esistenza di un’idea platonica di bellezza o di giustizia totalmente a prescindere dall’esistenza di un soggetto dotato di giudizio estetico ed etico, mi pare goda di molta minore plausibilita’.

    L’esempio della coercizione che puo’ essere esercitata quando il soggetto si relaziona ad altri in modo fortemente atipico su punti “conoscitivi” (incontrabile nelle societa’ cosiddette libere), rispetto a quella esercitata quando l’atipicita’ riguarda punti “etici” (riscontrabile solo in societa’ rette da regimi totalitari), l’ho fatto per mostrare questa linea di confine abbastanza fondamentale fra le diverse sfere, non per “buttarla in politica”. Per sottolineare il diverso grado di cogenza che un parere intersoggettivo porta con se’ in un caso e negli altri.

    Lasciami dire comunque che la mia boutade dell'”arte degenerata” tanto boutade a quanto pare non era se, appunto, lo sguardo che volgi attorno a te e al nostro tempo e’ cosi’ inconsolabilmente nostalgico di un’arte “istituzionalmente” (e, sembra di capire, incontestabilmente) “bella” come solo la cupola del Brunelleschi e la Gioconda sembrerebbero poter essere.

  12. Le tue sono opinioni rispettabilissime. Ma quando affermi che è “abbastanza scontato che qualsiasi domanda o risposta concernente cio’ che piace in quanto ritenuto bello, o in quanto ritenuto giusto, non possa prescindere dal “soggetto” neppure in partenza”, tendi a relativizzare un pò troppo sia in fatto di estetica sia in fatto di etica. Va bene il pensiero debole, va bene il relativismo, ma fortunatamente un qualche senso lo deve pure avere la storia umana… La dichiarazione dei diritti dell’uomo è un tentativo di fissare in modo oggettivo e universale alcuni diritti naturali ed inalienabili e ciò indipendentemente dal giudizio etico soggettivo ed individuale. Non mi sembra, però, che sia una dichiarazione “totalitaria”.
    Allo stesso modo non credo che sia una eresia considerare la Gioconda come esempio di “una” forma del bello. Una delle tante possibili. Ma oggettivamente, intrensicamente bella. D’altronde l’intero tentativo leonardiano – e dell’umanesimo rinascimentale – era quello di codificare un’idea armonica di bellezza che fosse la riproduzione della bellezza oggettiva di certe forme naturali. Poi, è pacifico che possa non piacere al giudizio estetico di qualche singolo soggetto senziente, ma ciò non muta che socialmente e culturalmente quell’opera sia universalmente definita “bella”.
    Infine, la mia non è nostalgia per il “bel tempo che fu”. E’ la considerazione di chi lancia uno sguardo forse cinico su una realtà che, ragionando esclusivamente in termini economicisti, spesso scorda il valore della bellezza privilegiando, ad esempio, quello della “utilità” o della “efficienza”. Forse l’età dell’oro non è mai esisitita e mai esisterà. Ma la tensione platonica all’ideale ci ha donato splendide opere d’arte.

  13. Il tuo platonismo e’ infatti evidente. E a questo proposito ti ricordo la critica popperiana (e non sono di certo un popperiano) che vedeva (giustamente, imo) in Platone un antesignano dei nemici della societa’ aperta e del pluralismo.
    Ma mi piace che porti il fuoco del discorso sul “senso”, perche’ in definitiva si tratta proprio di questo. E il mio pensiero e’ tutt’altro che “debole” sotto questo aspetto: riconosco anzi che la realta’ di per se’ non ha alcun senso gia’ dato. Siamo noi umani che creiamo il senso. Che diamo “senso” al reale, il quale di per se’ contiene solo “segno”. E l’estetica e soprattutto l’etica costituiscono il terreno per eccellenza dove gli umani possono cimentarsi nella creazione di senso.
    La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e’ cosa storica. Che esprime appunto un grande slancio umano verso la creazione di senso. Per cio’ stesso e’ cosa eminentemente “soggettiva”, ossia riguardante (e dipendente da) il soggetto. Trovo che si farebbe una grande ingiustizia proprio al soggetto, all’essere umano, se si negasse questa dimensione, se cioe’ riducessimo il giusto e il bello a dati di fatto, oggettivi, dei quali a noi restasse solo la strada obbligata e senza scelta della “scoperta”. Al contrario il bello e il giusto sono -imo- una “invenzione”. Costituiscono interamente una nostra “responsabilita’”. Pensiero fortissimo, questo.

  14. Accidenti, non pensavo proprio, con il mio post che riferiva di un’esperienza personale a Sant’Antimo, di scatenare una discussione di carattere filosofico, estetico, epistemologico del genere ! Complimenti a chi é intervenuto e ha dato nobiltà, con le sue riflessioni, a questo post

  15. Sono d’accordo sulle ultime parole di Filippo, anche se sostituirei “invenzione” con “percezione”. Già, perché alla fine sono i nostri sensi che stimolano o meno la nostra percezione delle cose, anche quando lo facciamo “con la testa”.
    Ciò che non possiamo evitare sono le sfumature (più o meno ampie) che differenziano le percezioni di ciascun individuo, sensibilizzate dalla mente e dal suo vissuto.
    Non a caso è raro che qualcuno trovi “bello” uno scarafaggio, sebbene questo insetto non abbia assolutamente nulla di “brutto” rispetto ad altri, semplicemente perché la nostra percezione di bellezza è condizionata da mille cose diverse, esterne a noi come interne. Ad esempio l’estrema diversità di aspetto può condizionare il nostro giudizio.
    L’oggettività delle cose si verifica solo quando ad esse non è attribuito alcun aggettivo umano, cosa che mi sembra alquanto improbabile.
    Ma non possiamo sfuggire il fatto che “giusto” o “bello” siano “solo” soggettivi, perché sono concetti umani che derivano proprio dalla nostra necessità di identificare, comprendere, dimensionare ciò che abbiamo di fronte.
    Lo scarafaggio potrebbe essere bellissimo come la gioconda orrenda, ma a noi sta meglio il contrario.

  16. Chi meglio del diretto interessato può chiarire le idee a tutti quelli che sono intervenuti sulla questione del bello e del giudizio estetico?
    “Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto, in vista della conoscenza; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione (forse connessa con l’intelletto), al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è pertanto un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: intendendo con questo termine ciò il cui principio di determinazione non può essere che soggettivo. […] Non può esservi alcuna regola oggettiva di gusto, capace di determinare tramite concetti che cosa sia il bello. Infatti, ogni giudizio che scaturisca da questa fonte è estetico, trova cioè il proprio principio di determinazione nel sentimento del soggetto e non nel concetto d’un oggetto”.
    Kant, Critica del Giudizio

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