Serate di degustazione: obbligo di sincerità assoluta verso chi ti ascolta

Resto sempre ammirato quando ho la possibilità, ed in questo mese mi è capitato in ben tre occasioni, a Sondrio, a Mogliano Veneto e a Lecco, di condurre delle serate di degustazione.

Chiamato – e non posso che ringraziarli per la fiducia che mi dimostrano, dagli amici dell’Associazione Italiana Sommelier, una famiglia all’interno della quale mi sento particolarmente a mio agio e tra cui conto molti amici – a condurre serate che hanno una chiara impostazione tra il didattico ed il dimostrativo, a raccontare la mia esperienza del vino, a dipanare le infinite storie che i buoni vini, i vini veri, hanno in serbo, mi scopro, io relatore e conduttore, io che dovrei in qualche modo “insegnare” qualcosa e diffondere – se esiste – la mia cultura enoica, ad imparare molte cose dal contatto con le persone che prendono parte a questi incontri.

Appassionati di vino che pagano di tasca loro per partecipare a simili degustazioni, che sfuggono alla dolce tirannia della televisione o rinunciano al conforto e alla piacevolezza degli affetti familiari, ad una tranquilla serata a casa dopo una giornata scandita dai ritmi convulsi degli impegni di lavoro, del mondo che va di fretta (chissà poi perché così velocemente), semplicemente perché hanno posto il vino al centro dei loro interessi, perché lo considerano un oggetto di conoscenza che merita di essere studiato, approfondito, indagato con curiosità.

Avverto sempre un forte senso di responsabilità nei confronti di queste persone, quando osservandole davanti a me, così attente, così desiderose di non essere deluse o intrattenute con frasi fatte e luoghi comuni, mi accingo a prendere la parola, a raccontare la mia esperienza di giornalista che di vino vive e scrive da tanti anni, a commentare i vini che nella maggior parte dei casi personalmente ho selezionato e di cui, avendo scelto proprio questi vini e non altri, mi faccio in qualche modo garante.

Un senso di responsabilità così stringente che m’induce sempre, pur essendo io ospite di un’Associazione che possiede un proprio stile, un proprio linguaggio, un modo peculiare di descrivere i vini, una propria canonica scheda di degustazione, a non conformarmi a questo stile, che pur rispetto ma non è integralmente il mio, ma, con una forzatura che chi mi ospita e mi conosce dimostra di accettare di buon grado, ad essere fedele al mio modo di esprimermi sino in fondo, a non fare il pesce in barile, a non accontentarmi di una canonica “lectio”, ma a parlare, così come cerco di fare scrivendo, vino al vino.

Non faccio così per smanie di protagonismo, perché fare il bastian contrario è più comodo che assumere un atteggiamento oggettivo, perché ergersi a polemista, ad iconoclasta, paga. Lo faccio perché rivolgendomi ad un consumatore appassionato, che spende di tasca propria quando acquista i vini e che spesso in questi anni è stato sonoramente “bidonato”, preso in giro, vedendosi proporre per campioni vini banali, seriali, privi di fascino e di appeal e scarsamente bevibili, avverto l’esigenza di non ingannare queste persone, di richiamarle ai valori veri del vino, proponendo loro vini in cui credo, spingendoli a non prendere per oro colato nessuna delle vulgate (in primis la mia…) proposte da esperti, riviste, guide, ma ad esercitare il personale spirito critico. In altre parole a rendere il proprio palato la guida più affidabile, l’unica degna di fede, a leggere, informarsi, assumere informazioni, ma poi scegliere unicamente in base al proprio gusto, che deve essere il vero punto di riferimento delle loro scelte.

E’ per questo che quando conduco, davanti ad 80 – 100 persone, una degustazione, io amo mettermi interamente in gioco e non nascondere mai le mie predilezioni e quello che invece non mi piace o reputo fasullo, e preferisco raccontare, in base alla mia soggettività che non vuole essere di certo verità assoluta, quello che nel mondo del vino di oggi mi sembra giusto e valido e quello di cui invece a mio parere è opportuno diffidare.

L’ho fatto l’11 gennaio a Sondrio testimoniando la mia ammirazione per l’eleganza, la finezza, la misura che secondo me, che pure non nutro un particolare amore per i vini base Cabernet o Merlot, caratterizzano i vini, tagli bordolesi senza eguali in Italia, della trentina Tenuta San Leonardo dei marchesi Guerrieri Gonzaga. L’ho ripetuto qualche giorno dopo, in terra veneta, nel cuore di quel Prosecco che mi lascia sempre tiepido, commentando affascinanti e algidi Eiswein e Icewine nonché un italico vino di ghiaccio che letteralmente agghiacciava per la sua carenza di senso, per la sua stravaganza eletta a metodo.
E l’ho fatto ancora e soprattutto, lunedì 29, a Pescate frazione di Lecco, commentando nove Brunello di Montalcino 2001 di aziende che considero esemplari, dichiarando apertamente il mio timore per il forte rischio di perdita d’identità che nonostante, o forse a causa del suo successo, il grande rosso vanto della bella località senese sta correndo, proponendo una mia personale via al Brunello alternativa a quella impersonata da vini che ricevono punteggi mirabolanti dalle riviste estere e dai baedeker enologici, che vincono la classifica dei Top 100 di Wine Spectator, ma non ci raccontano in alcun modo di provenire da Montalcino e non da altrove e non profumano, come dovrebbero, di Sangiovese e soprattutto non ci emozionano mai.

Questo il mio modo di commentare e di raccontare, questo il mio pormi in ascolto, proprio mentre parlo e dico la mia, nello stile molto libero che mi contraddistingue, degli appassionati che trovo di fronte a me e con il quale magicamente riesce ad instaurarsi un dialogo che non ha bisogno di troppe parole, perché basta guardare i loro volti, scrutare le loro reazioni, per capire se condividano o se siano in disaccordo con quanto dico, per vedere soprattutto se apprezzino i vini che propongo, se li bevano con piacere o se li lascino nel bicchiere, se anche loro, come me, abbiano estrema necessità e vera sete di un concetto di vino al quale sia possibile dare del tu, sentire amico e vicino e non lontano o irraggiungibile.

Da loro imparo ogni volta di dover continuare a dire quello che penso, con un obbligo di sincerità assoluta che avverto come un rigoroso, severo impegno morale, ma che non manca mai di emozionarmi e dà forte gioia e senso a quello che faccio, in questo singolare lavoro di comunicatore, interprete, testimone, di quella splendida cosa, quando è sincera, che è il vino.

0 pensieri su “Serate di degustazione: obbligo di sincerità assoluta verso chi ti ascolta

  1. Franco, il tuo modo di scrivere è sempre più appassionato e denota una maturità e una profondità d’animo che non può che infondere stima e fiducia, quali che siano le tue conclusioni (per me giustissime). Complimenti sinceri.

  2. Sì!!
    Davvero un notevole articolo, lo Ziliani migliore, che preferisco. E mi pento di non aver avuto il “coraggio” (la scusa era il tempo) per andare a pescate (LC) per la serata sui Brunelli.
    E sono anche contento dei suoi complimenti al vino San Leonardo, che amo molto (forse anche perché mio figlio si chiama Leonardo).
    Cari saluti e ancora complimenti!

  3. Un articolo bellissimo e commovente, profondamente sentito e sincero, che è anche una sorta di “dichiarazione di poetica”, di modus operandi, una confessione sul senso e le finalità del proprio lavoro e sul modo di intenderlo, alla luce della duplice responsabilità – verso se stesso e verso gli altri – della correttezza dell’informazione, dell’onestà e del rispetto di quello che, pur potendo non essere una verità assoluta, è tuttavia il proprio pensiero, il proprio modo di vedere e considerare le cose, sempre coraggiosamente palesato e altrettanto coraggiosamente difeso. Un esempio di come un giornalista non perda la prorpia professionalità pur svincolandosi da quegli stereotipi – oziosi e spesso sterili – imposti dalle necessità della pura divulgazione, che rischia di diventare impersonale quando smarrisce il senso della prorpia missione e perde di vista l’obiettivo cui deve tendere, cioè il lettore in quanto individuo non ipotetico ma reale, suscettibile quindi di provare emozioni. E sono queste che Ziliani sa così magistralmente portare alla luce quando scrive, riuscendo ad instaurare, per mezzo loro, un intimo colloquio con ciascuno dei suoi lettori, ai quali non ha paura di raccontarsi – come in questo articolo – e ai quali sa anche regalare un’emozionante e impeccabile lezione di stile: uno stile incisivo, ma allo stesso tempo dolce, personalissimo e ormai giunto ad una completa maturazione.

  4. Grazie Ziliani, c’è bisogno di parole come le sue in un panorama tristemente popolato – mi passi il termine – di marchettari …

  5. E pensare che poco tempo fa gli avevano dato proprio del marchettaro…
    Difficilmente frequento le degustazioni AIS, ma recentemente mi sono lasciato tentare da una in terra lombarda: tutti i vini erano buoni e l’azienda che li presentava era eccezionale… Ci vorrebbe un po’ di controllo sull’operato di certi maramaldi, oltre che un po’ di onestà intellettuale in più.

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