Come va il mondo del vino ? Ottimismo della volontà o pessimismo della ragione ?

Per il mondo del vino italiano questa settimana arriva l’annuale appuntamento del Vinitaly, ma pur con tutta la buona volontà possibile riesce ben difficile, quando si scruta attraverso un’immaginaria palla di cristallo, indulgere ad una sorta di ottimismo della volontà. Se ci si sforza di mantenersi lucidi e di ragionare freddamente è molto più facile, piuttosto, orientarsi verso un pessimismo della ragione, dovuto all’analisi di segnali vari che arrivano, uscendo dall’orticello di casa Italia e andando al di là del proprio naso, dal panorama internazionale.
Per farvi capire le ragioni del mio scetticismo, e della mia paura che il mondo del vino che siamo abituati a conoscere e che amiamo si possa trasformare in un’entità dalle dimensioni e dall’identità preoccupanti, voglio farvi alcuni esempi che mi spingono ad avere qualche preoccupazioni su un futuro che non riguarda solo i vini di casa nostra ma quel grande pallone che è stato gonfiato a dismisura e sembra essere sempre sul punto di scoppiare che è il fenomeno vino nel mondo.

Cominciamo dalla cara vecchia Europa, che qualche problemino insomma ce l’ha. Non c’è dubbio che la Francia, per chi crede come me alla centralità del classico sistema delle denominazioni d’origine, eppure in Francia non si fanno grandi problemi nell’aprire a soluzioni che sembrano in qualche modo andare oltre e rinnegare questo sistema. Mi riferisco alla scelta di creare, con Vignobles de France, seguendo l’esempio dei Viñedos de Espana nati in Spagna (riservati a vini da tavola, vinos de la tierra e Vqprd), una Indicazione geografica nazionale, riservata ad assemblaggi di vini che sono già vin de pays de département e sono espressione di uve raccolte nei dipartimenti della Francia centrale e meridionale e della Corsica. Inoltre accanto all’indicazione Vin de pays Vignobles de France potrà comparire il nome di uno, due o tre vitigni. Roba davvero da Nuovo Mondo e non patria delle AOC e dello storico classement di Bordeaux.

Bordeaux dove per tentare di resistere alla crisi – un export vinicolo sceso del 17% dal 1998 al 2005 – non esitano a ricorrere a sistemi e metodologie di lavoro davvero poco tradizionali. Sfruttando un vuoto legislativo, ovvero la mancata conversione in legge del decreto del Ministero dell’Agricoltura francese che vieta l’uso dei chips nei vini ad Appellation d’origine, appare in forte aumento il ricorso, confermato da fornitori e tonnellerie, da parte di larga parte del mondo vinicolo bordolese, ai trucioli o chips, legalizzati nella Comunità Europea a partire dal dicembre 2005. Ma non è finita, perché in Francia c’è anche chi, dimostra apertamente di voler imboccare la strada della “de-alcolizzazione”, una pratica enologica assai diffusa nel Nuovo Mondo.

E’ questo il caso di due produttori, François et Vincent Pugibet, vignerons presso il Domaine de la Colombette a Béziers, una settantina di chilometri da Montpellier, nel Sud della Francia, considerati come i pionieri in terra transalpina nella tecnica della de-alocolizzazione dei vini e creatori di un vino bianco di nove gradi alcolici ottenuto applicando una tecnica di désalcoolisation non consentita in Francia come l’osmosi inversa. Una tecnica che, sostengono, invece di alterare le qualità gustative, consente di esaltare il potenziale aromatico aumentando la freschezza dei vini.

Dalla Francia ci spostiamo alla Spagna dove le cronache ci dicono che il consumo di vino ha raggiunto il proprio minimo storico ed i consumi registrano un nuovo ribasso del 5,2% nei volumi toccando quota 10,85 milioni di ettolitri. In valore, con 2841 milioni di euro, il calo è solo del quattro per certo. Cala anche il consumo pro – capite, quasi del sette per cento, scendendo sino alla soglia dei 24,9 litri contro i 26,74 litri del 2005 ed i 28 litri del 2004. Il calo più sensibile, l’8,3%, si è registrato soprattutto nei consumi fuori casa, ovvero al ristorante, che con il 56,8% continua a rappresentare la quota più importante dei consumi interni. I consumi domestici sono calati di meno dell’uno per cento.

Spostandoci nel Nuovo Mondo, il novello Eldorado del vino, la terra promessa dove tutto è possibile, magari anche sbagliare le previsioni e trovarsi di fronte ad un imprevisto fiume di vino, dovuto alla quantità incredibile di ettari di vigneto piantati ed entrati in produzione, di cui non si sa cosa fare, i segnali preoccupanti non mancano.

In Australia, dove un numero crescente di viticoltori hanno visto le quotazioni delle loro uve calare precipitosamente e passare da 1800 dollari australiani a tonnellata a soli 400, con una valutazione orientativa per il 2007 intorno ai 700 dollari, si è verificato un caso paradossale. Un produttore della Mudgee Valley per fare tornare i conti e per non essere continuamente in rosso in banca ha deciso di abbandonare al loro destino i suoi 16 ettari di vigna e di mettere in vendita l’assegnazione di acqua di cui disponeva per irrigare i vigneti messi a dura prova dalle ultime caldissime annate. In questo modo, ricevendo oltre 2000 dollari per megalitro e potendo contare su un’assegnazione intorno ai centro megalitri annui, ha potuto rimettere i bilanci in sesto.
Secondo la Mudgee Wine Grape Grower Association, l’associazione dei viticoltori di questa zona australiana, parecchi altri viticoltori seguiranno questo esempio, mentre altri hanno deciso di ridurre anche del settanta per cento la quantità di uve raccolte nell’ultima vendemmia, di mettere in vendita larga parte delle superfici vitate di proprietà, oppure di sviluppando attività agrituristiche all’interno delle loro tenute.

Identica cosa avviene anche in Cile, dove nel corso della festa della vendemmia a Colchagua, zona di produzione posta a 180 chilometri a sud di Santiago, i viticoltori locali hanno intentato vibranti proteste. I 60 pesos per chilogrammo di uva che attualmente vengono loro liquidati sono una cifra ancora inferiore ai 70 pesos liquidati lo scorso anno e di molto minore ai 200 pesos che venivano liquidati sino al 2004-2005. E con un costo per la raccolta dell’uva stimato in 120 pesos al chilogrammo, sono molti i produttori che, a conti fatti, preferiscono lasciare l’uva sulla pianta. Una crisi così grave che il governo cileno si è sentito in dovere di offrire un contributo di 7500 milioni di pesos (10,5 milioni di dollari) come premio di estirpazione di 5000 ettari di vigne. Anche se questo piano di sostegno avesse successo, rimarrebbero comunque in produzione qualcosa come 110 mila ettari di vigne, molti di più di quanto effettivamente servono: alcuni esperti sostengono che il Cile dovrebbe estirpare qualcosa come 30 mila ettari

Problemi da Nuovo Mondo che ha esagerato e ha perso il senso della misura, dirà qualcuno, ma purtroppo problemi che, in qualche modo, anche se in forma diversa, potrebbero riguardare anche i tradizionali Paesi produttori europei. Andare alla ricerca di nuovi mercati, la parola d’ordine, ma poi succede che anche in Paesi dove l’Europa vorrebbe collocare i propri vini, si mettano sempre più spesso a produrre vino per conto loro. Trovandosi, di fatto, sempre meno in necessità di acquistare vini da fuori.

Accade negli Stati Uniti, dove anche lo Stato dell’Idaho, posto nel nord-ovest degli Stati Uniti, si è messo a produrre vino e da aprile potrà contare per la prima volta nella sua storia su una American Viticultural Area, o AVA, la Snake River Valley, una denominazione di origine che si andrà ad aggiungere alle 236 già esistenti, ma accade anche in India, uno di quei nuovi mercati emergenti da perlustrare, dove il ministero indiano dell’alimentazione ha deciso la creazione di un National Wine Board (NWB), ufficio nazionale del vino, per favorire la crescita degli standard qualitativi del vino indiano e promuovere l’industria vinicola nel Paese. Secondo diversi osservatori indiani esistono fondate possibilità che i vini prodotti in India possano avere un ottimo successo sul mercato inglese e che potrebbero far meglio se potessero contare sull’apporto di un ente di promozione. Dal punto di vista del consumo interno si registra ogni anno in India una crescita del trenta per cento annuo.

Quanto agli States, come rivelano le statistiche sull’andamento dei mercati nel corso del 2006 diffuse dal Wine Institute le esportazioni di vini statunitensi, o meglio californiani, visto che la California incide con una percentuale pari al 95% del totale, hanno fatto segnare un incremento, rispetto al 2005, del 30 per cento in valore e del 4 per cento in volumi. In Europa, dove gli Stati Uniti spediscono più della metà del loro export vinicolo, l’aumento, relativo al valore, è addirittura pari al 48%. Il positivo bilancio dell’export dai vini californiani riguarda un po’ tutti i mercati, sia quelli tradizionali che quelli emergenti. E’ ad esempio, in termini di valore, del 53% in Cina, del 68% a Singapore, del 19% a Hong Kong, ma addirittura del 30% in Svizzera, dove l’andamento è negativo solo in termini di volumi con un calo del16%.

Ma all’interno degli Usa, caso Idaho a parte, cosa succede ? Accade, come ci racconta Dan Berger in un bellissimo articolo sul sito Internet Appellation America, che moltissimi appassionati si riducono ad “acquistare secondo i numeri”, ovvero secondo le valutazioni fornite dalle riviste più mediatiche, e nella pratica quotidiana, nelle serate in cui due invitati ad una cena portano ognuno una bottiglia di vino, il discorso si riduce ad un banalissimo “questo vino ha ricevuto un punteggio di 94/100. Davvero ? Ma questo invece di centesimi ne ha avuti 96…”. Situazione paradossale esemplificata dalla vignetta di un disegnatore che mostra una persona che sta degustando un vino in un negozio e afferma “questo vino fa schifo e quando si sente rispondere che quel vino ha ottenuto 98/100 da una nota rivista corregge il tiro esclamando “ne comprerò una cassa”…

Per chiudere, è da registrare la triste notizia  della chiusura di una delle riviste più originali e libere in attività negli States, Wine X Magazine, lanciato nel 1997 da Darryl Roberts a Santa Rosa in California. Ha giù chiuso l’edizione cartacea e a breve chiuderà anche l’edizione on line. I motivi della chiusura di questa rivista originalissima, irriverente, coloratissima, piena di fantasia, nata con il preciso intento di costituire un’alternativa alla normale informazione sul vino, su carta e sul Web, e di rivolgersi ad un pubblico di neo consumatori, molto giovani, arrivati al vino da poco, con un linguaggio appositamente studiato ?  Semplicissimo. Nonostante una vendita di 330 mila copie al mese e una audience di lettori valutata nell’ordine dei due milioni di persone, nonostante la realizzazione d’interessanti iniziative collaterali come la creazione della Wine Brats Association, un wine club che si rivolgeva al pubblico giovanile, organizzando raduni denominati “wine raves” e avendo filiali e membri in qualcosa come 31 città statunitensi, Wine X Magazine chiude per un non soddisfacente andamento delle vendite. Anzi, come ha dichiarato Darryl Roberts, per il non sufficiente supporto, in materia di advertising, ovvero di inserzioni pubblicitarie, fornito dall’industria vinicola californiana, la quale non ha mai gradito il linguaggio irriverente, libero, fantasioso della rivista e la scarsa disponibilità di Wine X Magazine a fungere, come accade normalmente con altre più mediatiche testate, da cassa di risonanza degli interessi, legittimi, ma sempre di tipo commerciale, del wine business world californiano.

In conclusione, avviandoci tutti a celebrare la grande kermesse del Vinitaly, vi chiedo: ma come si fa ad essere positivi, allegri, fiduciosi circa il futuro del vino, di fronte a notizie del genere ? Altro che ottimismo della volontà, qui è di prammatica un sano pessimismo (o realismo) della ragione

0 pensieri su “Come va il mondo del vino ? Ottimismo della volontà o pessimismo della ragione ?

  1. Un paio d’anni fa avevano calcolato in 80 milioni di ettolitri all’anno i vini non venduti nel mondo. L’altro ieri sera, parlando con un esportatore italiano che sta andando per la maggiore in Russia, si parlava gia’ di 100 (all’anno). La tua analisi dettagliata e’ un gran bel servizio che fai, chissa’ che non la piantino di buttare sempre piu’ sul mercato masse di vino che poi dovranno buttare a mare (e’ un eufemismo, perche’ troveranno da guadagnare anche su quello i produttori delle masse di vino senza qualita’, quelli che sembra che lo facciano apposta proprio per far decidere gli stati di crisi e ricavarne poi i premi vari per espiantare o distillare o altro) e chissa’ che non scendano un po’ quei prezzi assurdi che circolano su parecchi vini di buona e di ottima qualita’. Se hai letto l’articolo di Carlo Macchi sulla degustazione di Sangiovesi, hai visto che differenza tra il prezzo percettibile all’assaggio e quello reale in enoteca di alcuni vini buoni, direi anche ottimi, ma proposti come se fossero il non plus ultra della produzione mondiale, come se fossero degli Chateau Petrus o Cheval Blanc?
    E’ mai possibile che la forbice si divarichi sempre piu’ e in mezzo, nella fascia dei vini buoni ma sotto i 5 euro o di quelli ottimi ma sotto i 10 non si trovi piu’ nulla?
    Non ci posso credere.

  2. Bello questo post sulla crisi del vino (e fa pensare), soprattutto considerato il suo andare controcorrente. Lo vedo Ziliani, come un salmone che risale la corrente per raggiungere origini e verità lontane e nascoste. Bello anche l’articolo di Carlo Macchi sul Sangiovese, grazie a Mario Crosta per la segnalazione: finalmente qualcosa di valido nel grande mare (e marasma) delle degustazioni. Facile degustare “in chiaro”. Difficile mettersi in gioco “alla pari”. A me pare che ne derivi ciò: non si può pagare una bottiglia di vino 45 o 65 Euro. Non si può. Né al ristorante, né in enoteca. E’ un’offesa al vino. E anche alle nostre tradizioni se ci pensate. Oltre che essere un vero e proprio furto, in ogni caso, anche se si tratta di un grande vino. 120 Euro per un IGT della Maremma? 240 per un Barolo? Ma vi rendete conto? Buono, buonissimo, straordinario… ma si tratta pure sempre di 1kg di uva!

  3. i giochi son finiti!!Quest’anno a Verona ho prenotato fino a ieri gli alberghi ( + 30% per questo periodo (furbi), è ora pensare il Vinitaly da qualche altro luogo?)

  4. Wine X e’ fallito per l’incompetenza e l’arroganza di Darryl Roberts. Il “non sufficiente supporto, in materia di advertising, ovvero di inserzioni pubblicitarie, fornito dall’industria vinicola” non e’ stato altro che la giusta reazione ai continui insulti che Darryl continuamente publicava.
    Darryl era “too cool for school” e si e’ dimostrato completamente privo di contenuti.
    E

  5. Da winenews leggo che nel 2006 sono stati prodotti 51,5 milioni di ettolitri divino. Sempre nel 2006 ne sono stati venduti 16,5 milioni all’estero e 8,5 milioni sul mercato interno.
    La differenza fa 26,5 milioni di ettolitri invenduti. Pazzesco! Sarebbe interessante sapere quante aziende sono patrimonilamente sane ed in attivo…
    Inoltre il mercato è ancora un mercato chiusi e protetto: da un lato distributori e importatori fanno il bello e cattivo tempo (un produttore non sa nemmeno chi berrà il suo vino all’estero), dall’altro in molti paesi esistono ancora monopoli di stato che impediscono la libera concorrenza tra imprese. Credo ci sia ancora tanto, ma tanto, da lavorare…se si vuole davvero fare azienda e non solo immagine e mondanità

  6. Situazione economica del mondo occidentale vacillante + esplosione dell’enorme bolla speculativa del vino = micidiale surplus di offerta e non vedo facili vie di uscita perchè il settore è malato da una serie infinita di aggravanti.

    Solo a livello Italia:
    – Masse oceaniche di vino non ben identificato sono oggetto della speculazione selvaggia di famelici imbottigliatori che le rastrellano dal mercato a prezzi ridicoli e dalla stessa vasca fanno uscire questa o quella doc, del Piemonte e della Sicilia a seconda delle richieste del mercato, tutte con prezzi che non arrivano ad 1 euro dalla cantina. (poi chiaro che i grandi compratori si aspettano quei prezzi anche dagli “artigiani”)

    – Discorso simile per moltissime cantinone sociali che versano in situazioni di bilancio paradossali ma sono tenute in vita dalla Politica che si ostina a sovvenzionare una forma di viticoltura in molti casi non più efficiente e spesso di scarsa qualità (mi riferisco all’enorme massa vitata divisa in micro appezzamenti inferiori all’ettaro, spesso neanche registrati al catasto viticolo, mal gestiti e orientati quasi esclusivamente alla quantità, tanto si sà la cantina ritira l’uva in qualunque condizione….)
    Per carità ci sono anche esempi di cantine sociali con un’etica della qualità totale assolutamente ammirevole, ma non sono le più numerose. Comunque senza voler fare di tutt’erba un fascio è indubbio che di fronte a questi grandi “giocatori” che favoriscono di aiutoni pubblici la partita con le aziende private non si gioca mai alla pari.

    – Una moltitudine di nuovi produttori hanno investito negli ultimi 10 anni in quello che poco tempo fa le autorevoli testate economiche nazionali definivano come il nuovo eldorado, il fenomeno vino accostato all’esplosione del comparto moda negli anni ’80……
    Il 99,999999% di queste migliaia di nuove cantine ha bilanci in netta perdita ma rimane sul mercato perchè di solito chi ha fatto questi investimenti recenti ha le spalle abbastanza larghe.
    Come se non bastasse, nonostante una evidente crisi nuove cantine continuano a nascere semplicemente perchè chi investe non è in possesso di informazioni corrette sul mercato e il fascino del “wine producer” ancora resiste. Quindi definiamolo pure un mercato con barriere all’entrata relativamente basse ,una scarsa elasticità all’incrocio domanda/offerta e barriere all’uscita molto alte;

    – Catasti viticoli spesso inesistenti, come se non bastasse il vino dei vigneti reali, in molte regioni lo si produce da ettari che nella realtà sono bosco o pascolo. Poi però ci sono costi burocratici spaventosi, un apparato di controlli mal coordinati, con duplicazioni di spese e scarsissima efficacia.

    – Il giocattolino delle DOC che è stato sfruttato decisamente troppo e male, siamo arrivati alle DOC “Comunali” elargite dagli assessorucoli sotto elezione. Non si è capito che se una DOC non ha nulla da raccontare e la qualità e la “personalità” della produzione non fa scintille una DOC vale 0 perchè non è comunicabile. Il sistema è a forte rischio credibilità.

    – Il vino è un prodotto complesso i cui costi di produzione sono oscuri al pubblico e si è sempre prestato a prezzi completamente “opinionistici” e fantasiosi, slegati da una logica di “normale” mark-up e questo vale sia per i prezzi all’origine che per quelli al consumatore. Accanto a quei pochi produttori che possono ancora oggi permettersi margini fenomenali sulla bottiglia, la situazione più comunque è quella della maggior parte dei vini che troviamo al ristorante a non meno di 12 euro e che il ristoratore non ha pagato più di 3 euro più iva che se togli la provvigione all’agente, il costo di trasporto ecc. lasciano ben poco ossigeno alla cantina. Quindi gli sforzi enormi spesso compiuti alla produzione per combattere su fronte dei prezzi invece di invogliare il mercato ed trovare una contropartita in maggiori consumi, vengono spesso annullati da forfettari rincari del 500%.

    – I clienti non pagano, ebbene sì, su questo tasto i giornalisti non hanno mai fatto molte inchieste ma il cancro del settore è nella pessima abitudine italiana e non solo a non pagare. I soldi escono ma rientrano con tempi assurdi, spesso non rientrano affatto perchè di solito i singoli importi non giustificano il costo di un avvocato. Insomma per inseguire i pagamenti si spendono tempo ed energine enormi. In America in molti stati gli acolici vanno per legge pagati allo scarico o con breve dilazione (30 gg), quanche eccezione si fa nella comunità Italiana (importer italiano e cliente italiano).
    In Italia si emettono fatture con pagamento a 60 o 90 gg, le enoteche di grido poi meno di 180 lo considerano un anticipato e chiedono lo sconto extra. Partendo da questi numeri si aggiunge 30gg, si moltiplica per due, e poi si aggiungono altri 60gg, questa è più e meno la formula dei tempi medi di una riscossione che va a buon fine. Può sembrare una parodia, ma siamo invece vicinissimi alla realtà.

    – Parlare del sistema delle guide e del sottobosco che più o meno campa a livello parassitario attorno al circo del vino mi sembra superfluo, senonaltro perchè poveretti ora soffrono pure loro.

    …….Purtroppo ho solo citato una piccola parte delle malattie di questo settore a livello Italiano ed ho già un crampo alla mano, poi ci sarebbe da affrontare gli aspetti macro del mercato globale ma per ora mi fermo qui.

    Nonostante tutto ci apprestiamo frementi al Vinitaly (però mi preoccupa che ci siano ancora tutti sti alberghi disponibili) e l’augurio è che in questa notte buia buia le vere stelle riescano a brillare perchè di vera e onesta passione per il vino e per l’impresa in giro cen’è ancora.

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