Brunello Poggio al Vento 1999: quando la riserva é degna di questo nome

Davvero magnifico il segnale controcorrente offerto, nell’ambito di Benvenuto Brunello, da un’azienda storica e di riferimento come Col d’Orcia.

Nel bailamme generale, dove abbiamo avuto Brunello 2002 ampiamente rinfrescati (altro che 15% massimo…) con quote di vino del 2003, e dove alcuni produttori hanno dato dimostrazione delle licenze che si prendono nell’interpretare liberamente, a loro uso e consumo, quel disciplinare di produzione che parla tassativamente di Sangiovese in purezza (davvero splendidi e inconfondibili gli aromi vegetali di peperone verde ed il gusto ed il sentore di mora che alcuni vini presentati come Brunello proponevano al colto e all’inclita !), l’azienda presieduta dal Conte Francesco Marone Cinzano e diretta efficamente da Edoardo Virano (autentici signori che potrebbero essere splendidi candidati – ne riparleremo – alla carica di nuovo presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino) ha tenuto fede al proprio stile e ha dato prova d’intelligenza, maturità e di un modo ragionato e non frenetico di guardare al mercato.

Così, mentre le altre aziende in occasione di questa edizione 2007 della grande vetrina – kermesse (bastava vedere che clima da festosa sagra di paese e non da banco d’assaggio di uno dei più importanti vini italiani e mondiali si respirasse nella tensostruttura domenica 24), hanno presentato, alcune senza motivo apparente (trattandosi di vini del livello di un normale annata), il loro Brunello riserva annata 2001, la Col d’Orcia ricordandosi di un’evidenza che molti, tarantolati dalla fretta di rincorrere "il mercato", dimenticano, ovvero che “un grande Brunello ha bisogno di tempo”, si è proposta a sua volta con una riserva – e che riserva ! – ma di annata 1999. Aggiudicandosi, almeno secondo me, la palma di uno dei 2-3 migliori Brunello, del vastissimo lotto disponibile in degustazione, la Col d’Orcia, con calma olimpica e con la sicurezza dei forti ha proposto alla nostra attenzione, fornendoci una meravigliosa oasi di eleganza, piacevolezza, misura in un panorama dominato da vini sgomitanti, spesso squilibranti o eccessivi, in ogni senso, il proprio magnifico Poggio al Vento riserva 1999 (avete letto bene, 1999), disponibile in 23 mila esemplari.

E’ forse superfluo, trattandosi di un vero classico, di un punto di riferimento nel panorama produttivo di Montalcino, raccontare cosa sia il Poggio al Vento, come nasca da uve provenienti da un singolo vigneto, anno d’impianto 1974, situato a 350 metri di altezza e bene esposto a mezzogiorno nell’areale di Sant’Angelo in Colle.

Inutile ricordare come questa riserva che onora il nome del Brunello e di Montalcino, preveda una resa per ettaro contenuta in meno di 50 quintali di uva, “con rigorosa scelta dei grappoli migliori effettuata dapprima in vigneto e successivamente su nastro di cernita in cantina”, una vinificazione con macerazione della durata di 25 giorni in vasche d’acciaio e affinamento di quattro anni in botti di rovere di Slavonia e Allier seguiti da due anni di affinamento in bottiglia.

Un vino i cui valori analitici parlano di 14 gradi alcol e di un’acidità totale di 5,9 grammi litro. Un piccolo capolavoro che ha catturato l’attenzione di chiunque abbia avuto modo di assaggiarlo, e che ha indotto ad esempio un intelligente wine writer americano, molto seguito e molto conosciuto come Robert Whitley ad affermare che il “Poggio al Vento consente al vigneto di far sentire la sua voce” e che si tratta di un Brunello riserva “che valeva davvero la pena attendere”, grazie ad una “qualità che distingue il Brunello di Montalcino dagli altri vini base Sangiovese prodotti in Toscana” e che giustifica i prezzi più alti.

Il Brunello di Montalcino Poggio al Vento riserva 1999 mi ha personalmente entusiasmato ed emozionato, con il suo bel rubino, vivo e brillante, il suo naso fresco, elegante, floreale dalla leggera venatura selvatica e sinuoso, e poi con la sua magnifica struttura, il gusto pieno, vellutato, ampio, avvolgente, caldo, ma senza eccessi, la magnifica lunghezza e persistenza, per la grande pulizia, la perfetta fusione tra frutto tannini e acidità, per il suo modo assolutamente elegante e quieto, signorile, di presentarsi.
Per la misura e la compostezza, la classicità, il non aver bisogno di arrampicarsi sui vetri, mostrare effetti speciali, rincorrere mode, con la quale si propone, con umiltà e consapevolezza, senza inutili ostentazioni, agli appassionati che al Brunello, che non è un vino qualsiasi, ma un vero Signore del vino italiano, chiedono sicurezze e l’emozione che solo i fuoriclasse sanno dare.

Di fronte a questo vino, (già magnifico da bere ora ma con grandi possibilità di evoluzione nel tempo) alla cui realizzazione ha dato il suo contributo, occorre ricordarlo, anche un bravissimo e misurato tecnico come Pablo Harri, con la consulenza di un vero conoscitore del Sangiovese com’è Maurizio Castelli, ed il lavoro costante del resposabile dei vigneti Giuliano Dragoni, non ci sono dubbi, non sono possibili riserve e contestazione di sorta, e resta solo una cosa da fare, alzarsi in piedi, battere le mani e dire Chapeau ! Questo sì che è un grande, autentico Brunello, signori miei !

0 pensieri su “Brunello Poggio al Vento 1999: quando la riserva é degna di questo nome

  1. Complimenti a tutte le aziende che sanno attendere e che escono sul mercato con vini con qualche annetto sulle spalle!

    Sono curioso di assaggiare questo Brunello.
    Mi date un’indicazione indicativa del prezzo a cui si può trovare in enoteca?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *