Angelo Gaja, o del vino come bene “squisitamente voluttuario”

Accidenti cosa non si fa per accreditare a destra e manca l’idea che i vini che vale la pena di bere, consumare, acquistare, sono esclusivamente i “premium wines” da 100 euro a bottiglia che forti di una griffe e di un’immagine unica nel mondo del vino italiano e di una politica di sostegno del marchio realizzata girando dall’America all’Asia all’Europa per decenni, si cerca di vendere da New York a San Francisco, da Tokyo a Mosca o Singapore !

Per farlo, a pochi giorni di distanza dallo svolgimento della grande “festa” (o kermesse ?) del vino italiano, da quel Vinitaly che ci vedrà tutti, volenti o nolenti, convinti o costretti, convergere, almeno per un giorno (come nel mio caso) a Verona, si può anche scegliere di fare una sparata. Un’uscita ad effetto dove con il pretesto di invitare i produttori di vino italiano a “cambiare strategia” per rispondere all’offensiva che tende ad equiparare il vino ai super alcolici e addirittura ad una droga si finisce, di fatto, a sostenere che “il vino ha ormai perso i suoi antichi connotati di alimento, trasformandosi in un bene squisitamente voluttuario”. Non la cosa piacevole e sana che accompagna da secoli i nostri momenti conviviali , ma un bene di lusso, come sono, oggettivamente, le bottiglie di Langhe Nebbiolo Doc, ex Barbaresco Docg, i Costa Russi, i Sorì Tildin, i Sorì San Lorenzo, gli Sperss, oppure i vini di Maremma, i Cà Marcanda ed i Magari, che l’autore di questa intemerata, al secolo Angelo Gaja, propone in vendita ad un pubblico internazionale di wine aficionados.

Il discorso di Gaja, inviato a diversi organi di stampa, era partito bene, dalla constatazione che “sempre più spesso l’alcool viene accusato di essere una droga, sul banco degli imputati insieme a tutte le bevande alcoliche”, perché in caso di abuso crea dipendenza diventando causa di decesso di una “elevata percentuale di incidenti automobilistici”. Per il produttore di Barbaresco, impegnato anche a Montalcino e a Bolgheri, di fronte a questa situazione il mondo del vino non si è difeso bene, sostenendo semplicemente, e a ragione, “che l’abuso viene causato dal consumo delle altre bevande. Che il consumo moderato del vino è di beneficio alla salute, avvalendosi di numerosissime ricerche che hanno scientificamente dimostrato l’asserto”. E poi, com’era giusto, sottolineando che “il vino ha forti valenze culturali, che fa parte della nostra civiltà”, questo, dice Gaja, anche se “i produttori vitivinicoli sanno benissimo che il vino non può tirarsi fuori dalle accuse che gli vengono rivolte perché se ne può abusare tranquillamente a tavola e fra le mura domestiche”.

Pertanto, a parere di “le roi”, è giunta “l’ora di cambiare strategia”, di non restare più in trincea, ma di prendere “iniziative che dimostrino una maggiore sensibilità nei confronti di coloro che nell’alcol vedono comunque una droga”. Queste iniziative, secondo Monsù Gaja, potrebbero assumere la forma di una pubblicità invocata dalle aziende “ di tutte le bevande alcoliche, vino compreso, una disciplina speciale, con norme più restrittive”, oppure di una campagna che sottolinei le profonde differenze che esistono tra il vino e le altre bevande alcoliche. Differenze che sono vere, perché “l’alcol si forma naturalmente nel vino, senza aggiunte, senza separazioni dagli altri componenti”, perché il vino, a differenza delle altre bevande “si consuma accompagnato al cibo” (cosa assai difficile con certi vinoni potenti concentrati e super alcolici che vanno per la maggiore…), perché “i produttori di vino hanno un modo di operare profondamente diverso dai distillatori di alcol o da quelli che lo diluiscono in un una miscela di sostanze aromatizzate e coloranti”.

Fino a questo punto sarebbe difficile non trovarsi in totale accordo con Gaja, anche quando invita ad “avviare una ricerca scientifica seria, rigorosa, che consenta di comparare gli effetti benefici del vino accompagnato al cibo e quelli meno benefici delle altre bevande alcoliche consumate lontano dai pasti”.

Dove invece risulta difficile seguire Gaja e dove invece il suo discorso che era partito da premesse d’interesse generale sembra piuttosto diventare, come spesso accade con questo personaggio, una tirata “pro domo sua”, è però quando il re del Langhe Nebbiolo ci dice che “i produttori dovrebbero essere più prudenti nell’invocare iniziative/misure volte a fare crescere i consumi di vino pro capite in Italia: i 40-50 litri attuali sono già molto alti e i consumi di dieci, venti, trent’anni fa non sono più possibili”.

La conclusione, pertanto, è che da un’idea di vino costante compagno della buona tavola, piacevole da bere, facile da capire, abbordabile, dobbiamo per forza di cose convertirci alla filosofia, all’estetica, al diktat di quell’idea del vino come “bene squisitamente voluttuario” di cui Gaja è uno dei rappresentanti più emblematici. Fa bene, se ne è convinto, Gaja a ritenere che sia “illusorio sperare di fare crescere i 28 milioni di ettolitri di vino che si stima vengano consumati attualmente in Italia” e ritenere invece “più realistico pensare di fare beneficiare della stessa quantità un nuovo maggiore di consumatori guadagnandone di nuovi da educare al piacere del vino consumato con moderazione”. Diventa però un puro esercizio di autolesionismo chiedere al comparto produttivo di rinunciare a vendere di più, a vedere il prodotto vino finalmente restituito al concetto di bene piacevole, una volta superata quella sbornia del vino “fenomeno” di costume, del vino status symbol, del vino complesso, del vino bene di lusso, che è stata una delle principali cause della crisi del vino attuale.

La verità, che Gaja non accetta, è che da un’idea falsa e vera “tigre di carta” di vino “importante” da grande occasioni, di vino che deve essere pagato caro perché è un’opera d’arte, che costa tanto perché ce n’è poco, perché ha un’alta immagine, perché è conteso dai mercati mondiali, perché Wine Spectator e la critica più "amica" gli dato 100 centesimi o tre bicchieri o simbologia varia, se si vogliono rilanciare consumi normali e moderati e consapevoli di vino, e ridare slancio alla produzione vitivinicola italiana, non c’è altra via che tornare ad un’idea di vino, antica ma moderna, al quale si può tranquillamente dare del tu, con il quale ci si può confrontare, che ci si può permettere, non facendo un piccolo mutuo, come accade per aggiudicarsi i cru di Langhe Nebbiolo di Gja, ma spendendo il giusto in nome di un reale rapporto prezzo qualità. Altro che premium wines, altro che vini da semel in anno, altro che vino “bene squisitamente voluttuario” come un orologio firmato, l’ultimo modello di telefonino high tech, la fuori serie o la scarpa da 1000 euro che piace tanto anche al “compagno” ministro degli esteri D’Alema !

C’è poi il finale, in questa sorprendente uscita di un Gaja sempre più poligrafo, sempre più preoccupato di catturare l’attenzione, di dire che c’è, che lascia ancora più stupefatti, ed è quando Gaja, davvero con perfetta scelta di tempo, afferma, a pochi giorni dal Vinitaly, che “si potrebbe chiedere oggi agli organizzatori delle innumerevoli fiere del vino che si svolgono nel nostro Paese di collocare, in corrispondenza delle uscite, dei centri equipaggiati per misurare il contenuto di alcol nel sangue: ai quali accedere volontariamente, senza la presenza di pubblici ufficiali, giusto con qualche assistente, per rendere consapevoli quelli che hanno alzato il gomito di quanto abbiano superato i limiti consentiti dalla legge, offrendo loro l’opportunità di prendere coscienza della pericolosità di mettersi subito alla guida di un mezzo, anziché attendere qualche ora prima di partire. Confidando che la prossima volta sappiano assaggiare con più moderazione”.

Cosa magnifica, e sicuramente giusta, visto il livello pericolosamente alto di alcol nel sangue che la stragrande maggioranza dei visitatori, professionali e non, raggiunge in occasione di questa e di altre manifestazioni, ma s’immagina, monsù Gaja, quale canea, quale clamorosa campagna di stampa tendente al criminalizzare comunque e a prescindere il consumo di vino, scatenerebbe mai un’iniziativa del genere, a quale massacro il mondo del vino andrebbe, oggettivamente, incontro ? Un’iniziativa del genere non verrebbe mai vista come la dimostrazione di un senso di responsabilità, ma indurrebbe a buttare sul vino, sul consumo di vino, chissà quante altre – interessate – croci.

Quanto alla chiusa, laddove Gaja propone di “mettere al bando i produttori che durante le fiere provvedono alla mescita dei loro vini senza offrire al visitatore la possibilità di sputare”, mi sembra davvero all’insegna di un moralismo da un tanto al chilo, soprattutto quando porta ad equipare questa “mancanza di professionalità” alla “idiozia che il loro vino sarebbe così importante, così buono, da non doverne sputare l’assaggio”.

Probabilmente Gaja ha vero, anche al Vinitaly sarebbe cosa buona e giusta educare e obbligare (cosa penso alquanto impossibile nelle giornate di sabato e domenica quando questa “vetrina professionale” del vino italiano diventa appannaggio quasi esclusivo di chi viene non tanto per gustare questo o quel cru, ma per bere e basta…), i visitatori a bere con moderazione e a sputare dopo l’assaggio, ma questo sarebbe giusto, e non solo nel migliore e più utopico dei mondi possibili, se il Vinitaly rappresentasse davvero una rassegna professionale e non fosse invece la kermesse che gli organizzatori e larga parte del mondo del vino complice vogliono tuttora che sia.

Quanto ai produttori che non gradirebbero, anzi impediscono al giornalista e all’ospite che fa loro visita di “sputare” il loro vino dopo l’assaggio, beh, io ne conosco uno in particolare, anche se non so se Gaja nel suo scritto si riferisse proprio a lui. Considerato però il nettare sublime che questo signore produce, un Brunello di Montalcino lontano anni luce da quello che da un vigneto poco distante Gaja produce e da larga parte dei Brunello che vengono commercializzati con questo nome a Montalcino, penso che Gianfranco Soldera, il sovrano, re, dittatore illuminato, genius loci, di quel posto benedetto da Bacco e dalla Natura che è l’azienda agricola Case Basse a Montalcino (assolutamente da leggere il recente splendido volume Tra Natura e Passione dedicatogli da Angelo Tondini Quarenghi per Veronelli editore), abbia clamorosamente ragione e faccia benissimo, impedendo d’arbitrio al visitatore ammesso in cantina, di “sputare” quei vini frutto di un lavoro e di una fatica, in vigna ed in cantina, senza eguali in Italia.

Perché sputare quei vini, per chiunque ami veramente il vino, è un vero delitto e una cosa che (come mi è accaduto non più tardi di un mese fa) non ti viene assolutamente in mente e reputi assurda quando ti trovi in quella meravigliosa cantina e perché quel Brunello, che è premium wine solo nel prezzo, peraltro inferiore peraltro ad un cru di Langhe Nebbiolo di Gaja, è in realtà un meraviglioso vino “quotidiano” che si amerebbe bere copiosamente vista la sua bontà, salubrità e digeribilità, vista la sua capacità di sposarsi meravigliosamente a tavola con tutti i cibi, anche tutti i giorni.

Questo solo se invece di quindicimila bottiglie massimo ce ne fossero di più e se il loro prezzo, importante, ma onesto, giustificato da una qualità eccelsa, non le rendesse bottiglie, accidentaccio, da happy few. Meglio, da persone che dopo aver preso tante fregature e “sole”, e dopo essere rimasti delusi da tanti vini costosi e presunti importanti o spacciati per tali, arrivino alla saggia decisione di bere meno ma benissimo, guardando al vino come fosse quel “bene squisitamente voluttuario” suggerito da Gaja, come un qualcosa di grande che dà emozione, innalza lo spirito e dà gioia, perché come ricorda Soldera, “la bellezza e la bontà esigono molta fatica” e “le cose veramente buone sono per pochi”…
Il che non sarà anche elitario e ben poco consolante, ma ahimè, quanto è vero !…

post scriptum

Una volta tanto devo proprio dare ragione a Paolo Marchi quando a proposito delle dichiarazioni di Gaja ha annotato nella sua news letter Identità di vino che “leggere Gaja parlare di vino come fosse una droga pesante mi ha fatto strabuzzare gli occhi. E non perché non sia vero che il suo abuso crea dipendenza o non sia alla base di tanti incidenti stradali, ma perché è facile essere fraintesi, senza contare quanto sia pericolosa da maneggiare la parola abuso”. Ma allora “se il vino è una droga e Bacco un pusher, perché celebrare il Vinitaly come una festa?”.

0 pensieri su “Angelo Gaja, o del vino come bene “squisitamente voluttuario”

  1. Perchè tutto quest’astio verso Gaja? Personalmente i suoi vini non m’interessano. Fuor di dubbio che sono fatti bene e che rientrano in quel certo circolo di cosidetti “premium wines”. Piacciono ad altri, ai ricchi in particolare, ma non solo. Buon per lui. A me non piacciono non perchè non sono buoni, ma perchè non mi emozionano. Ma questo è tutto un altro discorso, che poco o niente riguarda quello che ha detto. Che non è una sparata, ma un discorso che aveva già in precedenza affrontato sostenendo la tesi del vino come bene voluttuario in contrapposizione a quella di Zonin che lo vedeva ancora come un alimento quotidiano. Gaja non nega questo. Semplicemente realizza che il mondo e la nostra vita quotidiana è cambiata, e quindi anche il vino da presenza energetica si è via via trasformato in una più squisitamente edonistica, quindi voluttuaria. Analisi alquanto realistica, mi sembra. Per quel che mi riguarda, il vino è ancora una presenza quotidiana. Non riesco a concepire un pranzo o una cena, per quanto frugale, che non abbia il conforto di almeno un bicchiere di vino. Buono s’intende, che sia da una bottiglia da 4 o 200 euro, il piacere non cambia. Nella fattispecie, sarei curioso di sapere quanti degustatori di vino adottano questo stile di vita. Detto questo, non vedo nessun moralismo nel discorso di Gaja, ma bensì una sua personale visione della realtà, opinabile fin che si vuole, ma meritevole di essere dibattuta. Che tiri l’acqua al suo mulino è altresì giustificabile, è o non è un riconosciuto maestro di comunicazione? Signori miei, si è nel mercato per vendere, per tirare a casa dei quattrini, per poter continuare a fare il proprio vino; chi, purtroppo, ricorrendo alla farmacia del diavolo e chi,invece, riprendendo il cavallo per scalzare le proprie vigne. A noi l’uso del libero arbitrio nel decidere cosa portare sulla nostra tavola. Ma indipendentemente da ciò, dare la possibilità di sputare dopo l’assaggio, è un segno di rispetto e di educazione. Per inciso, i francesi considerano negativamente chi beve quando si assaggia, fosse anche il più costoso dei Montrachet. La degustazione non ammette la beva. Si beve, per l’appunto, a tavola. E a tavola, purtroppo, si sta sempre meno tempo, e quel poco è impegnato più a guardare la televisione mangiando spesso cibi preconfezionati che a parlare e condividere uno dei momenti più belli della nostra giornata. Nel contesto, è evidente quanto sia realistico l’assunto di Gaja in una diminuzione dei consumi. Dove non c’è tempo e gioia per la tavola, non c’è posto per il vino. E’ per questa ragione che il vino tenderà a costare sempre più; perchè ha perso la sua fisionomia di alimento ristoratore quando la fatica fisica era una componente essenziale della nostra giornata lavorativa e, nonostante tutto, non si è trasformato in reale cultura e filosofia di vita. Nonostante il gran parlarne, quello che manca è proprio la cultura del vino, tanto che adesso si sta scatenando la sua demonizzazione nell’equazione: vino=alcool. Altro che civiltà del vino, qui lo si sta spacciando come una droga. Si sta confondendo l’imbeccillità di neo patentati alla guida di auto superveloci, e la relativa imbeccillità dei padri che gliele comprano, con le conseguenze che da questa derivano come una colpa da imputare a quello che hanno bevuto. Il vino non ha colpe. L’origine di tutto ciò, se proprio vogliamo trovare un nesso, è nella totale o quasi, mancanza di educazione. Ecco che una risposta adeguata e una efficace comunicazione che investa tutto il mondo della produzione del vino è più che mai auspicabile. Mi sembra perciò condivisibile anche questo aspetto analizzato da Gaja. A fronte anche, di certe realtà produttive che tendono a spacciare il vino come una bevanda. Questo sì un aspetto deleterio. Perchè il vino tale non è, in quanto non assolve alla funzione di dissetare, ruolo che spetta unicamente a quel bene prezioso che è l’acqua. Esso non spegne la sete, ma bensì ristora il corpo, e, cosa ancor più nobile, rinfranca lo spirito. E’ questo il dono che ci viene dalla vite. Allietare ogni giorno quel tanto che basta per continuare ad affrontare gli affanni della vita. Questa è la civiltà del vino, da antepporre alla follia produttivistica e alla visione igienista e salutistica che niente potrà per strapparci al destino di esseri mortali. Per assolvere a questa funzione e rimanere fedele al suo valore profondo, il vino deve uscire dal sistema industriale. Tornare alla terra, questo sì. Rendersi conto che esso è frutto della terra più che dell’uva, anche se potrà sembrare strano. Perchè produrre uva è relativamente facile. Coltivare ed allevare una vigna è fatica e sudore, passione, sogno, amore, ambizione anche, perchè no? E nel vino come segno di civiltà tutto questa vitalità la ritroviamo, a differenza di quando viene ridotto a mero processo produttivo, allora sì solo sostanza alcolica, inerte e morta e come tale dannosa al corpo e allo spirito.

    Alvaro

  2. Al di la delle valutazioni su Gaja devo dire che il “pezzo” di Alvaro Pavan è davvero bello, complimenti sinceri.

  3. Eppure a giudicare dalla discussione in corso tra Bonilli, Ziliani e Massobrio su questo blog a proposito di premi grandi e piccoli da ritirare oppure no sembra che le buone bevute del Vinitaly abbiano messo questi tre giornalisti in condizione di non litigare, anzi di dirsi reciprocamente delle cose interessanti, percio’ sembrerebbe che i giornalisti del vino per il resto dell’anno bevano davvero troppo poco perche’ sono sempre incazzatissimi fra di loro. Angelo, non te la prendere, il bere poco fa male (e il bere male fa peggio)…

  4. “Beviamo. Perché aspettare le lucerne? Breve il tempo.
    O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
    perché il figlio di Semele e di Zeus
    diede agli uomini il vino
    per dimenticare i dolori.
    Versa due parti di acqua e una di vino;
    e colma le tazze fino all’orlo:
    e l’una segua subito l’altra.
    Alceo
    [trad. di Salvatore Quasimodo]

  5. Il vino non è una bevanda,ma piuttosto lo dobbiamo vedere come un integratore dello spirito e un ristoratore del corpo, sempre nell’uso modico.E non può essere un bene volluttuario, appannaggio solo dei ricchi.Fin dall’inizio dei secoli ha accompagnato i simposi di tutti i ceti sociali. Deve costare il giusto, come afferma un “signore” produttore in quel di Mondragone.

  6. In merito al bel messaggio di Alvaro Pavan mi viene da ricordare come la trasformazione del vino in “bevanda” è al centro della riforma della Organizzazione Comune di Mercato del settore vino da parte della Unione Europea. Ovviamente sotto la spinta delle lobbies industriali (Moet Chandon, Martini, ecc.)
    Massimo rispetto ad Angelo Gaja, ma di fronte a questi temi “politici” non credo che si possa restare nella torre di avorio con le proprie bottiglie da 200 euro a pontificare di consumi voluttuari.

  7. Leggo che c’è chi lamenta il modo di tenere il bicchiere versando il vino, sembra che sia uno scempio se fatto da A. Gaja…..Per dirla da Aspirante sommelier, ma soppratutto da tradizionalista convinto della concretezza del modo di fare dei figli della nostra terra Piemontese; ritengo che A. Gaja non sia solamente un grande produttore ed ambasciatore nel mondo del vino della nostra terra, ma sono convinto che sia l’ambasciatore della nostra cultura Piemontese, quella che ha fatto diventare grande lui ed ha valorizzato i suoi sacrifici e gli ha fatto vincere la sua scommessa è l’espressione del suo pensiero e della sua esperienza vissuti nella terra Piemontese.
    Carlo

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